IPSE DIXIT 30 Giugno Giu 2016 0800 30 giugno 2016

Banche italiane, le più sane d'Europa: un mito da sfatare

Draghi, Visco, Letta, Monti, Renzi. Dal 2010 ripetono che i nostri istituti di credito sono solidi, virtuosi, affidabili. Storia di un ritornello sbugiardato da crac e crisi.

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L’ultimo a ripetere il concetto è stato, anche se con termini meno netti, Jean-Claude Juncker: «Il settore bancario non è un pericolo per l’Italia in questo momento», ha detto il presidente della Commissione europea dopo l’ultimo Consiglio Ue, quasi per frenare le richieste di Matteo Renzi di congelare il bail-in e di ricapitalizzare gli istituti con soldi pubblici.
ORMAI È UN MANTRA. «Le banche italiane sono sane». Un po’ un mantra, quasi un luogo comune. Come «italiani brava gente» e «la cucina italiana è la migliore al mondo».
Quante volte, dall’inizio della crisi, queste cinque parole sono state messe una vicina all’altra?
E le hanno scandite governanti, banchieri e rappresentanti delle istituzioni che per lavoro dovevano controllare la stabilità del nostro sistema creditizio.

Gli stress test che (non) risvegliarono le coscienze

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti e il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi

I primi segnali preoccupanti arrivarono con gli stress test del 2010.
Banca centrale europea (Bce) e Comitato europeo dei supervisori bancari (Cebs) misero in risalto che gli istituti passati al setaccio (Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Ubi, Banco Popolare) avevano ratios molto bassi sulla patrimonializzazione (tra il 7,8 di Piazza Cordusio e il 6,2 di Siena) e troppi titoli di Stato in pancia. Italiani, ma anche greci e spagnoli.
DRAGHI E TREMONTI UNITI. Sembrano temi di oggi, ma allora il sistema fece quadrato.
Il governatore di Bankitalia del tempo, Mario Draghi, commentò: «Le banche italiane sono solide».
Fece buon viso a cattivo gioco (forse per amor di patria) anche Giulio Tremonti, il ministro del Tesoro che tra i primi aveva segnalato che anche la nostra finanza non era immune agli azzardi.
Il risultato degli stress test? «Molto buono e positivo, non solo perché indica la solidità del sistema bancario italiano, ma anche perché indica la solidità dell'Italia».
E POI LO SCANDALO DI SIENA... Un anno dopo il Monte dei Paschi avrebbe chiuso il bilancio in rosso di 4,69 miliardi di euro.
E l’allora presidente Giuseppe Mussari, passando il testimone a Profumo e Vigni, si giustificò con lo stare «pagando un prezzo molto elevato, con un rapido grave e diffuso deterioramento dell'economia reale. Ma diciamolo chiaramente, superiore ai nostri demeriti».
Nel 2013 la procura di Siena scoprì che l’avvocato calabrese e la sua prima linea erano soliti falsificare i bilanci.
E il decano dei banchieri italiani, Giovanni Bazoli, dichiarò: «Le banche italiane sono sane. Mps è stato soltanto un episodio».

Banchieri brava (e cauta) gente

Alessandro Profumo.

All’epoca il ragionamento che si faceva era semplice: gli istituti vivevano grazie al risparmio degli italiani (quasi sei volte il nostro Pil), il credito al consumo e le carte di credito non erano diffusi come in America, l’esposizione sui prodotti spazzatura (come i subprime) era inesistente e, soprattutto, l’accesso al credito era agevole soltanto ai soggetti più solvibili.
«UN ESEMPIO VIRTUOSO». Alessandro Profumo, costretto qualche anno dopo dalle fondazioni azioniste a lasciare Unicredit quando Bankitalia obbligò piazza Cordusio a un maxi aumento di capitale, faceva sapere nel 2009: «Il sistema bancario italiano, e io ne ho conferma andando in giro per l'Europa, viene preso a modello, perché è l'esempio virtuoso del rapporto tra primato della politica e l'economia».
«SOSTEGNO ALL'ECONOMIA». Nel 2011 Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri ma sopratutto tra i fautori della fusione tra Intesa e Sanpaolo, rimbrottò le autorità competenti per il rigore con il quale bacchettavano le banche italiane.
«Governo e autorità continuano ad ammonirle, ma in Italia abbiamo la fortuna di avere un sistema bancario che sostiene l’economia reale».
L'attuale presidente dell'Abi, allora numero due operativo, Antonio Patuelli, ricordava che nessuno aveva fatto gli sforzi degli istituti del nostro Paese sul versante del risanamento.

Quando si scoprì la polvere sotto il tappeto

Il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco.

Più in generale, e nonostante i vertici della quarta banca del Paese erano finiti indagati dalla magistratura, si faceva affidamento sulle capacità manageriali del settore.
Per esempio Ignazio Visco, succeduto a Draghi alla guida di Bankitalia, faceva sapere che il caso Mps era stata una «vicenda grave, ma non intacca la solidità del sistema di credito italiano che ha resistito alla crisi finanziaria globale».
ROSSO E NERO NEI BILANCI. Negli anni tutti questi miti sono crollati.
Per poi scoprire progressivamente che le banche che avevano aumentato il loro perimetro o guardato Oltreconfine si erano ritrovate anche con junk bond (come Unicredit) o che avevano utilizzato oltre il dovuto di strumenti derivati (Mps nella triangolazione AntonVeneta/AbnAmbro/Santander). Pagandoli con fondi neri.
Per non parlare del fatto che le realtà più radicate a livello territoriale (Banco Popolare o Ubi) si erano mostrate poco caute nel concedere affidamenti. Fenomeno che ha rasentato il codice penale con Etruria & Co.
REGOLE ANTI-ITALIANE. Il resto l’hanno fatto le autorità di vigilanza e finanziarie, che hanno ampliato le garanzie per i prestiti o i livelli minimi di capitalizzazione. Soprattutto per quelle realtà con forti investimenti in titoli di Stato.
Mentre la crisi ha via via acuito le condizioni del mercato, con le sofferenze salite oltre i 200 miliardi.
Eppure, nonostante quest’evoluzione, istituzioni e mondo bancario - gli stessi che stanno trattando a Bruxelles per congelare il bail-in o autorizzare l’intervento statale negli istituti - hanno sempre fatto quadrato e negato i rischi.

L'errore di rifiutare la Bad bank europea

Letta con l'ex presidente del Consiglio Mario Monti.

Nel resto degli altri Paesi - dove la situazione non era certamente migliore che in Italia - si sono prese misure molto drastiche: licenziamenti di massa, accorpamenti e soprattutto l’intervento delle autorità europee, anche dovendo accettare il controllo della Troika sulle proprie finanze.
Come successo in Spagna, in Portogallo. L’Italia, invece disse di no.
LA MIOPIA DI MONTI E LETTA. Nel 2013 Mario Monti disse no alla Bad bank, nonostante il suo governo fosse dovuto entrare nel capitale di Mps.
«La vicenda non deve gettare ombre sul sistema italiano, che ha retto alla crisi meglio di altri Paesi», spiegò l’ex rettore della Bocconi, che rispetto ai tanti diktat della Ue, si mostrò fermo nel respingere il salvataggio europeo del sistema creditizio.
Anche il suo successore fece lo stesso, nonostante le pressioni europee andassero in direzione opposta.
Enrico Letta, in un’intervista al Washington Post dello stesso anno, smentì problemi: «Le ricapitalizzazioni con denaro pubblico in Italia sono state al livello più basso in Europa e hanno riguardato una sola banca, Mps».
Ergo, «non c’era bisogno di una ricapitalizzazione al sistema» né di un intervento alla spagnola.

Quelli che ancora sono ottimisti

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

Le cose sono andate diversamente: soltanto nell’ultimo anno la banca italiana più internazionale (Unicredit) va verso il terzo aumento di capitale.
Nomi storici come Carige o Siena aspettano il cavaliere bianco. Meglio se straniero.
Circa mezzo milione di risparmiatori sono stati travolti da truffe e fallimenti ad Arezzo, Ancona o Vicenza.
RENZI DIXIT. Eppure politici e banchieri non hanno dismesso il loro ottimismo.
Soltanto nel gennaio 2016 Matteo Renzi definiva Mps, «che è risanata, un buon affare», un gioiellino da comprare, mentre Draghi - nel frattempo trasferitosi alla Bce - prometteva: «Non chiederemo capitale aggiuntivo» alla banche italiane.
Peccato che neppure qualche mese dopo avrebbe mandato messaggi diversi ai consigli di amministrazione di Carige e Unicredit.
«BASTA SCIACALLAGGIO». Poche settimane prima, presentando il decreto Salva banche dopo il crac di Etruria, Pier Carlo Padoan sbottò in conferenza stampa: «Basta con lo sciacallaggio. Le nostre banche sono solide: sono la spina dorsale dell’economia, a maggior ragione dopo l’intervento del governo». Le ultime cronache potrebbero smentirlo.
Intanto Carlo Messina, Ceo di Intesa, cioè della prima banca del Paese, fa sapere di non credere «a un ingresso del capitale pubblico nelle banche». Il perché? Perché sono solide.

Twitter @FrrrrrPacifico

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