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DOPO LA BREXIT 27 Giugno Giu 2016 1753 27 giugno 2016

Per salvare le banche Renzi apre alla Troika

Roma teme l'effetto Brexit sugli istituti. Per ricapitalizzarli servono 40 miliardi. La soluzione? Attingere al Salva-Stati. E accettare il monitoraggio Ue-Bce-Fmi.

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L'esterno del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue.

Matteo Renzi deve riportare le lancette della storia indietro di cinque anni.
Per accettare quello che Silvio Berlusconi prima e Mario Monti poi rifiutarono sdegnosamente: soldi dall’Europa per ricapitalizzare e rafforzare le banche italiane.
Soltanto per intervenire sul capitale di Unicredit, Carige e forse Montepaschi serviranno 15 miliardi di euro. Ma il buco è più grande perché, come ha segnalato l’economista Francesco Giavazzi riferendosi soltanto al problema delle sofferenze, «l’entità dell’intervento necessario è considerevole, circa 40 miliardi di euro».
E in Italia, come dimostra il fatto che il fondo Atlante ha bruciato quasi tutte le sue risorse a disposizione per salvare Popolare di Vicenza e Veneto Banca, nessuno – Stato compreso – può accollarsi operazioni simili.
L'ESCAMOTAGE DEL BAIL IN. La direttiva Bank recovery and resolution directive (Brrd) – quella che prevede che il salvataggio bancario ricada sulle spalle, nell’ordine, di azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi superiori ai 100 mila euro – prevede che uno Stato possa intervenire sulle proprie banche senza ripercussioni soltanto in caso di grandi cataclismi economici.
Cioè, senza far scattare il commissariamento come accaduto per Etruria, BancaMarche, Carife e Carichieti.
Con 200 miliardi di sofferenze e le banche che hanno perso in Borsa un quinto della loro capitalizzazione, l’Italia può reclamare lo status d’emergenza.
IL RICORSO ALL'ESM. Ma come dimostrano i casi delle quattro popolari, ha pur sempre le mani legate perché non può affidarsi al fondo di risoluzione nazionale.
Da qui la soluzione, seguendo quello che è stato fatto in Spagna: far scendere in campo il Fondo Salva Stati Esm. Meccanismo che ha oltre 300 miliardi in cassa e può recuperare il necessario con emissioni riservate a tassi contenuti vista la sua tripla A.
Non scatterebbe il fallimento pilotato, ma Renzi dovrebbe accettare lo sbarco della Troika in Italia.
Nel 2011 quest’opzione spinse Berlusconi, Monti e il governatore di Bankitalia Ignazio Visco a dire che si poteva fare da soli.
I LIMITI DEL TESORO. Il problema si supera soltanto con la soluzione più radicale.
Proprio per la mancanza di munizioni, nei vertici a tre tra Renzi e i ministri Padoan e Calenda, tutte le soluzioni domestiche sono viste con molta sufficienza.
Darebbero risultati limitati misure come l'ampliamento della garanzia sui non performing loans (Npl), emissioni ad hoc di bond oppure un fondo parallelo a quello Atlante con la collaborazione di Cassa Depositi e Prestiti.
Ma serve anche il placet degli alleati.

Italia, Germania e Italia non vogliono accelerare la Brexit

Matteo Renzi e Angela Merkel.

In quest’ottica - quella di salvare le banche italiane dall’onda lunga della Brexit – sono fondamentali sia la cena tra Angela Merkel, François Hollande e Matteo Renzi che si è tenuta il 27 gugno, ma anche il Consiglio europeo del 28.
In teoria i leader di Germania, Francia e Italia vogliono mandare subito un segnale ai cittadini europei e ai mercati che la Ue non è soltanto rigore.
TRE DOSSIER SUL TAVOLO. Anche dopo il triangolare di Berlino tre sono i dossier allo studio degli sherpa dei governi: il Bail in per la risoluzione delle crisi bancarie, il fiscal compact e la flessibilità sugli obiettivi finanziari. Da applicare in maniera più blanda o da congelare.
In pratica, le posizioni tra Berlino, Parigi e Roma sul punto sono abbastanza distanti. Renzi e Hollande vogliono concludere le riforme bloccate da David Cameron, come la creazione di una garanzia unica sui depositi bancari.
Renzi e Merkel non vogliono, come il presidente francese, accelerare la Brexit.
IL FRONTE INTERNO ANTI-MERKEL. Soprattutto la leader tedesca ha margini di manovra molto stretti per gestire le questioni economiche finanziarie.
Lars Feld, uno dei saggi economici della Merkel e che è più in linea con i falchi Weidmann e Schäuble, ha spiegato al Quotidiano Nazionale: «La Germania non cambierà posizione sull'unione bancaria; è invece importante che l'Italia rispetti pienamente le regole esistenti, è l'unico Paese riluttante ad applicare il Bail in».
E ancora: «Il nostro governo deve suggerire paletti più chiari alle regole fiscali perché molta insoddisfazione dei tedeschi verso l'Ue è dovuta proprio all'insufficiente applicazione delle regole da parte della Commissione. La Germania deve stare attenta a non farsi dominare dal Club Med. Adesso è l'unico grande Paese nell'Ue a essere market friendly come la Gran Bretagna».
NUOVA FLESSIBILITÀ. I colossi bancari di tutto il Vecchio Continente e i politici dell’Europa mediterranea sperano ancora in un colpo di reni dell’ultim’ora, per congelare il Bail in. Ipotesi smentita nelle scorse ore dal Tesoro.
Tutto è in altro mare. A quanto pare al vertice tra le tre grandi potenze europee sono stati sbloccati – o c'è stata una promessa che va in questa direzione – soltanto pezzi di nuova flessibilità per Roma e Parigi. Ma è probabile che alla fine del Consiglio d’Europa i leader di questi due Paesi accelerino sui dossier che oggi sono soltanto allo studio: bail in e piano Juncker.
Allora si darà davvero mandato all’Eba e alla commissione per studiare quali realtà finanziarie possano essere esentate dalla direttiva Brrd.
Partirà quella manutenzione del trattato fiscale, con l’obiettivo debito che sarà ricalcolato in base alle possibilità dei singoli Stati. Ben sapendo però, ed è quello che ripetono in tutte le cancellerie del Vecchio Continente, che l'Italia da sola non riuscirà a risolvere da sola i problemi delle sua banche. E in quest'ottica si potrebbe accettare anche la supervisione della Troijka.

  • Modificato alle 11 del 28 giugno

Twitter @FrrrrrPacifico

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