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11 Gennaio Gen 2017 1203 11 gennaio 2017

Jobs Act, cosa prevedono i referendum proposti dalla Cgil

Via i voucher. Ritorno dell’articolo 18. E ripristino della responsabilità dei committenti anche per le azioni fatte dai subappaltatori. Ecco gli effetti dei tre quesiti.

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L'11 gennaio la Consulta si è riunita in camera di consiglio poco prima di mezzogiorno. Il verdetto sui tre referendum proposti dalla Cgil per scardinare il Jobs Act è atteso nel pomeriggio. Ma quali sono le possibili conseguenze di un pronunciamento favorevole? Il sindacato punta ad abolire i voucher, ritornare all’articolo 18 e reintrodurre la responsabilità dei committenti anche per le azioni fatte dai subappaltatori: ecco gli effetti dei tre quesiti che hanno diviso il Pd (ala renziana contro sinistra dem), i sindacati (Cgil contro Cisl), ma anche la stessa Consulta.

1. Voucher: abolizione dei buoni per il lavoro accessorio

Il primo dei tre quesiti referendari punta ad abolire i voucher, i buoni introdotti nel 2003 per pagare il lavoro accessorio (e stagionale) nell’agricoltura e ridurre sommerso e caporalato. Ma i promotori della Cgil hanno messo nel mirino le modifiche successive fatte dalla Fornero e dal Jobs Act: aumento della soglia massima di pagamento (non oltre i 5 mila euro) e liberalizzazione dei destinatari, tanto che dal 2014 si sono sempre più diffusi nei campi delle ripetizioni, delle pulizie, per poi allargandosi all’edilizia, all’università e alle attività della comunicazione. Persino alcune università e i pensionati della Cgil di Bologna li hanno utilizzati, imbarazzando la segreteria nazionale di Corso d’Italia.

121 MILIONI VENDUTI IN 10 MESI. Soltanto nei primi 10 mesi del 2016 ne sono stati venduti 121,5 milioni. Anche se ne hanno riguardato meno del 10% dei lavoratori e lo 0,35% delle ore complessive nel privato. Il tema divide. Tanto che i giuslavoristi contrari al referendum dicono che si rischia un pericoloso vuoto legislativo, che potrebbe riportare nel sommerso alcuni lavoratori. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha definito lo strumento «la nuova frontiera del precariato», mentre Piergiorgio Alleva, che ha guidato la consulta giuridica del Cgil, ha spiegato che «i voucher non devono assolutamente essere utilizzati nell'impresa dove è essenziale, sia per la produzione sia per la dignità delle persone, che si instaurino dei rapporti di lavoro. Altra cosa è l'utilizzo da parte dei datori di lavoro non imprenditori, come famiglie o altri soggetti privati».

I TENTATIVI DI MODIFICA DI RENZI. Prima di cadere il governo Renzi ha provato ad approvare alcune modifiche: non più di tre giorni continuativi e l'obbligo per il datore di lavoro di comunicare all’ispettorato del lavoro l’identità del lavoratore, il luogo e la durata della prestazione. Troppo poco per la Cgil. È probabile che l’attuale esecutivo, anche per disinnescare il referendum, faccia altre modifiche. Il dem Cesare Damiano, presidente della commissione della Camera, ha proposto di tornare allo schema originario.

2. Licenziamenti: ritorno al sistema del reintegro

Sul versante dei licenziamenti la Cgil vuole superare il meccanismo introdotto con la Fornero e rafforzato dal Jobs Act: in caso di licenziamenti ingiustificati addio per i nuovi assunti all’articolo 18 e pagamento di un’indennità che, in base all’anzianità, oscilla tra le quattro e le 24 mensilità. L’obiettivo dei promotori è tornare al sistema del reintegro, oggi previsto soltanto per i vecchi dipendenti e, in generale, nei casi di discriminazione. Ma rispetto al passato si vuole estenderne l’applicazione: non più, come prima, alle aziende sopra i 15 dipendenti, ma anche a quelle con più di cinque addetti, come prevedeva lo Statuto dei lavoratori del 1970 soltanto per imprese agricole.

LE CRITICHE DI CAZZOLA. Giuliano Cazzola ha denunciato che il quesito è inammissibile perché non ha un contenuto unitario, univoco e omogeneo. «La richiesta di referendum», ha scritto l’economista sul Bollettino Adapt, «contiene più domande (tre) in un unico quesito. In parole povere, nello stesso quesito viene proposta l’abrogazione tout court del dlgs n.23/2015 (istitutivo per i nuovi assunti dal 7 marzo di quell’anno del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti) e viene sottoposto ad una riscrittura, col metodo del “taglia e cuci”, l’articolo 18 come “novellato” dalla legge n. 92/2012 (la riforma Fornero, a valere per i “vecchi” assunti)».

E DELL'AVVOCATURA DI STATO. L’Avvocatura dello Stato ha parlato di referendum «manipolativo». La Cgil, invece, ribatte che l’unitarietà sta proprio nel garantire regole identiche a tutti lavoratori. Per la cronaca negli ultimi due anni, da quando è in vigore il Jobs Act, i licenziamenti "per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo" sono passati da 35 mila a 46 mila.

3. Appalti: ripristino della responsabilità per il committente

Il terzo referendum, invece, punta all’abolizione dell’articolo 29 del decreto legislativo 10 settembre 2003. Come avveniva prima della Biagi, si vuole ripristinare, in caso di violazioni subite dai lavoratori, la responsabilità anche all’azienda appaltatrice, oggi circoscritta a quella che vince l’appalto.

IL DIBATTITO SULLA LEGGE BIAGI. La Cgil dice «di voler difendere i diritti dei lavoratori occupati negli appalti e subappalti coinvolti in processi di esternalizzazione». Ma secondo Cazzola proprio la legge Biagi dà al sindacato e ai datori di lavori la facoltà di «individuare metodi e procedure di controllo e di verifica della regolarità complessiva degli appalti».

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