Manifestazione Contro Ceta 160607181126
ANALISI 8 Giugno Giu 2016 0800 08 giugno 2016

Ceta, il 'fratello' del Ttip che spaventa l'Europa

Il Ceta è un accordo di libero scambio Canada-Ue. Che ricalca quello con gli Usa. Rischi per salute, occupazione e settore agricolo: la denuncia delle associazioni.

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da Bruxelles

«Se non vogliamo il Ttip, dobbiamo prima fermare il Ceta». È questo l'appello che ong, associazioni e alcuni partiti politici hanno rivolto ai cittadini europei.
Dopo la mobilitazione per fermare i negoziati dell'accordo di libero scambio tra Ue e Stati Uniti (Ttip), è ora sul trattato internazionale tra Ue e Canada che le associazioni lanciano l'allarme e promettono battaglia.
Ma il tempo a disposizione è poco: dopo cinque anni di negoziati (iniziati a maggio 2009 e conclusi a settembre 2014) mancano solo la firma e il voto finale.
IN VIGORE NEL 2017? Se il Consiglio e il Parlamento europeo approveranno l’accordo nel 2016, il Ceta potrebbe entrare in vigore già all'inizio del 2017, previa approvazione dei legislatori canadesi.
Mancano quindi pochi mesi per rimettere tutto in gioco e «smascherare un accordo che non è altro che un Ttip sotto mentite spoglie», è l'accusa delle associazioni, che ricordano le parole usate dallo stesso esecutivo Ue nei documenti pubblici: «Gli insegnamenti dell'accordo Ceta ispireranno certamente i negoziatori dell’Ue con il Ttip».
Per questo motivo «dobbiamo portare più visibilità sul Ceta, specie nei Paesi che non sono informati bene, serve influenza, coinvolgimento, azione», spiega l'europarlamentare tedesca Gabi Zimmer, presidente della sinistra unitaria europea Gue, che a Bruxelles ha organizzato una serie di conferenze e dibattiti sul tema.

Ceta, il gemello siamese del Ttip

Una manifestazione contro il Ceta.

Per l’Ue, il Ceta rappresenta il primo grande accordo commerciale con una potenza economica occidentale (per il Canada è il secondo dopo il Nafta, firmato nel 1992 con Stati Uniti e Messico).
Promette vantaggi commerciali per 5,8 miliardi di euro all’anno, con un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro all'anno grazie all'eliminazione di quasi tutti i dazi all'importazione.
Uno studio congiunto Ue-Canada ipotizza 80 mila nuovi posti di lavoro.
LA CLAUSOLA ICS. Vantaggi che per i critici non sono nemmeno vicinamente paragonabili agli svantaggi di quello che è defintio «il gemello siamese del Ttip».
«L'accordo con il Canada introdurrebbe tante misure comprese anche nel Ttip, quindi è il Ceta che bisogna sventare per primo», dice Zimmer.
La maggiore preoccupazione è infatti che, con il via libera al Ceta, la maggior parte delle multinazionali americane, già attive sul territorio canadese, potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati le aziende europee, avvalendosi della clausola Ics (Investment court system, ovvero il sistema giudiziario arbitrale per la difesa degli investimenti), omologo dell'Isds inserito nel Ttip, che tanti Paesi Ue stanno osteggiando.
LE CONSEGUENZE DEL NAFTA. E a spiegare agli europei che cosa significhi avere una zona di libero scambio con gli Stati Uniti sono proprio i canadesi.
«Noi con il Nafta siamo stati la prima generazione che ha fatto i conti con questo tipo di accordi, ora tocca a voi», ha raccontato al parlamento Ue Sujata Dey, rappresentante del Consiglio dei canadesi, una delle più grandi organizzazioni di difesa dei cittadini che raccoglie oltre 100 mila membri.
«Ci dissero che avremo avuto crescita economica, che saremmo diventati molto ricchi, ma la crescita non è stata per tutti. I salari dei manager sono triplicati, ma adesso c'è più disoccupazione e siamo una delle società con più diseguaglianze all'interno dell'Ocse».
MENO POSTI DI LAVORO. Di posti di lavoro, racconta Dey, «ne abbiamo più persi che trovati». Dopo il Nafta, per esempio, la società Caterpillar dall'Ontario ha delocalizzato negli Usa e poi in Messico. Risultato: oltre 350 mila posti di lavoro nel settore manifatturiero sono andati in fumo. «E come se non bastasse, siamo uno dei Paesi più citati nei tribunali arbitrali».
Se infatti all'inizio l'Isds fu accettato come strumento necessario per tutelarsi da un sistema giudiziario poco equo e mal funzionante come quella messicano, paradossalmente è stato il Canada a pagare le conseguenze per le sue best practice: «Siamo stati citati più volte perché abbiamo norme sociali e ambientali più elevate. Abbiamo perso due terzi di questi ricorsi Isds contro aziende che si occupano di risorse ambientali».
BOOM DI RISARCIMENTI. Il Canada è il paese industrializzato che ha ricevuto più ricorsi.
«Sinora sono stati spesi 135 milioni di euro per i risarcimenti, e si tratta di soldi presi dalle tasche dei contribuenti», ricorda Pierre Souci, presidente del Consiglio affari sociali del Quebec, che si occupa della salute dei dipendenti pubblici: circa 300 mila.
L'azienda Lone Pine Resources del Delaware per esempio ha fatto causa al Canada per 150 milioni di dollari, «solo perchè abbiamo cercato di difendere l'acqua potabile», ricorda Soucy.
Silk Corporation, altra multinazionale, ha fatto abrogare una legge canadese che vietava l'uso di un acido tossico nel carburante e ha ottenuto un risarcimento di 13 milioni di dollari.

I rischi per la salute e il settore agricolo

Manifestanti con le maschere di Angela Merkel e Barack Obama contro il Ttip, gli accordi sul libero commercio tra Usa e Ue.

Anche nel settore agricolo i risultati sono stati disastrosi. Con il Nafta c'è stata una concentrazione di imprese: «Abbiamo perso il 30% delle nostre aziende agricole, perchè l'accordo aumenta la produzione e questo è propizio per le grandi, non per le piccole».
Se però nell'intesa con gli Usa è stato il Canada a pagare il prezzo più alto, con il Ceta, «sarete voi», avverte Dey. «Noi veniamo considerati vicini agli europei in termini di norme, ma per molte cose siamo molto più siimili agli Stati Uniti, e pure peggiori».
NESSUNA PRECAUZIONE. Il tanto temuto pollo lavato con il cloro che viene usato come spauracchio anti-Ttip, nel Ceta sarebbe solo uno dei tanti prodotti con i quali gli europei dovranno fare i conti.
La lista è lunga: in Canada usano la ractopamina negli allevamenti dei suini (uno steroide già vietato in oltre 160 Paesi), i neonicotinoidi (pesticidi sistemici) e sin dagli Anni 80 gli ormoni nella carne bovina, così come fanno gli Stati Uniti.
Una delle battaglie più grandi, parlando di Ttip, è contro l'uso degli ogani geneticamente modificati, ma il Canada è il terzo principale produttore di Ogm, «e non abbiamo etichettatura», informa Dey, «abbiamo nuovi prodotti come il salmone Ogm che viene prodotto con sostanze per voi vietate, usiamo Ogm che accelerano il trattamento dei prodotti, non abbiamo regolamentazione per il benessere animale, preserviamo solo 140 indicazioni geografiche. E soprattutto non riconosciamo il principio di precauzione».
L'ALLARME DI FOODWATCH. La difesa di questo principio ha fatto scendere in campo anche la Foodwatch, una ong olandese per i diritti dei consumatori presente a Berlino, Amsterdam e Parigi.
Secondo il principio precauzionale, che sta alla base delle normative europee, se ci sono dubbi ragionevoli circa la pericolosità di un alimento o una sostanza per la salute pubblica, le autorità devono vietarla.
In gran parte del mondo c'è invece l'approcio scientifico, secondo il quale è possibile introdurre divieti solo se c'è una prova evidente, ovvero non basta il dubbio ragionevole per bloccare il commercio di un alimento.
Per questo motivo le associazioni sono preoccupate: il principio precauzionale non è nemmeno menzionato nel testo del Ceta.
«Ci si limita a dire che in alcuni casi si possono adottare misure anche in assenza di certezza scientifica, ma negli altri casi vale seguire norme della Omc (Organizzazione mondaile del commercio), che non contempla il principio precauzionale. L'Ue invece deve difenderlo», ribatte ancora una volta Jurjen de Waal, responsabile di Foodwatch.

Occupazione e clausole sociali, tante parole e pochi fatti

La sede del parlamento europeo.

La richiesta è quella di difendere i diritti dei cittadini, «ma purtroppo questo viene fatto solo a parole o attraverso clausole cosmetiche», denuncia Adoraciòn Guamàn, professore di diritto del Lavoro all'università di Valencia e autrice di una analisi sull'impatto del Ceta sull'occupazione.
Per quanto anche l'Ue, dal 2001, abbia preteso un capitolo sulle politiche sociali in tutti i trattati (con Singapore, Corea, nel Ttip e anche nel Ceta), a livello pratico poco cambia: «L'80% degli accordi commerciali in essere oggi hanno una clausola sociale, ma il 60% di questi non hanno un meccanismo sanzionatorio per garantirne l'effettivo rispetto», racconta. E dal 2007 i Paesi si impegnano proprio a non introdurre queste sanzioni.
PROMESSE SENZA GARANZIE. Così, nel paragrafo sociale del Ceta, è scritto che si possono regolare le politiche del lavoro sino a quando e nella misura in cui queste misure non danneggino il successo dell'accordo, ovvero «non si riducano i benefici commerciali».
Basta leggere il capitolo 23 sulle politiche sociali dell'accordo con il Canada per capire che i principi sono molto ampi ma generici: si parla di cooperazione internazionale sul lavoro, di impegno delle parti a preoccuparsi dell'occupazione.
Si riconosce anche la dichiarazione Ilo del 1998 e vari altri testi, ma per quanto l'Ue si impegni a spingere per la ratifica degli accordi dell'Organizzazione internazionale del lavoro, dimentica di sottolineare che queste sono competenze statali non dell'Ue. Ogni singolo Stato membro decide cosa ratificare e cosa no.
«In pratica promette di fare qualcosa sapendo di non avere il potere per garantire il risultato», dice Guamàn.
UN TRATTATO MISTO. Sempre nel capitolo 23 al punto 5, c'è una parte dedicata alle ispezioni del lavoro: anche questa è una competenza condivisa con Ue e Stati membri, non esclusiva dell'Unione. Il risultato è che il Ceta non può essere approvato esclusivamente da Bruxelles attraverso l'articolo 218 del trattato sul funzionamento dell'Ue, Tfeu, ma serve una ratifica da parte dei parlamenti dei 28.
Ed è proprio il riconoscimento di un accordo misto che sinora la Commissione europea ha negato.
Un percorso sicuramente più lungo e difficile, visto che il parlamento belga ha per esempio già fatto sapere che non lo voterà.
Anche in Canada 80 comuni hanno detto che vogliono essere esonerati dal Ceta, «ma non vi è una opposizione a livello interno, le possibilità di respingerlo sono risicate», raccontano le associazioni d'Oltreoceano.
«Spetta a noi fermare il Ceta, altrimento non saremo in grado di fermare nemmeno il Ttip», dice Paul de Clerck, presidente di Friends of the Earth Europe, l'associazione che da tempo insieme a vari gruppi affiliati sta facendo una campagna di sensibilizzazione, in 15 Paesi, non solo contro il Ttip. «Perché in giro per l'Europa abbiamo non uno ma due cavalli di Troia, e il Ceta è il primo che dobbiamo sconfiggere».

Twitter @antodem

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