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SPIN DOCTOR 15 Giugno Giu 2016 1400 15 giugno 2016

Avaaz, la lobby 2.0 dà scacco alle multinazionali

La piattaforma raduna cittadini altrimenti impotenti. E combatte le loro battaglie. L'ultima "vittima"? Monsanto.

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La pressione sulle istituzioni per avere un impatto sui processi decisionali non avviene esclusivamente nei corridoi dei palazzi.
La società contemporanea, digitalizzata e disintermediata, consente infatti di attivare una molteplicità di canali offline e online, che permettono una mobilitazione capillare e sorprendentemente efficace dei cittadini.
Da sempre si sostiene che l’interesse di singoli attori dotati di abbondanti risorse è inevitabilmente destinato a neutralizzare l’interesse contrario di una molteplicità di soggetti disorganizzati.
Una moltitudine numericamente forte, che non è però in grado di parlare con una voce sola e di presentare la propria proposta in modo articolato e conciso.
Il lavoro dei lobbisti è proprio questo: raccogliere il punto di vista di un operatore economico o di un’associazione e trasformarlo in un documento sintetico e facilmente trasmettibile al decisore pubblico.
Il web consente ora anche a migliaia di cittadini di condensare in pochi punti chiari e definiti la propria posizione rispetto a un determinato tema.
IL CASO AVAAZ. È quello che sta accadendo in Europa attraverso la piattaforma Avaaz, che ha giocato un ruolo interessante nella partita per l’autorizzazione alla commercializzazione di un discusso erbicida.
Avaaz, sin dal nome, è legata alla sfida a cui accennavo sopra: dare una voce sola a un grande numero di soggetti sparsi, che la pensano allo stesso modo ma sono privi di una rappresentanza unitaria.
Il nome significa infatti “voce” in diverse lingue europee e asiatiche.
Dall’anno del lancio (2007) numerosi cittadini hanno dunque la possibilità di sottoscrivere petizioni online, di partecipare a invii massivi di e-mail o a manifestazioni di protesta e sensibilizzazione.
Prima di lanciare una campagna strutturata, Avaaz svolge un sondaggio tra 10 mila membri selezionati in modo casuale, per non disperdere inutilmente le energie.

La home di Avaaz.

Poco tempo per convincere gli interlocutori

Una volta definito il tema, è la stessa Avaaz ad ammettere di essere nella posizione dei lobbisti di fronte a un parlamentare o a un ministro: poco tempo per spiegare all’interlocutore (in questo caso la vasta platea dei suoi aderenti) perché una determinata questione è rilevante e quale posizione dovrebbe essere assunta a livello pubblico.
A quel punto serve lavorare pancia a terra, ampliando gradualmente la cerchia dei sottoscrittori e calibrando la pressione verso i vari livelli decisionali.
Le petizioni online, come quelle dell’analoga piattaforma Change.org, sono dunque uno strumento fondamentale per orientare e determinare la percezione collettiva di una tematica.
LA SPINOSA QUESTIONE DEL GLIFOSATO. Avaaz ha recentemente rivendicato il proprio ruolo nella spinosa questione del glifosato. L’erbicida RoundUp della multinazionale Monsanto è da tempo al centro di una girandola di pareri tecnici relativi al fatto che si tratti o meno di una sostanza cancerogena.
Il mese scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva smentito gli allarmismi, contraddicendo una delle sue controllate, l’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro di Lione.
Già a novembre 2015 era intervenuta anche l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare di Parma, che aveva definito “improbabile” il pericolo di cancerogenità.
È interessante notare che il balletto di pareri è avvenuto proprio in un momento in cui l’Unione Europea deve decidere (entro il 30 giugno) se autorizzare o meno l’uso del RoundUp.
2 MILIONI DI FIRMATARI. Oltre alla consueta galassia di associazioni ambientaliste, ad opporsi al rinnovo della licenza più di 2 milioni di cittadini europei firmatari di una petizione su Avaaz.
Una mobilitazione che è andata ben oltre la firma e che si è svolta coprendo l’intera dimensione europea: incontri con il Commissario competente per segnalare uno studio dell’Onu sul tema, uscite sui media internazionali, interventi mirati a livello nazionale (puntando, nel caso dell’Italia, sul capo di gabinetto del ministro delle Politiche Agricole) e sulla piazza brussellese.
Avaaz ha già avuto modo di esultare, visto che è andato a vuoto il recente tentativo della Commissione Europea di concedere un permesso temporaneo alla commercializzazione.
La piattaforma ha dichiarato che la mancata decisione è il primo segnale che il “modello Monsanto” sta per essere messo in discussione.
A prescindere da come andrà a finire, è chiaro che le petizioni online e simili strumenti di mobilitazione amplificano notevolmente la capacità di una platea vastissima ma disorganizzata di soggetti di coalizzarsi e parlare con una voce sola.
Siamo indubbiamente di fronte a un esempio di quella che mi piace chiamare lobby 2.0.

* Professore di Strategie di Comunicazione, Luiss, Roma
Twitter @gcomin

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