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FOCUS 26 Giugno Giu 2016 1500 26 giugno 2016

Codice Appalti, come funziona il modello francese

Dibattito pubblico obbligatorio su opere oltre i 300 mln. Coinvolgendo i cittadini, si evitano le proteste. Come per la Tav. Il modello d'Oltralpe che intriga l'Italia.

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Flessibilità, semplificazione, efficienza.
Queste le parole chiave utilizzate dal governo per presentare ufficialmente il nuovo Codice Appalti.
Ma uno degli snodi cruciali della riforma potrebbe essere racchiuso in un altro concetto: quello di partecipazione.
PROCESSO PARTECIPATIVO. La normativa consiste nell’istituzione di un “dibattito pubblico” sulle grandi opere nazionali, che abbiano rilevanza sociale e ambientale.
Si tratta di un processo partecipativo, ispirato alla legge francese del débat public, e prevede di ascoltare le opinioni di tutti i soggetti in gioco in un’opera, coinvolgendoli nella pianificazione.
Cittadini, associazioni ambientali, proponente e istituzioni locali: tutti sono chiamati a discutere dell’opportunità del progetto, dei suoi punti deboli e delle possibili migliorie da apportare.
UN ANNO PER I DETTAGLI. Il débat public italiano non potrà essere utilizzato sino a che non saranno definiti i “criteri per l’individuazione delle opere”, attraverso un decreto del premier.
In pratica, entro il 18 aprile 2017, si dovrà stabilire per quali situazioni utilizzare il dibattito pubblico, quale sarà il limite minimo di spesa per attivare la procedura e la sua obbligatorietà per legge.
Un anno per definire i dettagli, quindi, con le intenzioni del legislatore che sembrano fortemente orientate verso il modello d’Oltralpe.
Ma cosa prevede realmente l’esperienza francese?

Débat public obbligatorio per le opere oltre i 300 milioni

Il presidente francese François Hollande.

Il riferimento dei dibattiti è la Commission Nationale du Débat Public (Cndp), un’autorità amministrativa indipendente che ha il compito di sottoporre a discussione pubblica i progetti di costruzione delle grandi opere: il processo è obbligatorio per quelle sopra i 300 milioni di euro.
Chi propone un progetto ha sei mesi di tempo per redigere un testo, in cui spiegare chiaramente dettagli e caratteristiche dell’opera, rendendolo comprensibile anche ai non addetti ai lavori.
Da quel momento il dibattito dura quattro mesi, intorno a tavoli di confronto preparati da professionisti della mediazione.
VALORE CONSULTIVO. Le proposte così create sono raccolte dalla Cndp, hanno valore consultivo e ritornano a chi presenta il progetto.
«Il tempo speso in queste sedi ha un valore inestimabile, e le opere che nascono dopo un confronto di débat public hanno almeno tre grandi punti di forza», spiega a Lettera43.it Ilaria Casillo, esperta di metodologie partecipative, nominata di recente alla vicepresidenza del Cndp dal presidente François Hollande. «Da una parte permettono di guadagnare tempo perché le preoccupazioni di tutti vengono ascoltate prima che il progetto prenda il via, e le tempistiche sono ben definite».
MAGGIORE LEGITTIMITÀ. Inoltre, «gli spazi di discussione non sono soltanto un modo per tranquillizzare i cittadini, ma anche un'occasione per apportare modifiche vere e proprie. Nel passato alcune opere sono state notevolmente migliorate, anche su piani squisitamente tecnici, cui i committenti non avevano pensato».
Dal punto di vista pratico, poi, le opere che nascono con il débat public godono di una maggiore legittimità: «Se nel processo partecipativo emergono le preoccupazioni e i punti di vista delle diverse parti, anche quelle dei semplici cittadini, le opere subiranno molte meno contestazioni e proteste. A patto di non provare a legittimare decisioni già prese».

Tav: in Francia il dibattito smorza le polemiche

Il cantiere della Tav.

Il prezzo da pagare quando la scelta di un’opera è imposta dall’alto, e il dialogo precluso, ha un nome e una sigla: si chiama sindrome Nimby (Not in my backyard, letteralmente “Non nel mio cortile”).
Il caso più emblematico è quello della Tav Torino-Lione.
IL CASO (OPPOSTO) DI NIZZA. Le discussioni ci sono state anche sul tratto francese, ma il débat public ha aiutato a non far nascere conflitti come quelli visti in Val di Susa.
Se le opere sono portate avanti senza ascoltare il parere dei cittadini, i problemi sorgono anche in Francia.
A Nantes, ad esempio, era in cantiere la costruzione di un aeroporto internazionale. Si è passati attraverso un processo di consultazione pubblica, ma i pareri dei residenti sono stati ignorati e adesso la zona si ritrova permanentemente occupata.
356 CASI DI PROTESTE. Secondo Alessandro Beulcke, presidente di Aris e dell’osservatorio Nimby Forum che si occupa di monitorare le opere contestate in Italia, nel 2015 sono stati registrati 356 casi di proteste che riguardano infrastrutture di ogni genere e tipo.
«Non abbiamo dati per confrontare il fenomeno Nimby in relazione ad altri Paesi, ma il problema è sicuramente normativo», spiega Beulcke. «Mancano dei momenti strutturati di confronto con i cittadini, come ad esempio il dibattito pubblico francese. Esistono degli operatori virtuosi che cominciano il progetto di débat public volontariamente, ma serve una norma nazionale che regoli il tutto. Ce lo chiedono anche le aziende private che vogliono investire seriamente in progetti di infrastruttura».
LA TOSCANA INDICA LA VIA. Alcune esperienze regionali già prevedono dei processi partecipativi: un esempio è quello della Toscana, con una legge ad hoc del 2007.
Nella regione, spiega Casillo, è stata istituita «una cassa per finanziare idee alternative, proposte direttamente da gruppi di cittadini, come nell’esempio del quartiere San Salvi a Firenze».
Partecipazione destrutturata e dal basso, in grado però di portare energie nuove e dare attenzione alla cura del territorio.
Chissà che non sia la giusta ricetta per innovare e declinare un débat public tutto all’italiana.

Twitter @ale_vvi

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