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INTERVISTA 27 Giugno Giu 2016 1443 27 giugno 2016

Vitucci: «Le banche tornino a gestire le sofferenze»

Renzi pensa all'intervento statale. Ma è una necessità soltanto per pochi istituti. Gli altri? «Facciano dei Npl un core business». Vitucci di Nomisma a Lettera43.

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La Brexit spinge il governo Renzi e le banche italiane a correre ai ripari.
I fronti sui cui agire sono sempre due: favorire la ricapitalizzazione degli istituti in difficoltà, garantendo un salvagente che tuteli i risparmiatori. E risolvere (finalmente) un problema che si trascina per lo meno dal 2008, cioè dal giorno successivo al fallimento della Lehman Brothers: alleviare il peso dei crediti deteriorati e delle sofferenze sul sistema creditizio.
L'esecutivo non esclude interventi diretti nel capitale delle banche, diversi caso per caso, mentre Ubi Banca, quinto gruppo italiano per numero di sportelli, ha presentato un nuovo Piano industriale che alza la copertura dei crediti deteriorati (dal 37,8 al 43,3%) e delle sofferenze (dal 52,6 al 58%). Una manovra da 850 milioni di euro (che prevede anche 2.750 esuberi).
«Non abbiamo bisogno di capitale, ma anzi andiamo a generarlo», ha detto il Ceo di Ubi, Victor Massiah.
UN NUOVO CORE BUSINESS? Di sicuro c'è che, dopo la Brexit, le nuove turbolenze sui mercati finanziari richiedono soluzioni non più rinviabili. «Se l'Italia avesse avuto un atteggiamento di presa d'atto del problema, in tempi in cui era possibile attingere a fondi europei per mettere a posto il sistema bancario, sarebbe stato meglio», spiega a Lettera43.it Michele Vitucci, esperto del settore e consulente di Nomisma. «Ricorrere al fondo Salva-stati, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato, anziché cullarsi nell'idea che il sistema fosse solido, sarebbe stato pur sempre preferibile al bail in».
Del resto, se un mercato italiano delle sofferenze stenta a vedere la luce, per Vitucci, non è un caso: «Domanda e offerta non s'incontrano. Il valore che gli investitori potenzialmente interessati attribuiscono a questi asset è molto inferiore alle valutazioni delle banche stesse».
La vera alternativa alla vendita, per le banche, sarebbe «tornare a gestire le sofferenze. Se sono davvero convinte di avere del valore nei loro bilanci, perché non trasformarlo in un 'nuovo' core business?».

Nel riquadro, Michele Vitucci.

DOMANDA. Nel 2015 il Fondo monetario internazionale proponeva una soluzione di mercato per le sofferenze bancarie italiane. Post-Brexit quella ricetta è ancora valida?
RISPOSTA. All'epoca la contrapposizione era con la creazione di una bad bank. Il Fmi proponeva interventi più strutturali, più incisivi, non legati a eventi imprevedibili come la Brexit. Direi quindi che quella ricetta è ancora valida.
D. Oggi, però, il governo ipotizza un ingresso diretto dello Stato nel capitale delle banche...
R.
Per alcuni istituti di credito, dopo la Brexit, più che un'alternativa al mercato questa potrebbe essere una necessità. Le banche che già erano deboli prima, adesso lo sono ancora di più. Il problema della capitalizzazione esiste a prescindere, la Brexit non fa altro che esasperarlo.
D. Che forma potrebbe prendere l'intervento pubblico?
R.
Al momento se ne sa troppo poco per fare previsioni. I provvedimenti, una volta scritti, vanno letti con attenzione. Il problema di fondo, però, è sempre lo stesso: chi paga? Guardi ad esempio cosa è stato fatto con il fondo Atlante. Il capitale a disposizione, fornito da soggetti privati, doveva servire per intervenire anche sulle sofferenze bancarie. Alla fine è stato assorbito quasi per intero dagli aumenti della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca.
D. Sarebbe stato meglio muoversi prima?
R. Se l'Italia avesse avuto un atteggiamento di presa d'atto del problema, in tempi in cui era possibile attingere a fondi europei per mettere a posto il sistema bancario, sarebbe stato meglio. Anziché continuare a ribadire, come una mantra, 'il nostro sistema bancario è solido', l'Italia avrebbe potuto ricorrere al fondo Salva-stati come ha fatto, per esempio, la Spagna.
D. E sottostare così alle prescrizioni della Troika?
R.
Innanzitutto, sarebbe stato necessario riconoscere il problema. In secondo luogo aderire alle richieste delle istituzioni. Poi, però, è arrivato il bail in. Gli spazi di manovra si sono notevolmente ridotti. Anche le banche tedesche hanno dei problemi, beninteso. Ma la Germania non ha il nostro debito pubblico.
D. Congelare o rivedere il bail il in sede europea le sembra una prospettiva credibile?
R.
La Brexit apre scenari che potrebbero essere considerati eccezionali. Occorre capire se i trattati offrono qualche spiraglio, se è possibile attivare le clausole previste solo in caso di stress sistemici. In un certo senso, da questo punto di vista, l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione europea potrebbe aiutare.
D. E favorire lo sviluppo di un mercato delle sofferenze bancarie?
R.
Bisogna capire se c'è la volontà politica di andare in questa direzione, oppure se si vuole continuare come si è fatto finora, cercando espedienti per aggirare il problema. Va fatta una scelta di fondo, che diventa tanto più necessaria nella misura in cui, laddove ci fosse un mark to market delle sofferenze bancarie, le esigenze di capitale richiesto sarebbero ingenti.
D. Perché?
R.
La nascita di un mercato delle sofferenze è legata al fatto che si prenda atto del loro valore. Se gli investitori le valutano meno della metà rispetto ai nostri istituti di credito, non si può far finta che non sia così. Il mercato lavora per generare profitti, non per sanare le ferite del sistema. Entrare in un mercato a rischio, come quello delle sofferenze bancarie, non è beneficenza.
D. Quanti sono gli operatori potenzialmente interessati?
R. Tantissimi. Io facevo parte del settore 10 anni fa, oggi lo osservo. Ci sono molti nuovi operatori che desiderano investire. Visti i tassi d'interesse negativi, gli investitori istituzionali sono alla ricerca di nuove opportunità per allocare il capitale. Le sofferenze sono una delle destinazioni possibili. Di fatto, però, non si sono ancora viste grosse operazioni. Si cedono solo portafogli selezionati, di importi relativamente piccoli.
D. Per quale ragione?
R. Domanda e offerta per ora non s'incontrano. Il valore che gli investitori potenzialmente interessati attribuiscono a questi asset è molto inferiore alle valutazioni delle banche stesse. Quasi tutte, al termine delle operazioni di vendita, si ritroverebbero ad avere bisogno di forti iniezioni di capitale. È per questo che non vendono. Le banche, però, avrebbero una terza via da percorrere.
D. Quale?
R.
L'alternativa alla vendita delle sofferenze, secondo me quella più valida, è tornare a gestirle. Se le banche sono davvero convinte di avere del valore nei loro bilanci, perché non trasformarlo in un 'nuovo' core business?
D. Addirittura?
R.
Sì. L'alternativa alla dismissione è una gestione seria. Per le banche potrebbe rappresentare una soluzione, anche rispetto all'inevitabile cambiamento del loro modello di business, che è comunque in crisi.
D. A cosa si riferisce?
R. L'attività che un tempo era caratteristica delle banche non esiste quasi più, perché non c'è più margine d'interesse. Finanziarsi a un certo tasso per poi prestare soldi al mercato, alle imprese e alle famiglie, a un tasso superiore, è diventato quasi impossibile. I bilanci attuali delle banche sono fatti di servizi, trading e investimenti. In quest'ottica, può diventare interessante riappropriarsi della gestione delle sofferenze.
D. In che modo?
R.
Quasi tutte le banche si sono disfatte dei dipartimenti che erano deputati al recupero del credito. Quasi tutte, comprese Intesa Sanpaolo e Unicredit, hanno fatto operazioni di questo tipo: prima li hanno scorporati, creando business unit corrispondenti a determinate entità giuridiche. Poi hanno venduto queste entità. Oggi che il modello di business tradizionale della banca è entrato in crisi, oggi che l'era digitale significa anche necessità ridotte di avere sportelli sul territorio, le banche potrebbero tornare a impiegare parte dei loro dipendenti nel recupero del credito. Certo, sono necessarie delle competenze. Però, se le banche ritengono che in quei 200 miliardi di sofferenze ci sia del valore, allora forse è il caso di dedicare risorse umane specifiche al loro recupero.
D. Ma questo valore c'è, secondo lei?
R. Non c'è una risposta univoca a questa domanda. Occorre esaminare i casi dei singoli istituti. Di certo non è un mutuo residenziale che combina guai nei bilanci delle banche. I problemi più rilevanti sono causati da operazioni di sviluppo immobiliare che si sono interrotte. E in questi casi la famosa 'garanzia immobiliare' diventa piuttosto sfuggente.
D. Perché?
R. Perché al netto di tutti i problemi del mercato immobiliare, non stiamo parlando nemmeno di un immobile, ma di un immobile in divenire. Cioè di un progetto di sviluppo che si è interrotto a metà strada. Queste sofferenze sono molto complicate. Richiedono ulteriori capitali, che l'imprenditore iniziale non ha più, perché nel frattempo prababilmente è fallito. E sono quasi sempre incardinate in procedure esecutive o fallimentari. Ecco perché recuperarle è molto complesso.
D. All'estero come vengono gestiti i Npl?
R. In altri Paesi il problema delle sofferenze è più facile da gestire, perché la repossesion è molto più veloce. Noi abbiamo appena introdotto il patto marciano. Finora in Italia chi era proprietario dei muri, anche se insolvente, restava proprietario dei muri. Altrove, Stati Uniti compresi, una repossession più rapida ha consentito la creazione di un mercato secondario delle sofferenze, ad esempio tramite la loro cartolarizzazione. Si tratta però di contesti in cui l'esigenza di dare liquidità al mercato è meno sentita. Perhcé la banca riacquista la proprietà dell'immobile e poi lo vende sul mercato. E la sofferenza finisce qui.

Twitter @davidegangale

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