Calabresi
VISTI DA VICINISSIMO 21 Marzo Mar 2017 1457 21 marzo 2017

Repubblica, Calabresi in difficoltà

È arrivato solo da un anno, ma è già in discussione. Troppe assenze (per cui è stato richiamato), una linea ondivaga e un preoccupante calo di copie. Così il gruppo Espresso pensa di correre ai ripari. E già si fanno i nomi dei possibili sostituti. Il retroscena di Occhio di Lince.

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Ohibò, cari e affezionati lettori. Mi tocca scrivere di giornali, perché le voci si fanno sempre più insistenti e Occhio ha con voi un patto di ferro: il suo sguardo non si ferma davanti a nulla. Mi tocca scrivere di giornali dicevo. Anzi, di un giornale che a noi è caro, Repubblica, che seguii sin dal suo esordio nel lontano 1976, quando avevo ancora tutti i capelli neri e facevo l’apprendista in una nota e blasonata azienda chimica, insieme a coetanei che poi sarebbero diventati importanti.

LA LETTERA DI RICHIAMO AL DIRETTORE. A Repubblica nei giorni scorsi è successa una cosa che mai si era verificata prima. L’amministratore delegato, l’inflessibile Monica Mondardini, ha chiamato nel suo ufficio il direttore Mario Calabresi lamentando (ma qualcuno giura che la lamentazione esista anche nero su bianco) le sue troppe assenze dal giornale. D’accordo, tutti i quotidiani sono macchine complesse e abbisognano di conduttori che abbinino culo di pietra ed estro giornalistico.

LA DEVIAZIONE RENZIANA DEL QUOTIDIANO. Ma Repubblica, forse, è da sempre 'più quotidiano' degli altri. Perché ha una produzione sterminata di pagine e supplementi, perché in redazione convivono anime diverse e galli nel pollaio perennemente in guerra per primeggiare. Perché per tanti anni il giornale è stato una fede, un partito, un’idea prima che l’avvento del renzismo cui inizialmente aveva entusiasticamente aderito (con la lodevole eccezione del patriarca Eugenio, poi invece tardivamente convertitosi al rottamatore) ne sbiadisse i connotati. E voi sapete bene quanto sia un azzardo per un giornale che ha sempre fatto del nemico al potere il suo collante (Craxi prima, Berlusconi poi) salire sul carro del vincitore.

Con Calabresi, che pure a Largo Fochetti aveva militato prima di migrare alla Stampa, il feeling invece non è mai sbocciato

Certo, per questo venir meno di identità e di copie fare oggi il direttore di Repubblica è mestiere assai difficile. Infatti quando l’azienda ne trova uno che funziona non lo molla facilmente. Non è un caso se Ezio Mauro lo ha guidato per vent’anni, arrivando presto ogni mattina in redazione e andandosene la sera spegnendo la luce. Di Eugenio Scalfari ovviamente non parlo, perché Repubblica è stata la sua creatura e proprio per questo l’attaccamento non è mai venuto meno, anche quando il padre padrone cedette a Carlo De Benedetti onore e onere della proprietà.

UNA REDAZIONE LACERATA DAI CONFLITTI INTERNI. Con Calabresi, che pure a Largo Fochetti aveva militato prima di migrare alla Stampa, il feeling invece non è mai sbocciato. Complice certo il preoccupante calo di copie (mentre il diretto concorrente milanese ne perdeva assai di meno), nonché il fatto che il vuoto di potere dà spazio ai conflitti interni. Perché quando il domatore è lasso, i leoni vanno dove vogliono finendo inevitabilmente con lo sbranarsi tra di loro. Infatti in queste ultime settimane è aumentato il subbuglio dei “maurini”, i fedeli di Mauro, e si sono ringalluzziti persino gli scalfariani devoti al fondatore. A questo si aggiunge un clima da faide e contro faide in redazione, con pagine piene di refusi, talvolta, dicono i malevoli, persino lasciati lì apposta per colpire il malcapitato di turno. Ma a queste dicerie non darei troppo peso, sapete quanto tutte redazioni (io per fortuna non ci ho mai messo piede) siano covi di serpenti

L'adesione al renzismo poi ha provocato molti mal di pancia, e non è bastata una sterzata di rotta in zona Cesarini a tacitare le proteste di molti lettori

«A Repubblica ci sono correnti che nemmeno nella Democrazia cristiana di Fanfani e Andreotti...», si sussurra a Montecitorio quando si incomincia a parlare del quotidiano di Largo Fochetti. Calabresi è lì da un anno, e come tutti i direttori ha messo qualcuno dei suoi uomini nei posti chiave. Ma non è bastato certo a dargli il pieno controllo, cosa difficile di per sé, ma impossibile se non accompagnata da assoluta dedizione e assiduità.

L'ATTIVISMO DI MAURO. L’adesione al renzismo poi ha provocato molti mal di pancia, e non è bastata una sterzata di rotta in zona Cesarini (complice anche il ritorno di un anti premier come Massimo Giannini) a tacitare le proteste di molti lettori. Non è bastato nemmeno mandare Mauro a intervistare Renzi all’indomani della rovinosa sconfitta referendaria. Se mai l’attivismo dell’ex direttore è stato per Calabresi un boomerang. Mauro scende in campo ogni volta che ci sono da intervistare politici e uomini di potere più importanti (per dire, a stato lui a far sbottonare Nanni Bazoli sul perché vedesse bene Cairo nuovo padrone del Corriere) .

E poi basta guardare quanti pezzi sono stati firmati da Calabresi negli ultimi tre mesi. Da gennaio appena cinque, come si può verificare con una facile ricerca sulla rassegna della Camera dei deputati. Il suo predecessore invece ne ha vergati più del doppio, con fughe anche sul settimanale di casa L'Espresso. Non basta certo a placare i malumori l'incontrastata supremazia sul web. Perché, ormai si sa, compensare i cali di fatturato del cartaceo anche pubblicitariamente resta un miraggio.

PRONTO IL DORSO TORINESE DEL CORSERA. Intanto la concorrenza incalza. Cairo è sempre più visto come un competitor molto insidioso, non solo perché sta rimettendo in sesto i conti della Rcs, ma anche perché ha intenzione di attaccare Repubblica sul suo terreno. Il patron del Torino sta infatti per lanciare a 1 euro il dorso torinese del Corriere, puntando sulla firma di Massimo Gramellini, il cui Buongiorno, strappato alla Stampa (ovvero al gruppo Espresso), una volta approdato in via Solferino è diventato Il Caffè.

Volete sapere chi lo sostituirà? Beh, se Ferruccio de Bortoli non fosse in disgrazia con John Elkann non ci sarebbe partita

Lo so benissimo, cari e affezionati lettori, che a questo articolo manca qualcosa di importante. Volete sapere quanto durerà Calabresi ? Qui vi posso solo dare una mia impressione: poco, anche perché lui non nasconde con amici e collaboratori di sentirsi in sofferenza con la proprietà. Volete sapere chi lo sostituirà? Beh, se Ferruccio de Bortoli non fosse in disgrazia con John Elkann non ci sarebbe partita. Sì, lo so, nell’accordo tra Espresso e Stampa la nomina del direttore spetta a De Benedetti, ma volete che l’Ingegnere faccia un tale sgarbo al suo giovane concittadino?

IN POLE CI SONO MOLINARI E GIANNINI. Per altro, a ben guardare, c’è un nome che li metterebbe d’accordo, con la fortuna che in questi tempi di spending review ce l’avrebbero pure in casa. Si chiama Maurizio Molinari, dirige La Stampa, oggi più che mai il giornale che piace alla gente che piace. Anche l'altro pretendente naturale è già nel gruppo, ovvero Giannini. Il quale però sta seguendo con un certo interesse anche la partita per la direzione del Sole 24 ore.

(*) Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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