Dumping Cinese
5 Maggio Mag 2017 0800 05 maggio 2017

Dumping cinese, la partita in solitario che l'Italia gioca in Ue

Roma strappa un compromesso al Consiglio europeo. Per avere più armi contro la concorrenza scorretta di Pechino sul commercio. Nell'indifferenza degli altri Paesi. La nostra battaglia in prima fila.

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È una battaglia che fa poco rumore, giocata in silenzio dalla diplomazia italiana in Ue e dagli eurodeputati che si occupano di commercio internazionale. Ma è una delle partite che contano di più negli equilibri globali, da cui dipendono migliaia di posti di lavoro e la salute di interi settori industriali. A Bruxelles si lavora alla riforma della politica anti dumping dell’Unione, cioè il meccanismo con cui l'Europa vuole proteggere le sue produzioni dalla concorrenza sleale giocata su salari bassi, mercati distorti dall'intervento pubblico o poco trasparenti.

INVESTIMENTI DA TUTELARE. Il negoziato sul nuovo regolamento coinvolge tutte e tre le istituzioni: Commissione, parlamento e Consiglio. E la posta in gioco, ça va sans dire, sono soprattutto i rapporti diplomatici ed economici con la Cina, secondo partner commerciale dell’Ue. Da una parte investimenti da tutelare - a partire dal 2000 Pechino ha incanalato verso i Paesi europei 35 miliardi di euro e prevede di aumentarli ancora con il nuovo programma della Via della Seta -, dall'altra produzioni che da 15 anni, dall'ingresso dell'ex Impero celeste nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), competono con le manifatture europe: dall'acciaieria alla carta, dal fotovoltaico al tessile, partendo da condizioni di mercato completamente differenti.

RICHIESTE IN PARTE ACCOLTE. In questa partita delicata e rischiosa l’Italia ha un ruolo di primo piano. È stata l'unica a non aver dato l'assenso alla proposta presentata dalla Commissione e il 3 maggio 2017 è riuscita a far passare in Consiglio Ue almeno parte delle sue richieste: e cioè più tutele per le imprese del nostro Continente. Ma la strada è ancora lunga e molto dipende dal parlamento europeo, dove ancora il dossier è nelle mani di un italiano.

Il punto più criticato del regolamento è l'onere della prova, cioè la raccolta di elementi per dimostrare che c'è chi compete sul prezzo con pratiche sleali, che spetterebbe all'impresa europea

Il nuovo regolamento per individuare i casi di concorrenza sleale e calcolare gli eventuali dazi dovrebbero essere approvate da tutte e tre le istituzioni entro la fine del 2017. O almeno questo è l'obiettivo. La riforma è necessaria non solo per proteggere le nostre produzioni, ma anche perché la Cina ha presentato ricorso al Wto contro l'Unione che per anni l'aveva classificata nella lista delle economie "non di mercato". Per evitare la disputa e distendere i rapporti con la seconda potenza globale, l'Ue aveva deciso a luglio 2016 di non utilizzare più quel sistema di classificazione.

VERRANNO STILATI RAPPORTI. Il nuovo regolamento presentato dalla Commissione a fine 2016 modifica completamente il meccanismo. Prima le economie non Ue venivano definite "di mercato" o "non di mercato" in base a cinque criteri - la dipendenza dei prezzi da dinamiche di libera concorrenza o il grado di intervento dello Stato, per esempio. Con la riforma invece verranno stilati dei rapporti - anche se non è chiaro chi li redigerà e che valore avranno - che analizzeranno concretamente le politiche commerciali degli Stati.

CHE CRITERI PER LE DISTORSIONI? Se, dice la Commissione, verranno riscontrate "distorsioni significative" della concorrenza, avremo il diritto di applicare i dazi. Ma anche qui non è chiaro quali sono i criteri che determinano le distorsioni. E infine c'è il punto più criticato: l'onere della prova, cioè la raccolta di elementi per dimostrare che c'è chi compete sul prezzo perché non rispetta i dritti sindacali o ottenendo benefici grazie a un settore delle materie prime controllato dallo Stato, spetterebbe all'impresa europea. E cioè tocca al produttore italiano, francese, olandese o romeno.

«L'EUROPA COSÌ È LA PIÙ DEBOLE». Il pacchetto di misure, secondo l'europarlamentare di Forza Italia Salvatore Cicu, relatore per l'assemblea di Strasburgo, preso così com'è renderebbe l'Europa l'attore più debole dal punto di vista della protezione dal dumping commerciale. Eppure in Consiglio la battaglia è stata portata avanti solo dalla diplomazia di Roma.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

Certo, il governo italiano sapeva di non poter contare sull'appoggio dei Paesi non manifatturieri del Nord Europa, o sulla Germania che ha delocalizzato molte sue produzioni nell'ex Impero celeste. Ma, a sorpresa, nemmeno sulla Francia che tra l'ennesimo rimpasto di governo e le elezioni imminenti, dice chi ha seguito il dossier, non ha di fatto elaborato una linea politica. In un primo momento Roma era affiancata da Paesi manifatturieri del Sud e dell'Est Europa, dalla Spagna alla Romania. Però più avanzavano le trattative tecniche più i Paesi si sfilavano. A fine aprile 2017 il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha annunciato il veto sul meccanismo di silenzio assenso e di fatto ha riaperto la partita.

ACCETTATE LE CONDIZIONI DI ROMA. Fino a quando il 3 maggio il Mise ha potuto annunciare una seppur limitata vittoria: nel vertice preparatorio per il Consiglio Ue dell'11 maggio i rappresentanti dei 27 Paesi sono arrivati al compromesso. Detto più chiaramente, alcune condizioni chieste da Roma sono state accettate. Nel testo è stato inserito il riferimento ai cinque criteri che regolavano la concessione dello status di economia "di mercato". E in particolare la valutazione dei diritti societari, proprietari e fallimentari a cui le imprese sono sottoposte.

«MA ABBIAMO PERSO 15 ANNI». «Su queste basi», ha dichiarato Calenda, «si è ritenuto di accettare una soluzione che viene incontro in modo significativo alla proposta italiana, ma che presenta ancora margini di miglioramento». E non pochi secondo Alessia Mosca, eurodeputata del Pd in commissione Commercio internazionale. «La Commissione ha avuto tempo dal 2001 al 2016 per presentare il nuovo regolamento, purtroppo la proposta è arrivata solo a novembre 2016: questi 15 anni "persi" rappresentano un po' il peccato originale. Considerando l'attuale difficile situazione delle posizioni interne al Consiglio, il risultato è comunque migliore di come si prevedesse, ma la strada da fare verso un testo realmente positivo è ancora molta». Però è proprio sul lavoro degli europarlamentari che il ministro dello Sviluppo economico ripone le sue speranze.

Il palazzo della Commissione europea.

Il relatore Cicu ha presentato la sua proposta di modifica al regolamento il 4 maggio: per redigerla si è rifatto direttamente alla legislazione statunitense e ha cambiato profondamente il documento di partenza. «La nostra relazione», spiega, «prevede che la Commissione abbia l'obbligo di realizzare i rapporti sulle politiche commerciali e a partire da quei settori specifici che più subiscono la concorrenza. Abbiamo ribaltato completamente l'onere della prova: spetterà al Paese esportatore dimostrare che ha rispettato i criteri, per esempio, nella formazione dei prezzi. E lo dovrà fare con un'analisi comparata con Paesi dell'Unione. L'obiettivo è quello di non dare nessun onere aggiuntivo a carico dell'industria europea. In più abbiamo inserito tra i criteri che determinano una distorsione significativa della concorrenza anche il rispetto delle norme sindacali, oltre che della trasparenza societaria e il diritto fallimentare».

PRENDIAMO IL MODELLO AMERICANO. Cicu dice di aver studiato il modello giuridico statunitense: «Per l'imposizione di dazi si sono sempre basati sui contenuti specifici». Solo in questo modo, assicura, «possiamo alle posizioni dei Paesi del Sud Europa, ma anche a quelli del Nord». In parlamento la relazione dovrebbe essere votata a luglio e l'europarlamentare si aspetta un'ampia convergenza «di quasi tutti i gruppi con l'eccezione di liberali e conservatori». Ma la vera partita è in programma in autunno, quando dovrebbe cominciare il dialogo a tre con Consiglio e Commissione. Sperando che l'Italia non continui a ballare da sola.

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