Beneficenza Filantropia
4 Dicembre Dic 2016 0900 04 dicembre 2016

Filantropia strategica, la beneficenza gestita come un'impresa

Efficienti e strutturate. Con mission, manager e partnership. Le nuove Fondazioni non si limitano a elargire denaro. Ma sono aziende a tutti gli effetti. Le storie di Goffredo Modena e Giuseppina Antognini.

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Trenta miliardi di dollari. È il valore che, secondo una recente ricerca di Accenture e Oxford Economics, rappresenta il gap tra domanda e offerta pubblica che l'Italia dovrà affrontare nel 2025. Trenta miliardi di dollari, sostanzialmente una manovra finanziaria. In un mondo in cui gli Stati non sembrano avere più la capacità di gestire le esigenze dei cittadini in tema di politiche sociali, e quando nemmeno le Ong riescono a sopperire alle carenze dei governi, una nuova via alla filantropia sembra poter portare benefici alle comunità.

NON SOLO DONAZIONI. Imprenditori che abbracciano una causa e la portano avanti, non limitandosi a elargire fondi, ma costruendo progetti integrati ed efficienti, in grado di sorreggersi sulle loro gambe, fornendo una serie di strumenti che garantiscano benefici di lungo termine in ambito sociale. Si chiama filantropia strategica e può addirittura abbinare l'esigenza di un imprenditore di ottenere un ritorno finanziario con la volontà di conseguire un risultato sociale. «Secondo l'Istat in Italia ci sono oltre 6 mila fondazioni filantropiche e il dato è in crescita, ma stando a una ricerca di Ariadne il 60% di queste non ha uno staff di professionisti e ha un enorme bisogno di strutturarsi», spiega a Lettera43.it Lucia Martina, segretario generale di Fondazione Lang Italia, che il 25 ottobre 2016 ha dedicato un convegno al tema: «Noi col nostro centro studi e la produzione di paper diffusi gratuitamente tra gli iscritti cerchiamo di tenere un aggiornamento costante sul tema».

SERVE UNA GOVERNANCE EFFICIENTE. Ma quali sono le caratteristiche della filantropia strategica? «In primo luogo non ci si deve limitare a garantire risorse finanziarie, ma fornire aiuto tecnico e capacity building alle realtà a cui si dà supporto. Un altro passo importante è guardarsi all'interno e chiedersi se possiede una buona ed efficiente governance. La propria attività deve essere mossa da quella che viene chiamata Theory of change, bisogna muoversi in partnership e community, allearsi tra fondazioni con mission simili per generare insieme quel cambiamento a cui si punta. Inoltre alla figura tradizionale del donatore si aggiunge quello del Blended value investor: si può essere filantropi scegliendo di allocare una parte del proprio patrimonio dentro Fondi, per garantire un impatto sociale e ottenere un ritorno finanziario. A seconda che si prediliga una o l'altra caratteristica, si avrà un investimento impact-first o financial-first».

Goffredo Modena, presidente della Fondazione Mission Bambini.

Goffredo Modena ha 78 anni, e la sua vita si può dividere in due grandi capitoli. Il primo l'ha iniziato da ingegnere che montava i circuiti con le proprie mani e l'ha portato a essere prima dirigente e poi imprenditore. A 43 anni ha lasciato l'azienda per cui lavorava e ha investito i soldi della liquidazione più un mutuo per rilevarne una che andava malissimo. «All'inizio fu molto difficile, mia moglie mi diceva sempre: 'Guarda che con lo stipendio di una professoressa non si mantengono un marito e tre figli». Dopo sette anni, però, il fatturato era passato da 1 a 260 miliardi di lire, e allo stabilimento iniziale se n'erano aggiunti altri due in Italia e uno in Francia. La Forem (acronimo che sta per Forniture elettroniche microonde, ndr) è diventata così un punto di riferimento per tutte le aziende produttrici di telefonia, finendo nelle mire di una multinazionale americana, che la rilevò alla metà degli Anni 90.

DAL PROFIT AL NON PROFIT. E qui inizia il secondo capitolo della vita di Modena, che incontra il presidente di una cooperativa e si rimette in gioco passando dal profit al non profit. «Aiutavano ragazzi con la sindrome di Down, malati di Aids, carcerati. Quando sono arrivato io avevano ingenti perdite. Il mio compito era quello di trasformare la cooperativa, dandole una struttura di tipo imprenditoriale. Per esempio, il presidente mi disse subito che serviva un nuovo stabilimento, perché quello che avevano ormai non bastava più. Io mi misi a riordinare tutto e dopo due mesi c'era un sacco di spazio. Andavo lì dal martedì al giovedì, alzandomi alle 6 del mattino, una cosa che non avevo mai fatto prima». L'esperienza è durata due anni: «Io ho cambiato loro, ma loro hanno cambiato me. Mi hanno insegnato a camminare al fianco di chi ha avuto poco nella vita per aiutarlo». Così, alla fine del millennio, ha deciso di creare la sua Fondazione. «Era il 1999, passeggiavo con mia moglie per i boschi della Val Seriana, fu lei a ispirarmi la nascita di Fondazione Mission Bambini».

Se facciamo
un progetto e ogni beneficio svanisce
con la nostra uscita
di scena, significa
che abbiamo
sbagliato qualcosa

Goffredo Modena, Fondazione Mission Bambini

Dal 2000 a oggi Modena e i suoi collaboratori si occupano di aiutare i minori meno fortunati, con le adozioni a distanza (6.200 tra i Paesi di Africa e Asia), ma anche con progetti come 'Cuore di bimbi', che porta medici italiani in giro per il mondo per salvare la vita a piccoli pazienti affetti da gravi malformazioni cardiache. Più di recente, poi, la Fondazione ha deciso di rivolgere le sue attenzioni anche verso l'Italia. «Sosteniamo 105 asili nido», spiega Modena, «aiutando soprattutto bambini che vengono da famiglie fragili e in difficoltà, italiani o extracomunitari. Abbiamo anche un progetto contro l'abbandono scolastico e uno per l'inserimento occupazionale dei giovani, con cui siamo riusciti a creare 100 posti di lavoro in tre anni in collaborazione con Unicredit Foundation, Fondazione San Zeno, Manageritalia e Fondazione Canali».

DONAZIONI PER 4,5 MILIONI ALL'ANNO. Fondazione Mission Bambini raccoglie circa 4,5 milioni di donazioni tra adozioni a distanza, privati e partnership con altre associazioni. Ha 26 dipendenti («ma diventeranno 24 con due uscite volontarie perché stiamo cercando di ridurre i costi senza licenziare nessuno») e circa 80 volontari. «Ora riusciamo a devolvere ai bambini il 72,4% di quello che raccogliamo», spiega Modena, «e l'obiettivo è arrivare all'80%». Ma il fine ultimo non sta nella donazione, quanto nel lasciare qualcosa che duri: «L'impatto sociale è al centro di tutto. Se facciamo un progetto di 4-5 anni e alla fine di questi riscontriamo che ogni beneficio svanisce con la nostra uscita di scena, significa che abbiamo sbagliato qualcosa. Dobbiamo stabilire obiettivi precisi, investimenti di lungo termine per dare benefici prolungati alla comunità. E per farlo serve un mix tra capitale investito ed erogazioni a fondo perduto».

Giuseppina Antognini, presidente della Fondazione Pasquinelli

Giuseppina Antognini ha dato vita alla Fondazione alla Fondazione Pasquinelli nel 2011, dopo la morte del marito Francesco Pasquinelli, industriale del ramo degli isolanti con un passato da musicista. «Lui mi ha detto: 'Ti lascio erede dei miei beni e farai tu ciò che io non ho potuto fare'», racconta a Lettera43.it, «lui pensava a un modo per utilizzare la nostra collezione di quadri, ma io ho deciso di puntare su una Fondazione più di carattere sociale». L'arte resta comunque al centro della mission della fondazione, la musica in particolar modo, un altro omaggio a Francesco Pasquinelli. «Il nostro progetto principale è legato alle orchestre giovanili e infantili. Noi sosteniamo il presidio lombardo, ma si tratta di un sistema nazionale voluto da Claudio Abbado sul modello venezuelano». A beneficiarne sono i bambini delle periferie, che nella musica trovano un'occasione per uscire dalle strade.

ORGANIZZATE 7 MOSTRE. Fondazione Pasquinelli non raccoglie donazioni, elargisce di suo 700 milioni all'anno, «sosteniamo borse di studio alla Bocconi e l'Associazione sulle regole di Gherardo Colombo, che aveva bisogno di strutturarsi». I quadri, poi, sono diventati l'occasione per dar vita a un altro progetto: «In tre anni e mezzo ho organizzato sette mostre, esponendo 4-5 opere per volta, e coinvolgendo soprattutto le scuole elementari della periferia di Milano, portando circa 600-700 bambini in centro per ogni mostra».
I bambini sono stati coinvolti anche nella realizzazione di uno degli ultimi servizi realizzati per Me.Mo.Mi, la biblioteca virtuale creata sul web per raccontare la storia di Milano: «È un altro progetto che sosteniamo, contiene tra i 200 e i 300 documentari».

UN PROGETTO PER L'AUTISMO. Per il futuro, racconta Giuseppina Antognini, «abbiamo in cantiere il supporto a un progetto sull'autismo della Sacra Famiglia». Si tratta di una struttura nel Varesotto con 5-6 appartamenti destinati a ospitare genitori con bambini autistici in modo da poterli educare a gestire il disturbo dei loro figli. «Per farlo dovranno pagare, ma noi, per dare il nostro sostegno, abbiamo chiesto che una di queste stanze sia riservata a persone bisognose, perché possano ricevere lo stesso servizio gratis». Perché «restituire un po' di ciò che si è avuto da una vita decisamente fortunata è un'esigenza dell'anima».

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