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29 Aprile Apr 2017 1845 29 aprile 2017

Alitalia, Renzi spinge il salvataggio per liberarsi di Calenda

Il piano di Matteo: caccia a un partner europeo e pressing sui sindacati per un accordo con l'azienda. Tutto per scongiurare l'opzione del ministro. Che l'ex premier vede come un intralcio. Anche verso Palazzo Chigi.

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«I futuri commissari di Alitalia non saranno mandati alla Magliana per liquidarla, ma soltanto per gestire la normale operatività». Cioè garantire i voli, tranquillizzare i fornitori, amministrare i 400 milioni di euro che il governo Gentiloni è pronto a iniettare con il prestito ponte nelle casse tra poco vuote del vettore. La strategia la fa la politica. Il concetto, Matteo Renzi, lo ripete da qualche giorno ai suoi e l’avrebbe ribadito, in un faccia a faccia nelle scorse ore, anche anche a Luigi Gubitosi, attuale presidente dell’ex compagnia di bandiera, prossimo a essere nominato uno dei tre commissari e, al momento, pure il maggior candidato a sostituire Franco Moscetti alla testa del Sole 24 Ore.

UN MESSAGGIO RECAPITATO A CALENDA. Soprattutto, l’ex premier avrebbe fatto recapitare il messaggio al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda, Il quale avrebbe già dato mandato a Enrico Laghi, il principe dei commissari con competenze legali e con oltre una ventina di incarichi di amministratore, di studiare uno spezzatino, nella speranza di trovare un colosso del volo interessato a quel poco di buono che è rimasto alla Magliana. Un approccio «notarile», lo ha definito il piddino Stefano Esposito, che fa arrabbiare non poco il mondo renziano.

IL CASO ALITALIA IRROMPE IN CAMPAGNA ELETTORALE. Con il video nel quale su un volo per Bruxelles si traveste da steward e scandisce che «Alitalia funziona, alla faccia di quelli che ne parlano male», Matteo Renzi ha inserito ufficialmente le vicende dell’ex compagnia di bandiera nel suo programma elettorale. Quello che dovrebbe riportarlo prima alla guida del partito (ipotesi scontata) e poi a quella del governo (ipotesi ogni giorno meno certa). Così diventa centrale la nomina dei commissari, che dovrebbe avvenire tra il 2 e il 3 maggio.

NOMI VICINI AL GIGLIO MAGICO. Accanto ai nomi più graditi al Mise e alle banche (Gubitosi, Laghi, Stefano Ambrosini e Adriano Pollice), nelle ultime ore rimbalzano nomi vicini al Giglio Magico. Come l’avvocato Alberto Bianchi oggi in Enel, Diva Moriani e Marco Seracini in Eni (che è anche uno dei principali creditori e fornitori di Alitalia), ma pure Luca Remmert, da poco neopresidente di Compagnia di San Paolo. In quest’ottica vanno inserite sia le critiche a Laghi come collezionista di poltrone sia il nome dell’ex Ferrovie e Leonardo, Mauro Moretti, lanciato e poi rinnegato dagli ambienti renziani, proprio per mandare un segnale agli altri ambienti del governo.

  • Matteo Renzi s'improvvisa steward sul volo Alitalia per Bruxelles.

Di più, l’ex premier si accingerebbe nei prossimi giorni a svelare la sua strategia. Che è allo stesso semplice e ambiziosa: accanto al prestito ponte e sfruttando gli oltre sei mesi che il finanziamento garantisce, l’esecutivo dovrebbe, da un lato, portare avanti un’azione diplomatica con i governi che sono azionisti delle compagnie aree più solide (in primis quello della Germania con Lufthansa) sperando di trovare partner; dall’altro, far pesare la propria moral suasion sui sindacati per spingerli a un accordo con l’azienda, che sarà molto più penalizzante dal punto di vista occupazionale di quello firmato da Cramer Ball e Gubitosi. In caso contrario, si seguirà l’opzione Calenda: spezzatino, bad company e liquidazione nel tentativo di seguire il rilancio che i tedeschi hanno realizzato prima con Swissair e poi con Sabena.

LE BANCHE TIFANO PER IL FALLIMENTO. Le vicende di Alitalia diventano ogni giorno più paradossali. Le banche, intimamente, sperano nel fallimento della compagnia per non sprecare più un centesimo e non subire nuove imposizione dal governo. Eppure, sono all’ordine del giorno le scaramucce tra i due grandi azionisti e debitori (Unicredit e Intesa), comprese velate e ufficiose minacce di azioni di risarcimento sui vecchi amministratori, che finirebbero per immischiare anche gli attuali vertici dei due istituti. Gli emiratini di Etihad non vedono l’ora di lasciare l’Italia, impegnati come sono a sbolognare a Lufthansa Air Berlin e di ridurre il loro perimetro d’attività in Europa. Operazione ancora più urgente alla luce della prossima uscita dalla compagnia dell’artefice di questa strategia, il ceo James Hogan. Poi c’è la politica: tutti i partiti sanno che l’Alitalia e le sue famiglie non muovono un voto, eppure tutti i partiti (in testa Cinque stelle e Pd) sono pronti a farne il perno della prossima campagna elettorale.

RENZI NON CONVINCE I FEDELISSIMI. Se si fa eccezione per Matteo Orfini, pubblico censore dei progetti di privatizzazione di Pier Carlo Padoan, i renziani in primis non capiscono l’attivismo del capo su questo fronte. Tanto che, quando gli si chiede una motivazione, ipotizzano una serie di soluzioni tutte distanti e diverse tra loro loro: la volontà di Renzi di difendere il lavoro fatto con Etihad; il desiderio di spingere Gentiloni a occuparsi lui di questa patata bollente, prima di tornare al governo; la rivendicazione del ruolo della politica sulle banche che – come dimostra l’appoggio di Intesa a Mittal su Ilva, contro Arvedi, Del Vecchio e Cdp – non lo amano più; ma soprattutto la necessità di umiilare le ambizioni di Carlo Calenda, che sull’affaire Alitalia potrebbe costruire il suo futuro.

Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico.

ANSA

Il ministro dello Sviluppo si è mosso sul dossier in un’ottica molto prudente e industriale: ha vincolato gli ammortizzatori sociali al piano industriale, non ha chiesto alla Ue aiuti vietati dalle normative vigenti, non ha escluso una via che finora nessun politico aveva mai voluto affrontare: un fallimento del vettore con spezzatino, separando i destini degli asset migliori (gli slot sul lungo raggio) dai lavoratori. Soprattutto, Calenda, tecnico senza partito e truppe parlamentari, viene considerato da Renzi un intralcio ai suoi progetti: nel tentativo di ridurre la prossima campagna elettorale a una dicotomia tra Pd e Cinque stelle, il nipote di Luigi Comencini è un’alternativa per guidare un governo del presidente gradita anche a Berlusconi, se dalle urne uscisse uno scenario di stallo; era stato mandato a Bruxelles dallo stesso Renzi come ambasciatore per difendere le ragioni italiane contro il rigore della Commissione e invece è tornato a Roma con saldissimi rapporti con i ministri economici dei Ventisette, come il principe dell’austerità, Wolfang Schäuble.

GLI STESSI MESSAGGI DI BERLUSCONI. Per tutto questo Matteo Renzi, nelle prossime settimane, rilancerà in parte i messaggi che contraddistinsero la campagna elettorale del 2008, quando Silvio Berlusconi lanciò la volata ai capitani coraggiosi. Perché mandare a casa, in questa fase poi, 20 mila persone che direttamente e indirettamente lavorano per Alitalia? Perché l’Italia, pur nel rispetto del mercati, deve privarsi del miglior biglietto da visita che è una compagnia di bandiera? Che poi ci riesca a evitare tutto questo è un altro paio di maniche.

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