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CONDIVIDE ET IMPERA
17 Febbraio Feb 2017 1023 17 febbraio 2017

I tassisti sono bulletti preistorici, ma la politica è peggio

Non c'è categoria immune alla disruption digitale. Solo quella delle auto bianche la rifiuta con pervicacia. Talvolta con violenza. Legittimata com'è dall'ignavia trasversale a tutti i partiti. Sedicenti anti-Casta inclusi.

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Innanzitutto, prima che qualcuno tiri fuori i nuovi modelli occupazionali e di consumo, sgombriamo il campo dagli equivoci: con la protesta dei tassisti che il 16 febbraio hanno mollato a piedi migliaia di cittadini, la sharing economy non c’entra nulla. E, per una volta, nemmeno la gig economy, il suo contraltare ‘cattivo’, quello dei lavoretti e del precariato. C’entrano, invece, essenzialmente tre cose: l’innovazione, il corporativismo violento e la politica ignava.

TUTTE LE PROFESSIONI SONO STATE DISRUPTED. Non c’è nessuna categoria professionale o comparto economico nel mondo occidentale che negli ultimi due decenni non sia stato colpito (o, talvolta, travolto) dalla disruption digitale. Smartphone, internet veloce, connessioni wifi, algoritmi, cloud computing, app e via discorrendo hanno irreversibilmente cambiato le condizioni, le opportunità e le modalità di lavoro e di consumo. Per tutti. Gli operatori telefonici sono stati sorpassati da Whatsapp e simili, le librerie da Amazon, gli editori da Internet; persino i giornalisti, categoria tradizionalmente protetta - e oggi viepiù abbandonata - se la devono vedere nientemeno che con software di composizione automatica degli articoli, che costano poco e lavorano molto.

NUOVI SERVIZI, NUOVE OFFERTE. Inarrestabile, l’innovazione ha portato in ogni settore due conseguenze almeno: nuove offerte e nuovi servizi per i consumatori, che apprezzano (alzi la mano l’ultimo che ha ricevuto un vecchio sms a pagamento al posto di un messaggino su chat), e sfide complesse per i professionisti coinvolti, in termini di aggiornamento delle proprie competenze, di rinnovamento della propria offerta e di battaglie per non perdere i diritti acquisiti. O, talvolta, anche i privilegi.

L'ignavia della politica è trasversale, ma con l’aggravante grottesca dei presunti innovatori grillini che difendono le corporazioni

Soltanto i tassisti sembrano ritenersi in diritto di non dover accettare e affrontare le nuove sfide. Si sono scagliati contro con le uova marce o, talvolta, peggio, con la violenza (verbale e fisica: chi si ricorda l’aggressione all’ex numero uno di Uber, Benedetta Arese Lucini?). Hanno paralizzato le città e scaricato i passeggeri. Hanno complicato la vita a tutti in nome del diritto al lavoro – il proprio, mica quello di chi lasciavano a piedi - e della non svalutazione dei propri investimenti.

MODI SQUALIFICANTI. Anche laddove le battaglie erano corrette – per esempio nel richiedere una regolamentazione dei nuovi operatori – i modi sono stati sbagliati e profondamente squalificanti. E, soprattutto, non hanno mai centrato il punto: per competere con l’innovazione bisogna innovare. Offrire un servizio migliore, essere attraenti. I tassisti invece hanno scelto di affrontare la competizione provando a impedirla: sarà utile forse ricordare che, mentre si armavano metaforicamente contro Uber Pop (anno di grazia 2014), ancora non esisteva una app per prenotare un taxi senza passare parecchi minuti di snervante attesa al telefono in compagnia della Primavera di Vivaldi sintetizzata malamente.

L’INERZIA DELLA POLITICA CHE RINCORRE. Perché alle auto bianche è stato concesso di resistere con questa pervicacia al cambiamento? Per rispondere bisogna coinvolgere la politica, con la sua inerzia e la disarmante ignavia. Trasversale agli schieramenti e ai colori, ma con l’aggravante grottesca dei presunti innovatori grillini che difendono le corporazioni, e della sinistra radicale che parteggia per la più conservatrice delle lobby in nome della lotta al capitalismo e alle multinazionali.

In mezzo c’è tutto. C’è Matteo Renzi che nel 2014 disse: «Uber è un servizio fantastico» e poi si dimenticò di regolamentarlo, consentendo a un tribunale di stabilirne la fine delle operazioni, con buona pace dei proclami sulla rivincita della politica sui giudici. E c’è soprattutto il famoso decreto Concorrenza, approvato dal Consiglio dei ministri il 20 febbraio 2015, che avrebbe dovuto entrare nel merito delle nuove norme per il trasporto pubblico e di molto altro, ma che ancora attende di essere discusso in aula.

GLI ACCORDI ARRANGIATICCI. C’è, infine, la disarmante ricorrenza storica: incapace o impreparata a studiare i modelli e i business dei vari Google, Apple, Amazon, Airbnb, Uber e compagnia bella, la politica si trova costantemente a rincorrere i fenomeni mettendo maldestramente pezze arrangiaticce. Si pensi agli accordi per il recupero di un po’ delle tasse evase fatte presi coi vari big, alle proposte di Web Tax, alle scelte ad altissimo tasso di conflitto di interessi sul team digitale di Diego Piacentini e soci. Se i tassisti si comportano come bulletti preistorici è perché la politica è peggio di loro: e pazienza se così facendo chi perde sono soltanto i consumatori.

UN’ECONOMIA NON DI MERCATO. Le multinazionali, come evidente dalla crescita esponenziale di Google, Facebook & co, proliferano ugualmente: solo che lo fanno per lo più senza controlli. Senza pagare quello che dovrebbero, senza garantire le condizioni che sarebbero richieste. In un’economia di mercato sana Uber potrebbe operare: ma a condizioni stabilite dalla nazione in cui si trova, secondo principi di equità, di correttezza, di rispetto della concorrenza.
In un’economia di mercato in cui i politici non inseriscono maldestramente una norma cruciale nel decreto Milleproroghe, ma studiano soluzioni e bilanciamenti con tutti gli attori coinvolti.
In un'economia di mercato che non è la nostra.

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