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11 Aprile Apr 2017 2008 11 aprile 2017

Consip: l'inchiesta continua, ma vacillano i vertici del Noe

Il capitano Scafarto non è nuovo a trascrizioni sbagliate. Già in occasione dell'indagine su Cpl Concordia finì nel mirino. Ora a pagare può essere il comandante Pascali. A meno che non intervenga Pinotti.

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L'inchiesta Consip continua, nonostante la nuova indagine per falso materiale e ideologico a carico del capitano del Noe Giampaolo Scafarto, che avrebbe falsificato alcune trascrizioni delle intercettazioni attribuendo una frase all'imprenditore arrestato Alfredo Romeo invece che a Italo Bocchino su un incontro con Tiziano Renzi, padre dell'ex premier. Non è la prima volta che Scafarto incappa in critiche e inchieste: già sullo scandalo Cpl Concordia diversi imputati hanno mosso esposti e querele contro di lui, sia per detenzioni ingiustificate sia per trascrizioni sbagliate di intercettazioni, proprio come nel caso Consip. E a pagare per il “disagio”, rivelano fonti qualificate a Lettera43.it, potrebbe essere il comandante del Noe Sergio Pascali, anche se a sostenerlo potrebbe esserci il ministro della Difesa, Roberta Pinotti.

SCAFARTO RESTA AL SUO POSTO. E intanto, mentre il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi dice che l'inchiesta prende «una piega diversa» e sui quotidiani di area renziana si parla già di bufala e flop, chi sta seguendo il caso fa notare che il procuratore di Roma Mario Palazzi che indaga su Scafarto è lo stesso che ha messo sotto indagine il padre dell'ex premier. Non fu infatti la procura di Napoli, che pure iniziò le indagini sul mega appalto da 2,7 miliardi di euro per il facility management, a iscrivere Tiziano Renzi nel registro degli indagati, ma quella capitolina diretta da Giuseppe Pignatone. Anzi, l'iscrizione non sarebbe avvenuta per effetto di quella falsa attribuzione redatta da capitano del Noe. Non solo. Scafarto non è stato rimosso dal suo incarico. E il suo avvocato Giovanni Annunziata, che ha consigliato all'assistito di non rispondere ai magistrati in attesa di aver letto gli atti, ha spiegato che se non sarà provato «il dolo», cioè l'intenzione di falsificare le indagini, cadrà il quadro accusatorio della procura.

NOMI ECCELLENTI NELLA BUFERA. In casi come questo trovare la cosiddetta probatio diabolica non è così semplice. Non a caso nella procura partenopea si fa notare che, pure se fossero stati commessi errori da parte dell'investigatore del Noe, questi non avrebbero alcuna ripercussione sul filone napoletano delle indagini che tratta vicende separate da quelle di cui ci si sta occupando nella Capitale. Di carne al fuoco ce n'è molta. D'altra parte, gli indagati nello scandalo Consip, per rivelazione di segreto e favoreggiamento, sono diversi: ci sono il generale dell'Arma Tullio Del Sette, il generale Emanuele Saltalamacchia, l'attuale ministro allo Sport Luca Lotti.

Scafarto è anche uno dei grandi accusatori di un'altra inchiesta made in Woodcock: quella sulla cooperativa Cpl Concordia di Modena

Sotto la cenere delle inchieste cova sempre lo scontro all'interno dell'Arma dopo la rimozione del Capitano Ultimo, Sergio De Caprio. Ma allo stesso tempo nelle mani dei magistrati ci sono altre testimonianze sui presunti incontri tra Romeo e il padre dell'ex premier, senza contare che Bocchino è il factotum dell'imprenditore campano. Ci sono quelle messe a verbale dall'amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, o ancora quelle di Alfredo Mazzei, ex tesoriere del Pd campano e amico di Romeo dai tempi del Pci.

LA DIFESA DI RENZI SENIOR. Nell'ambiente dell'Arma qualcuno ricorda maliziosamente che «Scafarto non è nuovo a certi “errori”». In queste ore, al centro dell'attenzione c'è una intercettazione ambientale attribuita a Romeo, ma che sarebbe riconducibile a Bocchino. A riportare la circostanza è stato Il Fatto Quotidiano lo scorso 6 marzo: il Noe, si legge nell'articolo di Marco Lillo, scrive che Romeo mentre è intercettato dice chiaramente che ha incontrato Tiziano Renzi. La conversazione è del 6 dicembre 2016 e l’incontro – se esiste – non si sa quando sia avvenuto. Nei giorni in cui l'inchiesta occupa le prime pagine, Renzi senior si difende dicendo di non aver mai incontrato l'imprenditore. E il fatto che la frase sull'incontro sia stata pronunciata da Bocchino e non da Romeo può cambiare le carte in tavola per il padre dell'ex premier, anche se è innegabile che l'ex parlamentare di An agisse nella sfera degli affari in nome e per conto di Romeo.

IL PRECEDENTE DI CPL CONCORDIA. Tuttavia, su quell'errata attribuzione della frase la procura romana vuole vederci chiaro e ha iscritto Scafarto nel registro degli indagati. Questa iscrizione non è l'unico grattacapo di uno degli investigatori di punta del pool napoletano sui reati contro la pubblica amministrazione. Scafarto, infatti, è anche uno dei grandi accusatori di un'altra inchiesta made in Woodcock: quella sulla cooperativa Cpl Concordia di Modena e la metanizzazione dell'isola di Ischia. Indagine in cui i pm napoletani vedevano «relazioni patologiche» con le istituzioni e che aveva messo sotto accusa lo stesso sindaco di Ischia, Giosi Ferrandino (passato anche per il carcere), e altri imprenditori campani, tra cui Massimiliano D’Errico.

Matteo Renzi e, sullo sfondo, il padre Tiziano.

La posizione del primo, nel corso del processo, si è notevolmente alleggerita proprio in seguito all’esame delle carte redatte da Scafarto e alla sua audizione nel corso delle udienze. Da qui è emerso che nei momenti in cui dentro Cpl si disquisiva di appalti e gare non si trattava di quelle per la metanizzazione, come sostenuto dall’accusa, ma della pubblica illuminazione. Nella trascrizione dei periti agli atti dello stesso processo, l’intercettazione riportata nei brogliacci dall’ufficiale del Noe in cui Massimo Ferrandino, fratello del sindaco, dice che «Giosi ha detto che andiamo tutti in galera». In realtà il nome del sindaco non sarebbe mai stato pronunciato.

CHIESTO UN RISARCIMENTO MILIONARIO. Ma a turbare il sonno dell’allievo di Ultimo potrebbe arrivare anche la richiesta di risarcimento danni di D’Errico, accusato di riciclaggio, che dopo l’arresto è stato per 22 giorni a Poggioreale. D’Errico, 38enne casertano, assistito dall’avvocato Francesco Murgia, ha presentato una richiesta danni da 10 milioni di euro. Sette chiesti ai pm di Napoli Woodcock, Loreto, Carrano, D’Avino e al gip Amelia Primavera e tre ai Carabinieri. Tra loro anche Scafarto. Nell’esposto il legale si chiede quali prove avessero i magistrati per arrestare il suo assistito, dal momento che la stipula di un contratto data per accertata in realtà non fu mai conclusa. Prove insussistenti per il Riesame che liberò D’Errico.

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