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FOCUS 14 Giugno Giu 2016 1222 14 giugno 2016

Brexit, i costi economici e politici per l'Ue

Pil dell'Eurozona in calo dell'1,5%. Circa 1 milione di posti di lavoro in meno. Accordi commerciali a rischio. Gli effetti dell'uscita di Londra dall'Unione. Intanto le Borse europee bruciano altri 172 miliardi.

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Barack Obama, Angela Merkel, Jean-Claude Juncker, Mario Draghi, David Cameron o Christine Lagarde: se c’è qualcosa sulla quale i potenti della Terra concordano, è che il prossimo 23 giugno, al referendum sulla Brexit, l’opzione “remain” debba avere la meglio su quella “leave”, secondo i sondaggi ora avanti 52% a 48.
Perché gli effetti, in estrema istanza, potrebbero essere tragici: la Gran Bretagna potrebbe essere assorbita in una spirale di povertà, e l’Unione europea implodere sulla spinta dell’indipendentismo che è presente non soltanto Oltremanica.

Londra rischia una svalutazione della sterlina del 20%

Londra: veduta della City, svetta il grattacielo Gherkin.

In queste ore il fronte pro Europa martella le coscienze con uno studio realizzato dal Tesoro britannico, secondo il quale il Paese, con il no alla Ue, va verso «uno stato di povertà permanente».
Con un costo in termini di crescita negativa tra i 20 e i 45 miliardi.
Goldman Sachs ha ipotizzato una svalutazione delle sterlina tra il 15 e il 20%.
IL RITORNO DEI DAZI. Risultato? Schizzerebbe l’inflazione e la Bank of England sarebbe costretta ad abbandonare una politica dei tassi accomondante, alzando i tassi. E la cosa colpirebbe il commercio estero.
Il 50% dell’export della Gran Bretagna (valore complessivo 150 miliardi di sterline) è diretto al Vecchio Continente e, come ha fatto intendere il tedesco Wolfang Schäuble, Londra rischia di «uscire dal mercato unico europeo»: restrizioni a cose e persone, ripicche e dazi.
Stando ai trattati, le parti hanno due anni per trovare un nuovo assetto. Tre le ipotesi: l’ingresso nello Spazio economico europeo (come la Norvegia), un accordo bilaterale (come il Canada o la Svizzera) oppure scambi regolati secondo le norme del Wto.
LA FUGA DALLA CITY. In ogni caso, uno status in contraddizione rispetto ai tentativi di David Cameron di imporre ai Paesi più ricchi, come la Germania, di aprire i loro mercati interni per vendere i servizi made in Uk.
Su questo fronte rischia di più l’attività finanziaria.
La City sarebbe impossibilitata a scambiare prodotti a tassazione ridotta verso i Paesi dell'Unione o porebbe perdere le attività di compensazione che svolge per tutta l’area Ue.
In restrizione anche il perimetro dei brevetti farmaceutici o militari. Scapperebbero poi le multinazionali come FiatChrysler che lì pagano meno tasse.

L'Europa va verso l'implosione

Angela Merkel e Jean-Claude Juncker.

All’Europa la Gran Bretagna devolve poco più di 11 miliardi di euro, ma ottiene risorse per 7 miliardi.
Tra Londra e Bruxelles sono già in atto 50 accordi commerciali.
LA MORAL SUASION BRITANNICA. Senza contare, come ha ricordato il direttore del centro studi tedesco Zew, Achim Wambach, che «il 13% dei cittadini europei risiede in Gran Bretagna, e la Gran Bretagna conta il 17% del potere economico del blocco».
Ma più che i soldi – come dimostrano il salvataggio della Grecia o le norme sui fallimenti bancari – quel che conta è il peso politico, soprattutto in termini di interdizione, che Cameron ha sugli alleati.
IL RIGURGITO SEPARATISTA. Senza di lui la Ue darebbe meno importanza a trasparenza finanziaria e liberalizzazioni. Gli esperti temono che alla vittoria della Brexit seguiranno altri referendum analoghi dove gli euroscettici (Francia, Spagna o Italia) ambiscono alla guida dei rispettivi Paesi.

Un conto salatissimo (150 miliardi) per gli alleati

David Cameron.

Morgan Stanley ha calcolato che senza il Regno Unito, primo partner commerciale della Ue, il Pil dell’Eurozona calerebbe già nel 2017 dell’1,5%, bruciando 150 miliardi di euro.
I GUAI DELLA FINANZA. Soprattutto ci perderebbe l’industria finanziaria, che attraverso Londra può mettere le mani su investimenti altamente remunerativi e con un’imposizione fiscale molto bassa.
Ma poi sarebbero a rischio gli investimenti bilaterali e l’interscambio commerciale.
LA GERMANIA PERDEREBBE 50 MLD L'ANNO. La sola Germania potrebbe perdere quasi 50 miliardi di euro all’anno.
Minore l’impatto per l’Italia: la Fondazione Bertelsmann ha calcolato un calo per il nostro Pil tra lo 0,06 e lo 0,23% sul fronte dell’interscambio (il nostro Paese ha un saldo commerciale di 12 miliardi di euro).

Se la Manica diventa una barriera insormontabile

Nigel Farage.

Il leader dell'Ukip Nigel Farage e l'ex sindaco di Londra Boris Johnson denunciano un’invasione di europei, che secondo loro hanno 'occupato' le case degli inglesi e messo le mani sui lavori più allettanti.
In realtà nell’ultimo decennio sono stati soltanto 1,6 milioni i “vicini” che hanno scelto la Gran Bretagna.
IL CAPITALE UMANO. Soprattutto hanno attraversato la Manica in un momento nel quale Londra ha potuto selezionare i migliori cervelli provenienti da Europa, Asia o Africa.
I quali hanno portato conoscenze ed esperienze, sufficienti a reggere il 10% del Pil locale.
Alla base di questo fenomeno c’è un terziario d’eccellenza, con punte nella finanza, nel trading di materie prima, nella difesa, nel design o nella moda.
UN MILIONE DI POSTI IN MENO. Con la Brexit, si potrebbe perdere anche un milione di posti di lavoro. Ma dovrebbero tornare a casa anche i 1,2 milioni di inglesi che lavorano nel Vecchio Continente, perdendo lo status comunitario.
A Londra la comunità straniera più numerosa è quella italiana: 600 mila persone. Secondo l’ambasciatore Pasquale Terracciano «nell'immediato non cambierebbe nulla».
Gli esperti dicono che i diritti acquisiti non saranno messi in discussione. Ma il condizionale è d’obbligo. Già lo scorso anno il governo inglese ha studiato una stretta sul welfare per i nuovi comunitari. Restrizioni e tasse più forti per quelli che arriveranno in seguito.

Twitter @FrrrrrPacifico

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