Monte Paschi Siena Bivona
23 Dicembre Dic 2016 1522 23 dicembre 2016

Bivona: «Sono tanti i colpevoli del disastro Mps»

Dagli ex vertici errori gravi come «la restituzione dei Monti bond». Ma il Monte «è solo il dito, la luna sono Consob e Bankitalia». Così il mercato ha bocciato la ricapitalizzazione.

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«Il mercato non poteva far passare il piano di Fabrizio Viola». Giuseppe Bivona non ha bisogno di giri di parole per spiegare perché gli investitori non hanno creduto nell’aumento di capitale di Mps. Già banchiere d’affari a Londra con un lungo passato in Morgan Stanley, Lehman Brothers e Goldman Sachs, oggi guida nella City la società di consulenza Bluebell partners. Soprattutto è stato per anni azionista di minoranza del Monte dei paschi, fa parte di quel “mercato” che ha tradito le aspettative di Rocca Salimbeni. «Oggi», ha detto a Lettera43, «ho soltanto quattro azioni, che però mi permettono di intervenire in difesa degli azionisti». Come ha fatto quando ha denunciato in assemblea le politiche sbagliate dei vertici, o quando ha consegnato esposti sulle mancanze degli organismi di controllo.

Il banchiere Giuseppe Bivona.

DOMANDA. Perché il mercato non ha creduto nell’aumento di Mps?
RISPOSTA.
L’operazione non aveva alcuna chance di successo. Il mercato è fatto da soggetti razionali. E come tale chiedeva una totale discontinuità con la gestione precedente. Discontinuità che non c'è stata.

D. Un nuovo capoazienda, però, c’è.
R.
Certo, è cambiato l’amministratore delegato, con l'arrivo di un ottimo manager come Marco Morelli. Però avrebbe avuto bisogno di almeno sei mesi per mettere in pratica una certa discontinuità: tempi necessari per studiare i conti e le necessità di ricapitalizzazione, garantire basi informative reali al mercato, comprendere le vere condizioni della banca e presentare anche un piano d’azione alternativo. Invece ha dovuto portare avanti il piano Viola.

D. Veramente è la Bce che ha imposto tempi così serrati per l’aumento.
R.
D’accordo, ma una cosa sono le argomentazioni del regolamentatore, un'altra è l’approccio del mercato.

D. Che cosa non andava nel piano Viola?
R.
Di lui potrei parlare per sei ore di seguito, ripetendo tutto quello che ho denunciato negli anni in assemblea. Il dottor Viola e l’ex presidente, il primo fino alla fine dell’estate 2016 e l’altro fino al 2014, hanno avuto tutto il tempo per risolvere i problemi di Mps. Invece la banca stessa, a dicembre, ha dovuto ammettere che i bilanci dal 2014 al giugno del 2015 non erano conformi. Che gli ex vertici erano stati i primi a violare le regole.

D. A Siena negli ultimi anni abbiamo visto anche contabilizzare i derivati come debito.
R.
Ma il principale errore fatto dalla gestione Viola è stato la restituzione dei Monti bond, che neppure la Ue aveva preteso. In totale 4 miliardi di euro a fronte degli 8 chiesti con diverse ricapitalizzazioni al mercato. Oggi, se si fanno i conti dopo il fallito aumento di capitale, mancano all’appello 2 miliardi che senza quest’operazione ci sarebbe stati. Ma è un’altra la cosa che va ricordata.

D. Quale?
R.
La lettera con cui Viola ha salutato i dipendenti di Mps. Un capolavoro. Il giorno in cui lascia la banca, era il 15 settembre 2016, questo signore scrive: «Questa giornata segna il termine del mio cammino insieme a voi nello straordinario e irripetibile percorso che ci ha portati ad avere, oggi, una banca solida e in utile, libera da pesi, pronta a vivere il suo futuro».

D. Sono le parole di un uomo sconfitto?
R.
Sono parole incredibili. Mps «pronta a vivere il futuro»? Esilarante. Ma poi, in finanza, i nodi vengono sempre al pettine.

D. Ora che succede ai risparmiatori?
R.
Vedremo i termini della conversione coatta in azioni delle obbligazioni previsti nel decreto. Ma tanto ormai la banca, con i suoi 490 milioni di euro di capitalizzazione, è come se valesse zero.

D. Lei critica Viola, ma dimentica l’architettura della ricapitalizzazione ideata da Jp Morgan e Mediobanca, le commissioni che si erano garantite...
R.
E che non prenderanno, visto il fallimento dell’operazione. Ma credetemi, è una questione secondaria rispetto alla credibilità stessa del piano.

D. E di un premier in carica che consiglia di comprare Mps?
R.
Questa è una raccomandazione del gennaio 2016. Certo, sarebbe stata cosa buona e giusta se Matteo Renzi si fosse astenuto dal farla. Però il problema è più ampio: lo stolto guarda il dito, che in questa vicenda è il Monte paschi, ma la luna è invece l’atteggiamento, manchevole, di Banca d’Italia o della Consob.

D. Mps non è però da buttare.
R.
Assolutamente no, nonostante tutto ha ancora un’ottima forza commerciale.

D. A questo punto che cosa si aspetta il mercato con la banca de facto nazionalizzata?
R.
Che Morelli e Falciai, nei quali io ho fiducia, si mettono a tavolino, studino la situazione della banca per capire se i 5 miliardi che arriveranno grazie allo Stato siano sufficienti e, soprattutto, scrivano un vero piano di rilancio. Anche perché, finora, a Siena l'unica ricetta è stata di tagliare i costi sulla pelle dei lavoratori.

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