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SCENARIO 1 Giugno Giu 2016 1801 01 giugno 2016

Opec in crisi, gli effetti sul mercato energetico

Serve un'intesa sul taglio della produzione di petrolio. Ma pesa la faida interna: Iran contro Arabia. Sullo sfondo le mosse di Putin. Maugeri: «I prezzi caleranno».

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Il presidente di Rosneft Igor Sechin.

Dopo il fallimento (in larga parte annunciato) del vertice di Doha, l'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio si riunisce di nuovo il 2 giugno a Vienna nel tentativo di trovare un accordo per ridurre la produzione e far salire i prezzi.
Anche in questo caso, però, sono forti i dubbi sulle chance di arrivare a risultati concreti.
SECHIN: «L'OPEC HA CESSATO DI ESISTERE». Da più parti viene messo in discussione il ruolo stesso dell'Opec, da sempre percepito come l'organismo dal quale dipendono le sorti dell'oro nero. Netta la posizione di Igor Sechin, amministratore delegato della oil company Rosneft nonché eminenza grigia del presidente russo Vladimir Putin, che nel luglio 2015 disse che l'organizzazione - nata nel 1960 e lacerata da divisioni interne - a Baghdad aveva smesso di esistere come corpo unitario.
LA PREVISIONE DI BRILLI. Jacopo Brilli, manager di Heerema Marine Contractors, azienda che costruisce piattaforme petrolifere, sostiene su lavoce.info che i prezzi del greggio rimarranno bassi ancora a lungo con il risultato che alcuni produttori che non fanno parte del cartello usciranno dal mercato.
I consumi avranno però un aumento stabile e dunque, secondo l'esperto, crescerà la dipendenza dai Paesi Opec.

Maugeri: «L'organizzazione paga la rivalità tra i suoi membri»

Leonardo Maugeri.

«L'Opec è in difficoltà almeno dagli Anni 80. Le rivalità tra i membri e le differenze economiche, politiche e sociali in realtà ne hanno sempre condizionato l'efficacia. Ma ora la crisi è irreversibile», spiega a Lettera43.it Leonardo Maugeri, 52 anni, docente di Economia e Geopolitica dell'energia all'università di Harvard con alle spalle 17 anni come top manager in Eni, di cui è stato anche vicepresidente.
IRAN CONTRO ARABIA. Il conflitto principale in seno all'organizzazione riguarda due player di primo piano: Iran e Arabia Saudita.
Il primo è un Paese sciita che si riaffaccia sul palcoscenico internazionale dopo l'accordo sul nucleare, il secondo un regno sunnita estremamente ancorato alla tradizione.
Tra i motivi del contendere la volontà di entrambi di detenere la leadership nel Medio Oriente.
«IL 2 GIUGNO? UN FLOP». «Teheran, comprensibilmente, non vuole rinunciare all'idea di tornare alla piena capacità produttiva, per questo anche la conferenza del 2 giugno è destinata a risolversi in un flop», aggiunge Maugeri.
Allo stesso tempo Riad, che si sente isolata dagli Usa, afferma di voler cambiare volto e promette con la sua Vision 2030 di affrancare il Paese dalla dipendenza dal petrolio, decisione che avrebbe anche ricadute sul fronte politico e sociale.
RIAD, RIFORME IN SALITA. Maugeri, però, ricorda che «gli annunci di riforma non sono una novità assoluta. Dagli Anni 70 se ne sono susseguiti tre, l'ultimo dei quali alla fine degli Anni 90, quando il re Abdullah andò in tivù ad annunciare che sarebbe stato costituito un enorme parco scientifico sul Mar Rosso, una zona franca libera dalle restrizioni cui sono soggetti i sauditi. Un progetto poi svanito nel nulla».

I primi produttori di petrolio? Usa e Russia. Segue l'Arabia Saudita

Operazioni di estrazione dello shale gas.

Ma per comprendere la situazione va analizzato un altro elemento: la capacità produttiva dei Paesi fuori dal cartello.
I tre big della produzione mondiale sono nell'ordine Usa, Russia e Arabia: «Il calo del prezzo del petrolio è legato in buona parte alla decisione degli Stati Uniti di puntare sullo shale oil», prosegue l'ex vicepresidente di Eni, «nonostante quello che si legge in giro, i maggiori produttori di questo settore continuano a fare profitti. I veri problemi sono per i più piccoli che spesso vengono assorbiti. Dopo il raggiungimento del picco della produzione a 5,1 milioni di barili nell'aprile 2015, questa non è più calata di oltre 700 mila barili».
MOSCA NON PUÒ DIMINUIRE LE SCORTE. In precedenza l'Arabia Saudita addirittura sperava che, con il petrolio a 75 dollari, la produzione americana si dimezzasse.
Le aziende petrolifere russe, intanto, continuano a pompare greggio e non sono intenzionate a ridurre la produzione: «In Russia, per motivi tecnici, è impensabile un taglio: si tratta di giacimenti maturi che necessitano di essere alimentati in maniera continuativa».
Mantenere questi siti richiede investimenti molto alti perché, per consentire l'estrazione del petrolio contenuto nelle rocce porose, vanno iniettati con costanza acqua e gas. Se ci dovesse essere un'interruzione, la produzione crollerebbe.
12,5 MILIONI DI BARILI DAI SAUDITI. All'interno dell'Opec, Riad vanta una capacità produttiva di 12 milioni e mezzo di barili di greggio all'anno.
Seguono Iran e Iraq con 4 milioni ciascuno.
L'unico Paese che avrebbe qualche margine per incidere sui prezzi del petrolio, dunque, è proprio l'Arabia.

L'andamento dei prezzi: «Verso un nuovo calo nel 2017»

Pozzi petroliferi.

Molti analisti prevedono una ripresa dei prezzi dell'oro nero, ma la posizione di Maugeri è in controtendenza: «Da qui all'autunno, ovvero nel periodo di massimi consumi, effettivamente si potrebbero toccare i 60 dollari il barile. Al contrario, in inverno, in particolare a gennaio-febbraio 2017, si potrebbe scendere sotto quota 35 dollari».
IN FUTURO IMPROBABILI RIALZI. In generale, per il futuro, l'ex top manager non prevede rialzi del greggio: «È improbabile che ci sia una ripresa della domanda perché la mentalità sta cambiando e la consapevolezza della necessità di adottare politiche ambientali sta prendendo piede anche in Paesi come la Cina che in passato le rifiutavano in toto».

Twitter @PierLuigiCara

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