Diocesi
23 Febbraio Feb 2017 0800 23 febbraio 2017

La crisi economica delle diocesi, indebitate e poco trasparenti

Pagano anni di malagestione ed eccessiva esposizione sugli immobili. Hanno accumulato passivi pesanti, come i 35 milioni di Rimini. Ma non pubblicano i bilanci. E molte di loro sono finite in ginocchio.

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«Il conto economico 2015 vede un totale di costi pari a 10.930.541 euro e ricavi per 10.475.934 euro, con una perdita di esercizio di 454.607 euro»: è quanto si legge nella presentazione del bilancio della diocesi di Padova, pubblicato lo scorso 29 ottobre. Si entra nel merito dei costi: «Il 20% è stato destinato a coprire le attività pastorali specifiche e di funzionamento; il 18% riguarda il personale, le consulenze professionali e i collaboratori; il 41% è rappresentato dai contributi erogati per la carità, il culto e la pastorale; il 18% sono accantonamenti, tra cui oltre 1 milione di euro per un fondo emergenze appositamente attivato lo scorso anno». Per quanto riguarda i ricavi, il 15% proviene «da attività, il 39% da contributi Cei, il 13% da contributi pubblici e privati e il 21% da offerte e donazioni, il rimanente da proventi straordinari».

DATI PARZIALI O GENERALI. Il caso di Padova rappresenta un'eccezione tanto virtuosa quanto rara all'interno del panorama ecclesiale italiano. Se l'indicazione per la trasparenza finanziaria è partita da tempo, infatti, fra le 225 diocesi sono ben poche quelle che diffondono i dati relativi alla loro salute economica. Qualche volta vengono rilasciate notizie parziali o dati di carattere generale, ma nella maggior parte dei casi la 'riservatezza' ha la meglio. Così, la mossa del vescovo Claudio Cipolla, nominato alla guida della diocesi di Padova nel luglio 2015 da papa Francesco, costituisce di fatto una “prima volta” interessante.

I BILANCI NON SI TROVANO. A fine gennaio, nel corso di un incontro con la stampa tenutosi al termine dell'ultimo consiglio episcopale permanente – l'organismo di autogoverno dei vescovi italiani –, il segretario della Cei Nunzio Galantino aveva affermato con decisione che i bilanci delle diocesi italiane erano tutti pubblici, addirittura accessibili su internet. La questione in realtà non è così scontata. L'agenzia di stampa Adista ha condotto in merito una indagine: «Questi bilanci sui siti internet di 10 diocesi 'campione' (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari) non si trovano. E non si trovano perché non esistono». Tre delle diocesi chiamate in causa - Roma, Torino e Milano - hanno risposto per iscritto all'inchiesta confermando che non sono accessibili.

Papa Francesco.

ANSA

Il quadro è dunque questo: ma qual è allora lo stato di salute finanziaria della Chiesa italiana? La situazione è seria, in molti casi grave. Il patrimonio immobiliare è ancora vasto, ma a non aver funzionato nei decenni passati è stata soprattutto la parte amministrativa, cioè la gestione. L'incapacità manageriale, il narcisismo nel progettare opere grandiose, la disonestà di alcuni, le consulenze affidate a gente impreparata o troppo furba hanno generato qualche volta scandali e spesso una «situazione di indebitamento anche grave», come denunciava monsignor Antonio Neri, sottosegretario per la Congregazione per il clero, parlando nel 2015 davanti agli economi delle diocesi. Dunque anche il Vaticano è preoccupato.

L'ALLARME DELL'ARCIVESCOVO DI RAVENNA. Nel marzo 2016, a rilanciare l'allarme è stato monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo di Ravenna e membro del consiglio per gli affari economici della Cei, organismo presieduto dal cardinal Angelo Bagnasco. L'arcivescovo ha messo in luce «le difficoltà di molte diocesi, ricche di beni immobili ma povere di risorse economiche. In particolare, si può sottolineare la crisi che stanno attraversando quelle che negli ultimi 15 anni hanno iniziato opere notevoli di restauro o di nuova edilizia di culto, confidando nel 50% o nel 75% derivante dalla Cei e nello smobilizzo di beni che invece il mercato ha svalutato o non riceve più, facendo saltare i preventivi, con il conseguente indebitamento, a volte clamoroso, di parrocchie e diocesi».

GLI INVESTIMENTI DIVENTANO DEBITI. Gli investimenti massicci avviati prima dell'introduzione dell'euro e, soprattutto, della crisi del 2008 si sono trasformati in debiti. Il mercato immobiliare è crollato o si è bloccato, le entrate non sono arrivate o sono scese verticalmente, i lavori “notevoli” di restauro e la nuova edilizia di culto sono rimasti senza copertura finanziaria. E in effetti il 'tesoro' della Chiesa è costituito in maniera significativa dai beni immobili, e qui è stata giocata una partita - anche speculativa – che sta portando al collasso finanziario.

Mezzo miliardo di euro – la metà del 'tesoretto' dell'otto per mille - serve a coprire le spese per gli immobili e il sostentamento dei sacerdoti

Fra i problemi messi in luce da monsignor Ghizzoni c'era poi quello della tendenza a delegare, da parte di sacerdoti e vescovi, date le difficoltà amministrative, a singoli «spesso scelti solo perché parrocchiani e amici o perché funzionari bancari di propria fiducia o ragionieri/commercialisti scelti a caso». Non solo: «Per i presbiteri oggi si aggiunge l'esposizione a truffatori o a sedicenti procuratori d'affari, investitori esperti o consulenti tecnici, che sanno manipolare facilmente soprattutto i più anziani con danni seri al patrimonio di parrocchie e altri enti». Insomma, un'ulteriore e imbarazzante voce debitoria.

LA PALLA PASSA ALLA CEI. La situazione è delicata, per questo pure la Cei ha messo in campo una attività formativa per economi e sacerdoti. Ma certo i debiti ora andranno gestiti, almeno in parte, con una forte dismissione del patrimonio immobiliare. In questo contesto va inquadrata la crisi degli istituti diocesani di sostentamento per il clero, creati per garantire lo stipendio ai sacerdoti e il loro trattamento previdenziale. A questi enti appartiene infatti una parte considerevole del patrimonio immobiliare della Chiesa (una stima per difetto parla di una cifra fra i 4 e i 5 miliardi di euro) che rende però assai poco e non basta a soddisfare il fabbisogno di liquidità.

I COSTI NON COPRONO I RICAVI. Gli istituti in questione sono in profonda crisi, come spiegò lo stesso monsignor Galantino nel 2015. L'esistenza di almeno un centinaio di questi organismi, disse il segretario generale della Cei, «da un punto di vista economico e aziendale semplicemente non si giustifica: hanno costi che non coprono i ricavi o che li intaccano in maniera sostanziale». «In questo modo», aggiunse, «diventano una spesa e non un apporto per il sistema, creando imbarazzanti condizioni di sperequazione tra i diversi istituti». Da qui una proposta di riforma che prevedeva in primo luogo accorpamenti, tagli degli sprechi e maggiore efficienza del sistema.

Il segretario della Cei Nunzio Galantino.

Le diocesi ricorrono sempre di più ai soldi derivanti dall'otto per mille senza i quali, anzi, la Chiesa italiana andrebbe in bancarotta. Finisce infatti alla Cei l'80% dell'otto per mille delle dichiarazioni dei redditi (nel 2005 era circa il 90%), per una somma complessiva di poco più di 1 miliardo di euro (secondo i dati del 2016). Di questi, ben 350 milioni servono per stipendi e pensioni dei preti, mentre altri 140 milioni se ne vanno per il restauro di beni ecclesiastici e per la nuova edilizia di culto. In totale, dunque, mezzo miliardo di euro – la metà del 'tesoretto' dell'otto per mille - serve a coprire le spese per gli immobili e il sostentamento dei sacerdoti.

LA TRASPARENZA È L'ECCEZIONE. Il tema della trasparenza è da tempo al centro del dibattito interno alla Chiesa – anche per impulso di papa Francesco - sia sotto forma di regole interne (la necessità di dotarsi di un collegio di revisori, amministratori capaci e via dicendo) sia nei confronti dell'opinione pubblica. Tuttavia, i passi in avanti compiuti su questo terreno sono ancora timidi. In uno studio del 2016 pubblicato dalla Pontificia università urbaniana – Le finanze del Papa, di Pier Virginio Aimone Braida – si osserva: «Quanto ai bilanci sia delle singole diocesi sia degli istituiti diocesani di sostentamento per il clero (compreso quello centrale, ndr), come per la stessa conferenza episcopale italiana, non sussistono fonti pubbliche». La trasparenza, si afferma, resta ancora un fatto episodico che può riguardare una singola parrocchia e tocca in ogni caso solo un «ristretto ambito» di persone.

I DEBITI MILIONARI DELLA DIOCESI DI RIMINI. D'altro canto, alcune situazioni sono davvero sorprendenti. Come quella della diocesi di Rimini che, fino al 2010, in ragione di una serie di investimenti immobiliari eccessivi e non andati a buon fine, ha accumulato debiti per la cifra di 35 milioni di euro, con una forte esposizione verso alcuni istituiti bancari. Dal 2013, ha spiegato l'economo della diocesi, don Danilo Manduchi, è stato messo a punto un piano di rientro, concordato con Vaticano e Cei, che ha portato a una riduzione del debito da 34 a 23 milioni di euro. Decisiva sarà, in tale prospettiva, la «ristrutturazione di mutui e fidi bancari», in sostanza uno sconto importante sui pagamenti. Così la situazione, fra tagli e cessioni di beni, dovrebbe tornare alla normalità intorno al 2023.

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