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31 Dicembre Dic 2016 1200 31 dicembre 2016

I sette peccati capitali del calcio svelati da Football Leaks

Paradisi fiscali. Ricche commissioni. Club ponte e giocatori di carta. Assurdi premi milionari ai tesserati. Import-escort. Promiscuità. E la Fifa che se ne lava le mani. I vizi più gravi di un sistema malato.

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Il calcio del turbo-capitalismo finanziario ha i suoi peccati capitali, e Football Leaks li sta svelando uno per uno. I documenti pubblicati dal consorzio European investigative collaborations (Eic) illustrano uno scenario popolato da personaggi che, se si tratta di far viaggiare fuori dal calcio il denaro prodotto dentro il calcio, non risparmiano nessun mezzuccio. L’importante è raggiungere l’obiettivo, senza farsi scrupoli morali. Dunque ecco i sette peccati capitali del calcio che fanno capire la profondità del virus e il rischio di irredimibilità.

Peccato numero 1: offshoring

Trasferire ricchezza in un paradiso fiscale è reato? Ecco un interrogativo per rispondere al quale si è pronti a spaccare il capello in quattro, sia sul fronte degli innocentisti sia su quello dei colpevolisti. Ma quale che sia la vostra opinione in materia, resta il fatto che il calcio vada spesso e volentieri offshore. Si dovesse fare la Champions league dei paradisi fiscali, il tabellone sarebbe nutritissimo: Isole Vergini Britanniche (quasi non quotata dai bookmaker per la vittoria finale), Jersey, Panama, Nuova Zelanda, Malta, Lussemburgo, Liechtenstein. E senza dimenticare Paesi che in materia fiscale fingono di essere normali, ma non lo sono per niente, come Irlanda, Olanda e Uruguay.

MARCHINGEGNO NON RAFFINATO. Su questo versante, il marchingegno organizzato dal super agente portoghese Jorge Mendes e dai suoi consulenti è vasto e complesso. Ma non particolarmente raffinato, come fanno sapere i legali dello studio madrileno Senn Ferrero, chiamati a turare le falle dopo l’intervento degli ispettori fiscali spagnoli. Dei drammatici scambi d’opinioni legali, consumati lungo l’asse lusitano, rendono conto i leak pubblicati dall’Eic.

Jorge Mendes con Cristiano Ronaldo.

A preoccupare sono soprattutto i proventi da diritti d’immagine incassati da Cristiano Ronaldo: 150 milioni versati a CR7 lungo un arco di tempo decennale che va dal 2009 al 2020. Denari volati offshore sui quali adesso il fisco spagnolo sta indagando. E considerata la mano pesante che in vicende analoghe è stata usata dalla giustizia ispanica nei confronti di Messi e Neymar, si capisce il motivo dell’inquietudine che si è diffusa negli uffici di Praça Bom Sucesso a Porto, sede di Gestifute.

LO SPECIAL ONE È RECIDIVO. I documenti pubblicati da Football Leaks raccontano che, fra i clienti del super agente portoghese, non soltanto il Pallone d’Oro (verrà depositato anch’esso a Tortola?) è stato messo in uno schema di offshoring. Sono stati tirati in ballo Ricardo Carvalho, Pepe e Fábio Coentrão. E poi, ovviamente, c’è José Mourinho. Che essendo “Special One” ha voluto aggiungere un tassello ulteriore al proprio schema offshore aprendo un trust in Nuova Zelanda. Ciò che ha finito per richiamare ulteriormente l’attenzione. Fra l’altro, l’uomo di Setúbal è recidivo. Una precedente indagine del fisco spagnolo gli è costata il pagamento di 5,5 milioni di euro fra tasse e sanzioni pregresse. Por qué?

Passato sotto le cure di Mino Raiola, l’ex juventino Paul Pogba ha visto spostare i suoi diritti d’immagine da Lussemburgo a Jersey

Tutti i clienti di Gestifute appena nominati hanno un elemento di carriera in comune: l’essere, o essere stati, in forza al Real Madrid. Club che ha fra i propri tesserati anche il centrocampista croato Luka Modric. Per lui niente isole esotiche, meglio appoggiarsi al più prossimo Lussemburgo. Lì ha fondato una società gestita dalla moglie Vanja e denominata Ivano come il figlio. Tutto in famiglia, per versare da quelle parti i proventi dei diritti d’immagine e pagarci soltanto un 1% di tasse, quando invece avrebbe dovuto pagare il 51% in Spagna.

ALLA RICERCA DEL PARADISO. E assieme ai campioni del Real Madrid ve ne sono altri col vizietto di andare a cercare paradisi per il loro denaro. Esemplare la vicenda di Paul Pogba, che per godersi i diritti d’immagine ha dovuto liberarsi del suo vecchio agente Oualid Tanazefti. Passato sotto le cure di Mino Raiola, l’ex juventino ha visto spostare i suoi diritti d’immagine da Lussemburgo a Jersey.

Karim Benzema, sullo sfondo, e il commissario tecnico della Francia Didier Deschamps.

A pagare quei diritti è stata anche Adidas, che quando ha da versare denari per diritti d’immagine non si fa problemi nel variare la destinazione del denaro. Nel caso del centrocampista argentino Lucho Gonzalez, la marca delle tre strisce ha inviato i denari a Panama: tre pagamenti da 50 mila euro a botta tra il 2010 e il 2012. E fra tanti calciatori col vizietto dell’offshore spicca un’eccezione. Quella di Karim Benzema, il bad boy del calcio francese.

KARIM IL «PATRIOTA FISCALE». Lasciato fuori dalle convocazioni del commissario tecnico Didier Deschamps in occasione dell'Europeo 2016 a causa dello scandalo del videotape sessuale (con tanto di ricatto) di cui è stato vittima il compagno di nazionale Mathieu Valbuena, Benzema si è comportato in modo opposto rispetto agli altri calciatori del Real Madrid citati fin qui. I suoi proventi derivati da diritti d’immagine sono stati versati a una società denominata Best of Benzema, sede legale in Francia e tassazione da ordinario paese europeo. Ciò che ha portato il sito Mediapart, uno dei partner dell’Eic, a rivalutare l’immagine del calciatore etichettandolo come «patriota fiscale».

Peccato numero 2: iper-intermediazione

Nel mondo del calcio pare proprio che molti affari siano condotti al solo scopo di pagare intermediazioni. E potendo dare una sbirciata ai documenti se ne ha la conferma. Uno dei casi sui quali l’Espresso, partner per l’Italia di Eic, ha soffermato la sua attenzione è quello del centrocampista spagnolo Rubén Pérez del Mármol. È stato sei mesi al Torino, i primi della stagione 2014-15, poi a gennaio 2015 fu rispedito indietro all’Atletico Madrid che l’ha immediatamente girato in prestito al Granada (club allora controllato dalla famiglia Pozzo, proprietaria anche di Udinese e Watford).

OLTRE LE COMMISSIONI, NIENTE. I tifosi granata ricordano a stento il suo passaggio, anche perché il centrocampista ha giocato soltanto sei partite e tutte da sostituto per complessivi 92 minuti. Ebbene, per i 92 minuti giocati il Toro di Urbano Cairo ha pagato 500 mila euro versandoli in un conto corrente di Vaduz, Liechtenstein. Pochi giorni dopo una parte di questa cifra (125 mila euro) è tornata in Italia, con destinatario la società Agb dell’agente Giuseppe Bozzo. Il tutto nel contesto dell’affare in cui troppe tracce portano verso Doyen sports investments, il chiacchieratissimo fondo con sede legale a Malta. Per la serie: oltre le commissioni, niente.

Il presidente del Torino Urbano Cairo.

Peccato numero 3: i club ponte e i calciatori di carta

Uno dei meccanismi approntati dai protagonisti dell’economia calcistica parallela è quello dei trasferimenti di calciatori effettuati attraverso club che ne diventano proprietari senza averli mai visti passare da lì. In questi casi si parla di bridge club (club ponte) e di calciatori di carta. Etichetta, quest’ultima, utilizzata dalla testata The Black Sea a proposito di alcuni calciatori passati sotto il controllo dell’Apollon Limassol, società di calcio legata al super-agente israeliano Pini Zahavi e al più abile dei suoi allievi, Fali Ramadani.

COINVOLTA LA FEDERCALCIO SERBA. L’articolo firmato da Costin Ştucan e Michael Bird menziona i seguenti atleti: Luka Jovic, Mijat Gacinovic, Andrija Zivkovic, il napoletano ed ex torinista Nikola Maksimovic, Nikola Aksentijevic, Marko Pavlovski e Cristian Manea. E intorno ai loro movimenti comandati dall’Apollon si intreccia una fitta trama che chiama in causa personaggi come l’ex presidente della federcalcio serba Zvezdan Terzic, l’avvocato israeliano Ehud Shochatovitch (legale di Pini Zahavi), e persino due società con sede legale in Canada e Delaware (Usa), proprietarie dei diritti economici di Gacinovic.

Il difensore del Napoli Nikola Maksimovic.

Peccato numero 4: premialità obbligatoria

C’è una sezione dei Football Leaks davanti alla quale ci si arrende all’evidenza: il calcio non guarirà mai. Riguarda le assurde clausole che garantiscono ai calciatori dei benefici economici supplementari per aver fatto nulla più del loro dovere. E a volte nemmeno quello. Per esempio, il Tottenham Hotspurs versa al portiere francese Hugo Lloris un premio partita non soltanto in caso di vittoria (7 mila sterline), ma anche in caso di sconfitta (3.500 sterline).

Il contratto fra Balotelli e il Liverpool prevedeva un premio di 1 milione di sterline in caso di buona condotta

Su questo fronte chi si dimostra un fuoriclasse nell’imporre ai club delle clausole strampalate è Mino Raiola. Il contratto fra il suo cliente Mario Balotelli e il Liverpool prevedeva un premio di 1 milione di sterline a fine stagione qualora il giocatore avesse tenuto una buona condotta. In cosa doveva consistere questa buona condotta? Nel non essere espulso più di tre volte durante la stagione, e nel non sputare contro gli avversari, per esempio.

O NEY, AUTOGRAFI D'ORO SULLE FIGURINE. A Neymar, il brasiliano del Barcellona, l’editore Panini ha sganciato 50 mila dollari per fargli autografare 600 figurine. Fanno 83 euro e rotti ad autografo. Notevole anche la clausola che riguarda Sergio “El Kun” Aguero: ogni 15 gol segnati con la maglia del Manchester City, l’Atletico Madrid (sua ex squadra) incassa 250 mila euro.

L'attaccante del Barcellona Neymar.

ANSA

Peccato numero 5: import-escort

Cosa sarà successo quella notte a Miami, quando il Ceo di Doyen sport investments, Nelio Lucas, pensò di organizzare una notte piccante a beneficio di Adriano Galliani e del presidente del Real Madrid, Florentino Perez, pur di vendere il futuro interista Geoffrey Kondogbia? Saperlo... Ovviamente i diretti interessati negano, ma restano gli imbarazzanti scambi WhatsApp fra lo stesso Nelio Lucas e Arif Efendi, altro personaggio di spicco del fondo.

Il presidente del Real Madrid Florentino Perez.

Peccato numero 6: promiscuità

Nel mondo dell’economia calcistica parallela ci sono troppi personaggi che mettono insieme profili da tenere separati. La promiscuità impera. E su questo versante, chi più di Jorge Mendes può servire da esempio? Da Football Leaks abbiamo scoperto gli interessi comuni col proprietario del Monaco, l’oligarca russo Dmitry Rybolovlev. C’è di mezzo il fondo Browsefish (registrato a Cipro e specializzato nell’acquisire partecipazioni sui calciatori del Monaco) la cui azione genera un grosso interrogativo: chi compra, chi vende e chi incassa in tutto ciò?

Il proprietario del Monaco, l’oligarca russo Dmitry Rybolovlev.

Peccato numero 7: inerzia

Ma davanti a tutte queste rivelazioni, qual è la reazione di chi governa il calcio? L'ha sintetizzata bene (si fa per dire) Gianni Infantino, presidente della Fifa. Che, intervistato da Mediapart, ha risposto con una serie di «vedremo», «rifletteremo», «valuteremo». E a chi gli chiedeva cosa sia successo nella Fifa durante gli anni passati, ha ribattuto: «Io non c’ero». Ora che c’è, dorme.

Il presidente della Fifa Gianni Infantino.

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