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BASSA MAREA 24 Giugno Giu 2016 0937 24 giugno 2016

L'Ue a un bivio: o rinasce o vincerà il nazionalismo

Non è facile riprendere l'iniziativa dopo la Brexit. Ma è l'unico modo per sopravvivere.

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L’Europa di Bruxelles perde i pezzi. Il neo-nazionalismo inglese (e non solo, anche quello italico) possono cantare vittoria.
Il Vecchio continente rischia di perdere se stesso. Troppi e troppo grandi i cambiamenti rispetto a quando l’Unione era un pilastro dell’Occidente e del capitalismo (sociale), trionfava nel 1989 con la fine del comunismo in Europa e la riunificazione tedesca, per trovarsi poi 20 anni dopo incolpata di tutti o quasi i cambiamenti che non piacciono e che i tempi ci impongono, dal lavoro che scarseggia ai soldi che mancano alle regole che ci opprimono agli immigrati che incalzano.
ORA L'UE DEVE RIPREDERE L'INIZIATIVA. E che fa l’Europa? Se lo chiede il pensionato preoccupato per il suo assegno, da noi come nell’East Anglia, come se i guai non ci fossero se non ci fosse Bruxelles.
Non è facile riprendere l’iniziativa e far vedere quello che l’Ue riesce a fare, in tempi difficili, oltre le interminabili maratone ministeriali. Ma questa è la strada che gli europei, e per primi i Paesi dell’euro, devono ora percorrere.
«Ci fanno mangiare i maiali danesi e i pomodori olandesi: è uno schifo», sentenziava in questi giorni in un bar della Riviera ligure una barista fieramente anti-Ue, e che tifava per la Brexit. Fra i tanti antieuropeismi, conta in Italia anche quello culinario. Inutile ricordargli la Storia, 70 anni di pace in un continente che è stato nel 900 il mattatoio del mondo, i vantaggi del mercato unico. I vantaggi dell’euro? «L’euro ci affama, signore mio, ci affama. E l’Europa ci manda gli immigrati».
IL TRIONFO DELLA DEMAGOGIA ANTI-EUROPEA. L’Europa è ormai come il governo del “piove, governo ladro”. Anche l’ultimo demagogo, se parla male dell’Ue, ha un seguito.
«L’uomo è una creatura che fa la Storia ma non può ripetere il suo passato né dimenticarselo», diceva il poeta inglese W.H. Auden, e oggi non si può dimenticare che Charles De Gaulle l’aveva detto, quando per oltre 10 anni bloccò la domanda di adesione britannica al Mercato comune: se gli inglesi entrano, sarà per distruggere la nostra Europa dall’interno.
Non è un inglese generico ad avere votato per il Leave, 'l'andiamocene'. Scozia e Irlanda del Nord sono a netta maggioranza per il Remain, e questo indica quanto il Regno Unito sia diviso.
Subito si parla di ripetere il referendum scozzese sulla secessione perso dai nazionalisti scozzesi nel settembre 2014.
Ha votato Leave il piccolo inglese della nice cup of tea del local pub al venerdì sera e della gita domenicale a Brighton. Anche lui non può dimenticare la sua storia, che ha sempre visto “il continente” con fastidio e disprezzo e una insularità a tutta prova. «Quattro anni in Francia non sono bastati a fargli apprezzare un buon bicchiere di vino», diceva George Orwell dei suoi connazionali reduci dalla Prima guerra mondiale. Fastidio (e paura) dei tedeschi, disprezzo dei francesi, ilarità di fronte agli italiani.

Il nazionalismo ora soffia più forte su tutta l'Europa

Secondo Caelainn Barr, l’esperta di statistica del Guardian, una chiara discriminante nel voto è stata, oltre alla geografia (Scozia e Irlanda del Nord ben diverse dall’Inghilterra nei risultati), il livello di istruzione: il Leave ha vinto e a volte stravinto là dove la scolarità media è più bassa.
I secessionisti inglesi - più inglesi che britannici visto il voto decisamente pro-Europa della Scozia e le immediate richieste di referendum locali per decidere se restare o no nel Regno Unito - hanno così rovesciato la netta sconfitta nel primo referendum sull’Europa. Fu nel 1975, voluto allora dai laburisti, sospettosi della Bruxelles tecnocratica, e perso malamente dagli anti euro, e la partita dopo oltre 40 anni è chiusa.
NESSUN POLITICO DI GRANDEZZA PER IL REMAIN. Fra i motivi, secondo James Forsyth dello Spectator, il fatto che nessun politico di prima grandezza schierato con il Remain sia riuscito a parlare alla working class è la prima ragione della sconfitta, che coinvolge pesantemente i laburisti, questa volta favorevoli all’Europa.
All’alba si temeva che Londra potesse decidere di chiudere oggi i mercati per evitare un bagno di sangue dopo che Tokyo e tutta l’Asia hanno avuto sui risultati del referendum sbalzi fortissimi e nette perdite.
Le sirene del nazionalismo continueranno a cantare, i guai e le sgradevoli novità non mancheranno in un continente che ha frontiere sicure solo a Nord e a Ovest e guai crescenti a Est e soprattutto a Sud-Est e a Sud, quel Sud che è in gran parte il nostro, e la voglia di dare sempre la colpa all’Europa – anche quando non ne ha – sarà lunga a morire.
Crescerà la voglia di dare risposte nazionali, l’unico linguaggio che milioni di europei allevati da tre secoli di nazionalismo e, in Italia, da un tenace campanilismo, e coltivati da qualche tempo da una nuova generazione di nazionalisti (lo si chiama populismo, ma è nazionalismo) sembrano intendere.
Nazioni, culture, campanili sono vitali e identitari, ma vanno portati a misura di un continente piuttosto piccolo, un’isola di (relativo) benessere accerchiata, attraversabile oggi quasi tutta in un giorno o poco più di auto da Sud a Nord e da Est a Ovest, ma che per molti sembra ancora, nonostante 65 anni di istituzioni comuni, una terra incognita.
Il campanilismo, padano o neoborbonico, per restare a modelli di casa nostra, ha il grande fascino della chiarezza e della semplicità alla portata di tutti.
ORA BRUXELLES DEVE PARLARE CHIARO E SEMPLICE. Se l’Europa di Bruxelles e per prima quella dell’euro non riuscirà a parlare in modo chiaro e semplice sarà difficile far ragionare con il cervello e non con il fegato.
I costi sarebbero enormi. Intanto vedremo quanto tempo e fatica costerà al Regno Unito, se resterà unito, ripulire i detriti di questa grande battaglia e ritrovare il proprio posto nel mondo. L’Independence Day tanto caro a Boris Johnson, che ora chiederà la premiership a Cameron, e a Nigel Farage leader dell’Ukip, c’è stato. Ora bisogna onorare il conto.
Per noi è una perdita grandissima. Ma non sul fronte della chiarezza. In fondo, Brexit o non Brexit, Londra era già isolata in senso all’Unione.
Al Consiglio, mentre dal 2004 al 2009 si trovava nella minoranza sconfitta il 2,6% dei casi, tra il 2009 e il 2015 la proporzione saliva al 12,3% secondo l’analisi di VoteWatch, un database sui comportamenti di voto.
Ancora più netta la cosa al Parlamento europeo. Non si può dire che il referendum sia stato un fulmine a ciel sereno. In fondo certi inglesi, a partire da Boris Johnson che chi scrive ha conosciuto benissimo da giornalista a Bruxelles, dove è cresciuto e ha studiato – suo padre era funzionario della Commissione - stanno bene solo nella loro isola.
Ma non rallegriamoci troppo perché il voto inglese ha fatto chiarezza: il messaggio, potente, rilancia la forza del nazionalismo in un continente che per due volte a memoria d’uomo di nazionalismo ha rischiato di morire.

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