Confartigianato 140610125152
FISCO 28 Giugno Giu 2016 1122 28 giugno 2016

Confartigianato, alle imprese servono 269 ore per pagare le tasse

Il presidente Giorgio Merletti: la differenza del carico fiscale «tra Italia e Ue è troppo elevato: 28 miliardi nel 2015. Gli italiani pagano 461 euro di impostea testa in più l'anno rispetto alla media europea».

  • ...

Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti.

La differenza del carico fiscale «tra Italia e Ue è sempre troppo elevato: 28 miliardi nel 2015. In pratica, gli italiani pagano 461 euro di tasse a testa in più l'anno rispetto alla media europea. E la somma di tutte le imposte e tasse pagate dall'impresa al lordo dei profitti, è pari al 64,8%, il più alto in Europa». A lanciare il monito è il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti, che ritiene positive ma non sufficienti le misure adottate per attenuare il carico fiscale sulle imprese.
269 ORE PER GESTIRE GLI ADEMPIMENTI. Merletti precisa: «Non vediamo ancora i tanto attesi effetti concreti della riforma della pubblica amministrazione all'insegna della semplificazione. Tanti decreti Madia che si susseguono, ma scarsi o nulli effetti di reale cambiamento». Per l'86% degli imprenditori resta la complessità delle procedure amministrative. L'Italia è lontana dalla media del 62% registrata nell'Ue. Solo per gestire gli adempimenti fiscali servono 269 ore l'anno, 92 ore in più rispetto alla media dei Paesi Ocse.
METTERE MANO AL CUNEO FISCALE. Sul fronte del lavoro, prosegue Merletti, «abbiamo apprezzato le misure varate dal Governo con il Jobs Act ma non possiamo non rimarcare il profondo gap che ci divide dai maggiori Paesi industrializzati: in Italia il cuneo fiscale sul costo del lavoro dipendente arriva al 49% e supera di 13 punti la media Ocse. Con queste percentuali è davvero difficile rimettere in moto l'occupazione».
MERLETTI: «ATTUARE LE NORME». «Ci aspettiamo che nella prossima legge di stabilità siano attuate quelle misure di semplificazione e riduzione degli oneri previste nella delega fiscale e finora rimaste inattuate»; tra cui tassare i redditi delle imprese in contabilità semplificata secondo il criterio di cassa e non di competenza per poter pagare le tasse dopo l'incasso delle fatture; consentire la deducibilità totale dell'Imu sugli immobili strumentali; unificare Imu e Tasi in una imposta unica sui servizi; introdurre l'Iri, la nuova imposta sul reddito d'impresa, per dare concreti benefici fiscali a chi reinveste gli utili nella propria azienda.
«RIPENSARE GLI STUDI DI SETTORE». Inoltre «è necessario ripensare gli studi di settore. Il Governo, con le indicazioni di politica fiscale 2016-2017 emanate dal ministro dell'Economia Padoan, si è impegnato a revisionare gli studi per semplificarli e renderli più efficaci e attendibili. È l'occasione giusta -per ritrovare le finalità che li ispirarono nel 1993 e farli tornare, da armi di accertamento automatico, a strumenti per rafforzare la compliance con l'Amministrazione finanziaria, premiare la fedeltà fiscale, ridurre la pressione sugli imprenditori e migliorare la loro capacità produttiva».
65 MLD DI CREDITI VERSO LA PA. Merletti ricorda anche che con gli enti pubblici gli imprenditori hanno un conto in sospeso da 65 miliardi e mezzo. A tanto, infatti, ammontano i debiti commerciali accumulati dalla Pa a fine 2015 nei confronti delle aziende fornitrici. «Una montagna di denaro che è nostra ma che fatica a tornare nelle nostre aziende» ha detto il presidente di Confartigianato aggiungendo che, però «i cattivi pagatori non si annidano solo nella Pa. Le grandi imprese private sono sempre meno puntuali nel saldare le fatture alle Pmi, costrette a indebitarsi con le banche».
PER LE PMI FINANZIAMENTI RIDOTTI DI 11 MLD. Le imprese artigiane «non si sentono di condividere» le dichiarazioni di ottimismo da parte delle banche circa il rilancio dei prestiti alle imprese, «visto che, in quattro anni, dal dicembre 2011 allo stesso mese del 2015, i finanziamenti all'artigianato si sono ridotti di 11 miliardi», ha spiegato Merletti.
CON BREXIT IN FUMO 727 MLN. Confartigianato ha però parlato anche del tema caldo del momento, la Brexit, valutando l'impatto sulle Pmi. Secondo i dati dell'associazione di parla di 727 milioni di euro di mancate esportazioni italiane dei settori a maggiore concentrazione di piccole imprese nel Regno Unito. Negli ultimi 12 mesi (aprile 2015-marzo 2016) l'Italia ha esportato in terra britannica beni e servizi per 22.579 milioni di euro. Le esportazioni di prodotti manifatturieri nei settori a più alta concentrazione di Pmi sono pari a 7.538 milioni di euro, rappresentano il 33,4% dell'export complessivo Oltremanica e incidono per lo 0,52% del valore aggiunto italiano. L'alimentare è il settore di piccole imprese con maggiori vendite nel Regno Unito, con 1.972 milioni di euro, seguito da abbigliamento (1.381 milioni), pelle (1.051 milioni), mobili (939 milioni), prodotti in metallo (894 milioni), tessile (424 milioni), legno con 106 milioni. La regione più esposta sul fronte export è il Friuli-Venezia Giulia, seguita da Veneto, Toscana, Emilia-Romagna.

Correlati

Potresti esserti perso