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BANCHE 21 Giugno Giu 2016 1400 21 giugno 2016

Guardia di finanza in BpVi, le cose da sapere

Le Fiamme Gialle tornano a perquisire la banca. Il procuratore Cappelleri: «Trovati i documenti mancanti». Controlli sui fidi più ingenti, concessi alle società di Marchini, Fusillo e Degennaro.

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Banca popolare di Vicenza, nuove perquisizioni della Guardia di Fiananza.

Perquisizione in corso nella sede centrale della Banca Popolare di Vicenza. Gli agenti della Guardia di finanza sanno già cosa cercare: è la seconda volta che 'fanno visita' agli archivi dell'istituto di credito, a nove mesi di distanza dalla prima ricognizione. Nel mirino lettere e documenti relativi ai finanziamenti che la banca avrebbe concesso ai suoi clienti in cambio dell'acquisto di azioni e obbligazioni convertibili, erogando in caso di accettazione anche somme superiori agli importi richiesti. Una pratica già finita sotto la lente degli ispettori della Banca centrale europea e dell'Antitrust, oltre che della magistratura.
SEI EX MANAGER INDAGATI. Sei in tutto gli ex manager indagati, accusati di aggiotaggio e ostacolo agli organi di vigilanza: l'ex presidente della Banca Giovanni Zonin, l'ex direttore generale Samuele Sorato, i due vice Emanuele Giustini e Andrea Piazzetta, e i consiglieri di amministrazione Giuseppe Zigliotto e Giovanna Maria Dossena. Ecco le cose da sapere sulla presunta malagestione della banca, che sarebbe fallita senza l'intervento del fondo Atlante e che ha mandato in fumo i risparmi di 118 mila soci.
ALTRI QUATTRO INDAGATI A UDINE. Un secondo filone dell'inchiesta su BpVi interessa il Friuli. La procura di Udine, il 21 giugno, ha iscritto quattro persone nel registro degli indagati. Si tratterebbe di quattro direttori di filiale di Udine e provincia, accusati di truffa ai danni di tre clienti che avevano denunciato di essere stati indotti e condizionati all'acquisto di azioni.

Finanziamenti per 975 milioni di euro

Il filone principale dell’inchiesta si riferisce al periodo 2012-2014 e riguarda l’acquisto di azioni della banca tramite finanziamenti, per 975 milioni di euro, erogati agli azionisti dallo stesso istituto di credito, in misura tale da costituire violazione delle norme del diritto bancario.
IPOTESI AUTOFINANZIAMENTO. La banca, secondo l'accusa, avrebbe in sostanza finanziato una parte consistente del suo stesso capitale azionario, superando i limiti consentiti. BpVi, da parte sua, comunica di aver offerto una «piena e serena collaborazione con gli inquirenti». L’amministratore delegato, Francesco Iorio, ha affermato che «la banca è la prima ad essere interessata a fare chiarezza sul passato» e ha ribadito «il proprio impegno incondizionato a ristabilire quel clima di rinnovata trasparenza e fiducia necessario per proseguire nel rilancio».

La procura: «Trovati i documenti mancanti»

Il procuratore capo di Vicenza, Antonino Cappelleri, ha detto che le Fiamme Gialle hanno trovato i documenti che cercavano, necessari per «un confronto con quelli già oggetto della prima perquisizione». Si tratta, in particolare, della documentazione cartacea e informatica riguardante i finanziamenti concessi dagli ex vertici dell'isituto, sempre nel periodo 2012-2014. I finanzieri, però, con questa seconda perquisizione, si sono spinti fino a marzo 2015.
I FIDI PIÙ CONSISTENTI. L'elenco dei finanziamenti da vagliare comprende i fidi più consistenti, accordati per esempio al gruppo che fa capo all'imprenditore romano Alfio Marchini e ai gruppi baresi Fusillo e Degennaro. Cappelleri, in conferenza stampa, ha precisato che non ci sono nuovi indagati.

I prestiti alle società di Alfio Marchini

Gli ispettori della Banca d'Italia, a febbraio 2016, avevano segnalato alla procura l'esistenza di 60 milioni di euro della Banca Popolare di Vicenza transitati su alcuni fondi lussemburghesi e finiti poi alle società di Alfio Marchini, sebbene il gruppo non avesse restituito all'istituto di credito prestiti per 75 milioni.
MARCHINI: «SOLO FANGO ELETTORALE». L'imprenditore, candidato sindaco alle elezioni amministrative nella Capitale che hanno incoronato Virginia Raggi, ha successivamente ceduto immobili e aziende in un trust ai figli, per «metterli a riparo da eventuali problemi», come ha detto lui stesso nel corso della campagna elettorale. Marchini si è dichiarato parte lesa e ha liquidato come «fango elettorale» i sospetti sulla trasparenza dei fondi ricevuti. BpVi, sintetizzando al massimo, avrebbe fatto ricorso a triangolazioni di operazioni all’estero, per finanziare l'acquisto di azioni da parte del gruppo Marchini.

Il sostegno ai costruttori baresi Degennaro e Fusillo

Tra i beneficiari del sostegno dei fondi lussemburghesi con i soldi della BpVi, Bankitalia ha indicato ai magistrati di Vicenza anche i costruttori baresi Degennaro, che avrebbero ottenuto complessivamente 25 milioni di euro tramite la sottoscrizione di un prestito azionario.
FINANZIAMENTI BACIATI. Il settimanale L'Espresso, che si è occupato dell'inchiesta, ha scritto che i pubblici ministeri di Bari avevano chiesto il processo per Emanuele Degennaro, con «l'accusa di aver riciclato oltre 3 milioni di euro per conto di un clan mafioso». Il gruppo Fusillo, invece, con lo stesso sistema dei cosiddetti 'finanziameti baciati' (una sorta di trucco contabile che permette di simulare l’ingresso di risorse fresche, mentre in realtà si tratta degli stessi soldi che escono e rientrano dalle casse delle banche), avrebbe ricevuto finanziamenti per 50 milioni di euro.

Il ruolo dei fondi lussemburghesi

Secondo la procura, fra i beneficiari dell'impegno a ricomprare azioni BpVi con i soldi erogati dalla banca stessa ci sono tre fondi d’investimento esteri: Athena Capital Fund, Optimum Multistrategy I e Optimum Multistrategy II. Gli ultimi due avrebbero come cliente pressoché unico l'istituto di credito vicentino e farebbero capo alla società Optimum Asset Management, con base in Lussemburgo. BpVi vi avrebbe investito un tesoretto da 350 milioni di euro.
FONDI COME STRUMENTO DI LIQUIDITÀ. L’ipotesi su cui gli inquirenti stanno cercando di fare chiarezza è che i fondi fossero uno strumento di liquidità, con cui la banca assicurava il patto di garanzia e riacquisto dei titoli BpVi in mano ai clienti privilegiati che avevano sottoscritto gli aumenti di capitale. Tradotto: riserve offshore usate dalla Banca popolare di Vicenza per fare operazioni dall’estero senza passare dai canali 'tradizionali'. E che servivano come schermo per comprare azioni della banca stessa e finanziare l’acquisto di bond.

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