Guadagni Dell Isis 160601161758
STATO ISLAMICO 5 Giugno Giu 2016 1500 05 giugno 2016

Le tasse secondo l'Isis: il confronto con la tradizione

Nel Califfato i musulmani pagano la zakat. Al tasso del 2,5%. I cristiani la jizya: 550 dollari l'anno. Così i miliziani strumentalizzano le parole di Maometto.

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Il 57% dei guadagni dell'Isis viene da tasse e sequestri.

Secondo la tradizione, Maometto disse: «Non si deve elemosina al di sotto di cinque cammelli, non si deve elemosina al di sotto di cinque once d’argento, e non si deve elemosina al di sotto di cinque wasq di granaglie».
L’elemosina rituale (in arabo zakat, “imposta di purificazione”) costituisce il terzo pilastro dell’Islam.
Come spiegato a Lettera43.it da Paolo Cuzzola, autore del libro Il diritto Islamico, «non è concepita come un tributo, ma come un dovere imposto da Dio e accettato da tutti i musulmani nell'interesse della comunità».
Elemosina rituale che costituisce una forma di gettito fiscale delle prime origini e che come tale può essere ritrovata pure nei territori amministrati dall'Isis.
ISIS, 57% DEI PROVENTI DA TASSE E SEQUESTRI. Accanto alla vendita di petrolio, al ricavato derivante dalle estorsioni e dal traffico di essere umani, vi sono introiti che provengono da particolari forme di riscossione delle imposte.
Stando all'istituto di ricerca internazionale Ihs, l'Isis a metà 2015 guadagnava mensilmente circa 80 milioni di dollari.
Di questi il 43% derivante dalla vendita e produzione di oro nero, il resto dalla riscossione delle imposte e dai sequestri.
GUADAGNI DI 56 MILIONI AL MESE. È sempre l'Ihs ad affermare che a marzo 2016 la cifra si è contratta fino ad arrivare a 56 milioni, sia in conseguenza della minore produzione di petrolio sia della perdita del 22% dei territori, con una diminuzione quindi del bacino dei 'contribuenti' (da 9 a 6 milioni).
Per far fronte alla crisi di introiti, lo Stato Islamico sta introducendo una serie di multe: se le donne non coprono gli occhi dietro tipli veli, per esempio, devono pagare 10 dollari; se gli uomini non si radono, 100.
LA ZAKAT? SI PAGA IN LIBIA, ARABIA E SUDAN. Secondo il diritto islamico classico, attraverso la zakat l'uomo ha la possibilità di purificare il proprio cuore e la propria ricchezza rendendo così legale ciò che Dio gli ha concesso.
È dovuta annualmente e ha un'aliquota del 2,5% sul minimo imponibile al netto delle spese personali, familiari e per il mantenimento.
Al giorno d’oggi solo Libia, Arabia Saudita e Sudan impongono il versamento della zakat.
Gli altri Paesi musulmani hanno introdotto un sistema di tassazione di tipo occidentale lasciando liberi i fedeli di pagare o meno l'elemosina rituale.

Un'alternativa alla conversione forzata: la dhimma

Abu Bakr al-Baghdadi, terrorista iracheno e califfo dell'autoproclamato Stato Islamico.

Oltre alla zakat, spiega Cuzzola, ci sono altre tre tipologie di imposte: il khums, il kharaj e la jizya.
Il khums (letteralmente “un quinto”) trova la sua legittimazione nella Sharia.
Per quanto riguarda la sua applicazione, la tradizione sunnita la ricollega ai tesori sepolti e ai bottini di guerra.
Quella sciita invece la ricollega a ben sette tipologie di proventi, da quelli delle miniere al surplus del profitto personale.
KHARAJ, UN'IMPOSTA FONDIARIA. Il kharaj e la jizya sono tributi che si rivolgono ai non musulmani residenti nel dar al-Islam (letteralmente 'Casa dell'Islam', i territori sotto le autorità giuridiche islamiche), i quali sono esenti dalle imposte di natura religiosa e dal khums, ma assoggettati a un doppio tributo di diversa natura: un’imposta fondiaria (kharaj) e una capitazione per ogni maschio (jizya).
Roberto Tottoli, direttore del dipartimento Asia, Africa e Mediterraneo dell'Università 'l'Orientale' di Napoli, spiega che «la situazione attuale dei Paesi islamici, oltre a essere in continua evoluzione, non si richiama perfettamente al dettato religioso. Questo è dovuto soprattutto alla passata esperienza coloniale».
Le cose, tuttavia, oggi stanno un po' cambiando: «È facile assistere a tentativi di attuazione di una maggiore Sharia, si può prendere in considerazione l’esperienza dell’Afghanistan talebano», continua Tottoli.
In vari Paesi, dagli Anni 70 in poi, «quando l’Islam è diventato sempre più importante come forma di appartenenza politica e sociale, si è assistito a forme di raccolta locale dell’elemosina presso moschee».
L'INTERPRETAZIONE DEL CALIFFATO. Per quanto riguarda le aree sottoposte all’autorità di Abu Bakr al-Baghdadi, l’adesione al dettato religioso anche in questo campo (come in molti altri, dal rapporto coi nemici alla visione jihadista della vita) non è completa.
I miliziani dell'Isis ne fanno un uso arbitrario, rifacendosi a pratiche desuete e comunque distorte, come nel caso della dhimma.
Secondo l’Islam, agli appartenenti alla Gente del Libro (ovvero i fedeli delle altre religioni frutto della rivelazione di Dio: cristiani ed ebrei) viene concesso di stipulare il patto della dhimma, in alternativa alla conversione forzata.
Si rientra così in uno stato di protezione illimitata, che può essere infranto nel caso di commissione di reati o fuga dal territorio islamico. Non più in vigore nei Paesi islamici da almeno due secoli, al giorno d'oggi si applica solo nei territori controllati dal Califfato.
«L'ISIS APPLICA QUESTO ISTITUTO». Coloro a cui è stata riconosciuta la possibilità di suggellare tale patto sono tenuti al pagamento della jizya - nei casi documentati, intorno ai 550 dollari annui - e assoggettati all'autorità dello Stato per questioni attinenti all'ordine pubblico e alla sicurezza.
Devono inoltre evitare di tenere comportamenti che possano offendere la sensibilità religiosa dei musulmani (bere bevande alcoliche, mangiare carne di maiale, suonare con vigore le campane delle chiese).
Nel Califfato, il mancato rispetto di queste regole è spesso punito con la morte.
Secondo Tottoli, «l’Isis applica l'istituto [della dhimma], tuttavia lo ha alternato a sequestri e riduzioni in schiavitù che vanno a toccare anch'essi aspetti di una prassi medievale superata».

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