Stadio Roma Proprietà
11 Aprile Apr 2017 1146 11 aprile 2017

Tifosi spariti e zero impatto economico: perché fare stadi privati?

Emorragia dei supporter sugli spalti. Solo l'11% degli introiti dei club dagli incassi al botteghino. Irrilevanti effetti sulla comunità. E proprietari oscuri. I motivi per cui costruire nuovi impianti calcistici non conviene.

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A Frosinone si può. Da quelle parti lo stadio di proprietà del club sta sorgendo in tempi rapidi e senza grandi clamori, al posto del vecchio Matusa. Soprattutto, la nuova opera viene concepita e realizzata senza perdere di vista la dimensione del club e del suo territorio. Quello che sta per essere ultimato è un impianto da poco più di 16 mila posti, tutti a sedere e coperti, che manderà in pensione l’inadeguato impianto attuale, destinato alla demolizione. I lavori dureranno meno di un anno. Tempi record per gli standard italiani. E in un eccesso di ottimismo si era addirittura parlato di consegna entro aprile 2017. Termine mancato, ma era francamente irragionevole. L’importante è che lo stadio sia pronto per l’inizio della stagione calcistica 2017-2018.

STIMATO UN +20% SUI RICAVI. Il presidente Maurizio Stirpe, che da un anno è anche vice presidente di Confindustria e al cui padre Benito verrà intitolato l’impianto in costruzione, stima che ne deriverà per il Frosinone un aumento dei ricavi di circa il 20%. Su quest’ultimo dato è impossibile giudicare. Il tempo dirà. Per adesso si può affermare che si tratta di una previsione sobria. Niente promesse di boom economici, soltanto la ragionevole stima che attorno al nuovo impianto possano innescarsi circoli virtuosi ed economie di scala capaci di aiutare il Frosinone calcio a vivere meglio la sua dimensione di club della vasta provincia italiana.

MA PREVALE L'EMOTIVITÀ. È proprio “sobrietà” la parola chiave, in questo dibattito italiano sugli stadi di proprietà che ciclicamente si riprende la scena pubblica. La sobrietà è ciò che manca. Prevalgono le cifre esorbitanti, le previsioni da gigantismo, e i toni emotivi. Quando invece si dovrebbe valutare con ragionevolezza dove e come sia possibile fare le cose. In questo senso la vicenda del nuovo stadio della Roma è stata esemplare.

Il progetto del nuovo stadio del Frosinone.

Un dibattito che avrebbe dovuto mantenersi su un piano tecnico è immediatamente scivolato lungo il piano emotivo, trasformandosi in un tema da opposte fazioni. Come se fosse in ballo la Champions league anziché fattori quali il governo del territorio, l’urbanistica di una città, il suo tessuto socio-economico complessivo, e il futuro a medio-lungo termine di un’intera comunità.

DIBATTITO SÌ, PERÒ INFORMATO. Davanti a uno scenario del genere, si dovrebbe accedere al dibattito avendo conoscenza del tema in questione. Il che non significa riservare il dibattito stesso ai tecnici: ciò darebbe un taglio elitario alla discussione. Significa piuttosto che anche l’ordinario tifoso possa partecipare al dibattito, ma a patto che si documenti e si formi una chiara idea della questione in ballo.

TROPPO SOSTEGNO MEDIATICO. E invece alcuni passaggi della vicenda hanno rischiato l’isteria, anche per via dell’intervento di calciatori e allenatori che hanno messo in campo tutto il loro peso mediatico con l’effetto di sbilanciare definitivamente il clima verso la dimensione emotiva. E bruciando la possibilità che un tema di così elevato interesse pubblico potesse essere anche un esempio d’esercizio virtuoso della cittadinanza lungo l’asse del rapporto pubblico-privato.

Si parla delle “magnifiche sorti” cui i sistemi urbani andranno incontro con gli stadi di proprietà, ma si tace sui guasti e le diseconomie che giungono da interventi così pesanti

Non è da escludere che lo schema si ripeta altrove, mostrando i medesimi vizi. Che non sono limitati alla prevalenza della spirito tifoso sulla virtù civica, ma riguardano anche gli interventi manipolatori sull’opinione pubblica. Quelli che promettono e al tempo stesso omettono. Parlano delle “magnifiche sorti” cui i sistemi urbani andranno incontro, ma tacciono sui guasti e le diseconomie che giungono da interventi così pesanti.

LA RETORICA DEL WIN/WIN. Lo studio di queste retoriche è di per sé materia affascinante. Si tratta di architetture argomentative spese per veicolare l’idea che l’edificazione di un nuovo impianto sia conveniente non soltanto per il club, ma per tutta la comunità e la sua economia. Una presunta strategia win/win, nella quale ciascuna delle parti coinvolte avrebbe il suo pezzo di tornaconto. Si tratta di retoriche non particolarmente difficili da smontare con la forza degli argomenti, ma che si giovano d’una potenza di fuoco tale da compensare le proprie debolezze. Da sempre la capacità di sovrastare la voce altrui è il modo più efficace per avere ragione.

Un rendering del possibile futuro stadio del Milan. Ma mancano ancora tempi e luogo.

Una buona rassegna di queste retoriche della legittimazione e strategie del tacitamento si trova in un libro scritto da Kevin J. Delaney e Rick Eckstein, pubblicato nel 2004. Incentrato sulla realtà statunitense, dove il tema della costruzione di nuovi stadi genera polemiche continue e mobilitazioni contrarie da parte dei contribuenti locali, il libro ha come titolo: Public dollars, private stadiums. The battle over building sports stadiums. E già il titolo contiene un’altra verità, che troppo spesso viene minimizzata nell’arena italiana: non esistono impianti a costo zero per i contribuenti. In qualche modo, che si tratti di generose concessioni fiscali e fondiarie o di opere d’urbanizzazione, ciascuno di noi sovvenziona i nuovi stadi privati.

APPELLO ALL'AUTOSTIMA MUNICIPALISTA. Nel libro vengono citate le diverse tattiche argomentative: si va dall’uso di studi “di comodo” (spesso finanziati in modo più o meno diretto dalle coalizioni che promuovono la costruzione del nuovo stadio), all’opposta “strategic ignorance”, che tende a snobbare gli studi avversi, dall’attacco personale agli oppositori alla citazione di documenti di supporto totalmente inventati (in stile “attentato terroristico in Svezia” urlato da Trump, possiamo aggiungere col senno di oggi), fino all’appello diretto all’autostima della comunità locale, che dovrebbe sentire il nuovo impianto come un elemento di accrescimento del proprio orgoglio municipalista.

MA QUALE RIGENERAZIONE URBANA. Tutti espedienti retorici che non attaccano più presso le scafatissime opinioni pubbliche locali Usa, e men che meno presso le popolazioni delle aree più depresse, cioè quelle che finiscono nel mirino delle coalizioni pro-stadio, pronte a usare il tema-passepartout della rigenerazione urbana. In un articolo pubblicato sul sito del Guardian, dedicato al tema dei nuove franchigie della Mls statunitense e degli stadi da essa pretesi, si parla di “Welfare for millionaires”, una formula che fotografa perfettamente uno stato d’insania.

Checché se ne dica, i sistemi economici locali sono a somma zero: ciò che va da una parte è sottratto ad altre, nel quadro di un’interminabile lotta a contendersi risorse scarse

Ma l’argomento primario su cui si fondano tutte le retoriche favorevoli alla costruzione dei nuovi stadi è quello dell’impulso dato alle economie locali: imponente creazione di posti di lavoro, incremento dei flussi turistici, crescita dell’indotto, impennata del Pil locale. Molti di questi presunti effetti vengono facilmente confutati. Checché se ne dica, i sistemi economici locali sono a somma zero: ciò che va da una parte è sottratto ad altre, nel quadro di un’interminabile lotta a contendersi risorse scarse. I meccanismi davvero generativi di una nuova economia sono rari e non è nemmeno detto che attecchiscano in qualsiasi contesto.

LAVORO GUADAGNATO, MA ANCHE PERDUTO. E dunque, soffermandosi su una delle conseguenze presunte, i nuovi posti di lavoro generati dal complesso sportivo-ricreativo avranno come contraltare i posti di lavoro perduti per la moria delle attività commerciali incapaci di reggere la nuova concorrenza. Ma a sgomberare il campo da ogni equivoco, confutando in termini scientifici l’argomento incrementalista, provvede un ampio numero sostanzioso di studi provenienti ancora una volta dagli Usa. Economisti dello sport come Roger G. Noll, Andrew Zimbalist, John Siegfried, Dennis Coates e Brian S. Humphreys, tutti concordi nel constatare, dopo accurate valutazioni, l’irrilevante impatto sulle economie locali generato da un nuovo stadio.

IGNORATE LE POSSIBILI RICADUTE SUL PIL. Rispetto a quanto avviene negli Usa, non si dispone di un’analoga produzione di studi sui casi europei d’impatto generato dai nuovi stadi sulle economie locali. La maggior parte di questi è dedicata al tema della rigenerazione urbana, e illustra casi più o meno riusciti, ma ignora l’aspetto d’incrementalità per i Pil dei sistemi urbani. Probabile che ciò sia dovuto a due fattori: la circostanza che in Europa l’esperienza degli stadi di nuova generazione sia relativamente recente; e le differenze nazionali fra i diversi casi europei, che costruiscono per l’analisi accademica un filtro ulteriore rispetto alla realtà Usa, la quale permette invece di ragionare su un Paese grande quanto un continente. Bisogna dunque tornare al caso italiano, e porsi le ultime due domande cruciali.

Un'ipotesi del nuovo impianto del Cagliari.

La prima è: ma per chi li si vorrebbe costruire questi stadi? La risposta è apparentemente semplice, ma dandola si giunge proprio a toccare il punto critico. Ovvio che li si costruisca per i tifosi. Già. Ma quali tifosi, se gli stadi italiani sono sempre più deserti? I monitoraggi effettuati dall’Osservatorio calcio italiano dicono che l’emorragia di spettatori presenti sugli spalti della nostra serie A è inarrestabile. E se ciò avviene nella categoria di vertice, figurarsi nelle categorie minori.

I TIFOSI SONO QUASI UN DETTAGLIO. Un dato ancor più impietoso è stato fornito dall’Uefa attraverso le edizioni 2015 e 2016 dell’European Club Footballing Landscape. Analizzando in termini comparativi la struttura dei ricavi generati dai club delle principali leghe europee, risultava che quelli della nostra Serie A percepiscono un magrissimo 11% dal gate receipt, gli incassi al botteghino. Un dato che rimane identico nelle due annate. Tutto il resto viene da diritti televisivi, sponsor, merchandising. Va detto che quel 11% è un dato di media. Ma resta la considerazione agghiacciante: facendo un ulteriore, piccolo sforzo i nostri club potrebbero benissimo rinunciare al pubblico pagante allo stadio. E magari riempire gli spalti con gli sky box, o gli spettatori che si aggiudicano i biglietti omaggio degli sponsor, i figuranti, i lounge bar. Per chi li #famostistadi?

RISCHIO DI SGRADITE SORPRESE. Il secondo interrogativo è ancora più inquietante: ma di chi sono proprietà gli stadi di proprietà? Anche in questo caso la risposta è scontata soltanto in apparenza. Dovrebbero essere dei club, ma è bene esercitare il massimo dell’attenzione affinché davvero sia così. Perché invece ci si potrebbe ritrovare delle sgradite sorprese. E scoprire che, attraverso una sequenza di scatole cinesi, a essere proprietaria sia la compagine degli azionisti di maggioranza in sella quando viene condotta l’operazione di realizzazione dell’impianto. Col risultato che quella compagine rimarrà proprietaria dello stadio anche nel momento in cui dovesse cedere la società di calcio. Si sta totalmente sottovalutando questo rischio.

(2. fine)

La prima puntata: Calcio, cosa non torna sul business "salvifico" degli stadi privati

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