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SELFIE MADE GENERATION 16 Febbraio Feb 2017 1538 16 febbraio 2017

Start up e Pubblica amministrazione: due mondi che non si parlano

Da una parte elevati standard di innovazione, formazione e alta istruzione. Dall'altra bassi requisiti richiesti e scarso orientamento agli investimenti. Solo con un nuovo approccio aumenterà l'efficienza del Paese.

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Il ministero dello Sviluppo economico ha presentato la sua relazione annuale sulle start up e sulle Piccole e medie imprese (Pmi) innovative italiane. Potete trovare il documento pubblico qui. Non voglio commentare singolarmente i risultati dello studio: per quello ci sono fior fior di esperti, ma soprattutto di giornalisti del settore che ci hanno già pensato o ci penseranno.

DUE TESSUTI ECONOMICI. Quello che mi interessa, in quanto amministratore di una business factory, ovvero una sorta di incubatore, è il ritratto dell'Italia che ne esce: un Paese con due tessuti economici. Uno che stenta a innovarsi e l’altro che, per contro, punta la sua forza nell’innovazione che dovrebbe andare a servizio anche delle aziende appartenenti alla prima categoria. Per essere “innovative” le start up devono investire una parte considerevole della loro redditività in progetti o programmi di ricerca e sviluppo.

NETWORK CHE STENTA. Nel 45,5% dei casi però queste spesa è avvenuta all’interno della start up stessa e solo nel 17,3% dei casi è stata commissionata esclusivamente all’esterno. Stenta quindi la creazione di un network, di un ecosistema completo capace di innescare un continuo flusso indipendente di opportunità fra start up e imprese, start up e pubblica amministrazione e successivamente sinergie allargate fra i tre attori, fino a comprendere anche i consumatori finali.

REALTÀ INCONCILIABILI. In particolar modo la pubblica amministrazione italiana è destinazione di prodotti e servizi di start up innovative solo nel 12,2% dei casi. Sono davvero due Italie imprenditoriali diverse: la prima è quella delle start up innovative che per esplicita richiesta dello Stato devono rispondere a requisiti come età media del team relativamente bassa ma percorso di formazione di alta istruzione, alti tassi di crescita, alte percentuali di investimento in ricerca e sviluppo.

IL DINOSAURO DELLA PA. C’è poi l’Italia della pubblica amministrazione che non deve dimostrare alti standard di innovazione, ma nemmeno di efficienza, non deve investire parte del suo budget in ricerca e sviluppo e le risorse possono essere inserite solo a seguito di bandi pubblici in cui i requisiti sono esperienza professionale precedenti in campi affini, pubblicazioni o master, che si traducono in un’età anagrafica matura del professionista. Due Italie che hanno poco in comune e che difficilmente riescono a parlarsi e a entrare in contatto.

IN DIFETTO DI COMPETITIVITÀ. Sono speculari l’una all’altra, e lo Stato non è ancora riuscito a fare una delle due cose: o modificare i requisiti necessari che “certificano” cosa sia una start up e dare linee guida di efficienza e innovazione da rispettare agli uffici della pubblica amministrazione, oppure creare un meccanismo nel quale le une non possono fare a meno delle seconde, e viceversa. Solo così le due Italie potrebbero incontrarsi e influenzarsi; l’innovazione potrebbe finalmente inondare il Paese, partendo dai professionisti di ogni età, esperienza e settore economico, per poi modernizzare l’approccio al lavoro in generale, portando a quell’efficienza che si dice sempre manchi in Italia, tanto da apparire sempre nella seconda parte della classifica sulla competitività.

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