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BUSINESS 25 Giugno Giu 2016 0848 25 giugno 2016

Londra contesa tra Dublino, Francoforte e Parigi

Dopo la Brexit, banche e fondi pronti a lasciare la piazza finanziaria inglese. Aspettano sgravi dai Paesi Ue. La Francia è la più attiva. Ma Wall Street chiama.

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Soltanto tre mesi fa l’Europa festeggiava la borsa anglo–tedesca che avrebbe dovuto mettere le mani sui soldi degli investitori di New York, Pechino o Sidney.
Perché con la funzione tra il London Stock Exchange e la Deutsche Börse nasceva la principale piazza finanziaria al mondo: un giro d’affari di 20 miliardi di euro, quasi 4 miliardi di ricavi sicuri, capitalizzazione da 6,7 miliardi, 9 mila dipendenti al soldo di un altro migliaio di banche e fondi.
Ma adesso, dopo la Brexit e l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, non se ne farà più niente.
UNO STRUMENTO DI PRESSIONE SU LONDRA. In teoria gli azionisti delle due parti si erano dati appuntamento a dopo il voto per approvare il deal. In pratica dovrebbero rimandare tutto.
Perché prima il Regno Unito dovrà rinegoziare – da qui ai prossimi due anni – il suo rapporto con i suoi principali regolatori europei.
In quest’ottica fa un effetto il «Out is out, in is in» (fuori è fuori, dentro è dentro), ripetuto in più occasioni da Jean Claude Juncker, Angela Merkel e Françoise Hollande.
La maggiore arma di pressione che ha la comunità europea su Londra è proprio giocare con il futuro della sua piazza finanziaria.
FUGA VERSO WALL STREET. Stefano Caselli, economista e docente di economia finanziaria, ha spiegato che «per volumi, conoscenze e abitudini sarà difficile spostare la piazza di Londra in altri capitali europee».
Il bocconiano vede naturale un trasferimento di asset e personale verso Wall Street. E la stessa idea l’ha fatta balenare Lloyd Blankfein, presidente e amministratore delegato di Goldman Sachs, colosso del banking con sede legale a New York.
Il banchiere ha spiegato di non vedere l’ora «di lavorare con le autorità competenti, quando i termini della uscita del Regno Unito diventeranno chiari. Ma il nostro obiettivo restano sempre i clienti».

La contesa tra gli europei per le spoglie della City

In senso orario: Deutsche Bank, Banco Santander, Banif, Citibank e Jp Morgan.

Nonostante i mercati sembrino guardare all’altra sponda dell’Atlantico, i governi europei già provano a spartirsi le spoglie della Borsa di Londra.
Il più sfacciato su questo versante è stato Emmanuel Macron, ministro francese delle Finanze ed ex banchiere. Al Financial Times ha annunciato lo «stendimento di un tappeto rosso per tutte le istituzioni finanziarie che, danneggiate dall’incerto accesso al mercato unico in uno scenario post-Brexit, fuggiranno dalla City».
Infatti starebbe già studiando un pacchetto con bonus fiscali e minori oneri burocratici di quelli imposti alle aziende finanziarie di casa.
LA VICINA DUBLINO. In questa contesa – almeno in teoria – dovrebbe essere avvantaggiata la vicina Irlanda. Che già permette ai fondi di diritto comune di vendere prodotti a una tassazione avvantaggiata.
A Dublino hanno già fatto sapere di volersi soostare Hsbc e Jp Morgan, pronte a trasferire lì tra due e 4 mila dipendenti.
Ma ogni proposito potrebbe fallire perché l’Irlanda sta ora uscendo dal salvataggio pilotato dalla commissione europea, che ha evitato che il Paese andasse a gambe all’aria e che oggi potrebbe bloccare normative di vantaggio per il settore.
LA SPINTA DI FRANCOFORTE. Per la cronaca, anche quello che rimane della Borsa italiana vorrebbe approfittare della crisi del Lse (London stock exchange) per recuperare un barlume di indipendenza. Soprattutto sfruttando il fatto che le aziende dovranno essere costrette a rivolgersi all’equity per crescere, visto che le banche faranno sempre più fatica a dare credito.
Ma ogni velleità potrebbe essere frenata dalle ambizioni tedesche. Che finiscono confondersi con le future mosse della maggiore banca del Paese.
Nei giorni scorsi il ceo di Deutsche Bank, John Cryan, ha avvertito che avrebbe riportato a Francoforte parte dei 9 mila dipendenti oggi di stanza a Londra.
LONDRA CERCA DI RESISTERE. Intanto, nella capitale inglese, monta la paura. Anche se i broker locali sono meno pessimisti. E non credono alle stime pessimistiche girate nei giorni precedenti al referendum, che vogliono licenziati 70 mila dei 100 mila operatori.
Soprattutto fa ben sperare l’andamento registrato prima dal voto dal Footsie100. L’indice, che per la maggioranza è composto da aziende della old economy altamente esportatrici, ha visto crescere la sua esposizione sui titoli legati allo Stock600 europeo.
L’assunto degli investitori è molto semplice: con la Brexit crolla la sterlina e schizzano in alto le esportazioni. Con i titoli di riferimento che, nella fase di transizione, quando non potranno scattare i dazi minacciati dalla Germania, sono destinati a salire.

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