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BASSA MAREA 7 Maggio Mag 2017 1400 07 maggio 2017

L'Europa e una nostalgia sovranista che non ha ragion d'essere

In Francia come in Italia chi rimpiange il passato dimentica dettagli che tali non sono. Sulla lira in primis. L'Unione è un progetto molto perfettibile, ma che merita di essere portato avanti. 

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«Attenzione ai pifferai che vi attirano nel vuoto». Con questo avvertimento ripetuto durante tutta la campagna elettorale che si conclude il 7 maggio in Francia, Jean Quatremer si è attirato accuse frizzi e lazzi da destra e da sinistra. Ma il corrispondente da Bruxelles di Libération, giornale bandiera della gauche (tra i fondatori nel 1973 c’era Jean Paul Sartre) diventato nel tempo un po’ meno di gauche e un po’ più di centre-gauche, ha tirato per la sua strada ed è uscito a marzo con un libro, Les salauds de l’Europe, "quei maialoni dell’Europa" si può tradurre, che dice dell’Unione e di Bruxelles tutto il male possibile, documentato e chiaro e sui fatti, per concludere però che va salvata. Quatremer appoggia Emmanuel Macron.

UE CONTRO STATO NAZIONE. Il 7 maggio si conclude in Francia un duello che, il lungo e feroce dibattito della sera di mercoledì 3 lo dimostra, si combatte fra la Ue e lo Stato nazione, un’idea di soprannazionalità e un’idea di nazionalismo, o di sovranismo come si dice oggi, di moneta unica o di ritorno alle monete nazionali. Ci sono varie affermazioni, fra le molte fatte da Quatremer che segue l’Europa da quasi 30 anni, sulle quali in Italia conviene riflettere. Anche la prossima campagna elettorale italiana avrà, probabilmente, l’Europa al centro, e alcune considerazioni di Quatremer possono risultare pertinenti. Tre sono i punti centrali del suo ragionamento. La causa delle disfunzioni della Ue. Il nodo dell’euro, che è al cuore di tutto e dei rapporti tra noi e la Germania. E il che fare.

CATTIVO CONSIGLIO. Va chiarito prima come funziona la Ue. La Commissione non è un governo, ma un superministero: propone, decide poco e su pochi temi, esegue molto. Ha alcuni poteri precisi e limitati, il suo bilancio è pari a circa l’1% del Pil Ue, e per quanto - come diceva Helmut Kohl già nel 1992 - sia un “Moloch burocratico”, da ricondurre quindi alla realtà, non è il nodo del problema. Il nodo è il Consiglio europeo, cioè l’organo collegiale dei capi di Stato e di governo, che si è venuto formando informalmente dagli Anni 70, ed è codificato per la prima volta solo nell’Atto Unico che nel 1986 lanciava il completamento del mercato interno e l’embrione di unione politica. Sono più di 20 anni che il Consiglio decide (e analogamente per competenza decidono i vari Consigli dei ministri) e la Commissione esegue. Con la crisi dell’euro del 2010 il Consiglio diventava il pinnacolo del potere. E il Consiglio sono gli Stati. «L’Unione, ancora una volta, è la marionetta degli Stati e nessuno fra loro è pronto ad accettare che gli sfugga di mano».

Quindi se la Ue danneggia gli Stati sono gli Stati, osserva Quatremer, che per inettitudine, interessi meschini, miopia della classe politica, danneggiano se stessi. Il Consiglio andrebbe gradatamente ridimensionato, andrebbe dato più potere a una Commissione molto smagrita e con obiettivi e autonomie più chiari, più fondi, e soprattutto a un Parlamento sottratto in parte ai partiti nazionali e con una quota di candidature decise in modo transnazionale a livello europeo e con due voti, uno per le liste uniche europee e l’altro per le rispettive liste nazionali.

UN BINOMIO COSTANTE. Siamo a una crisi grave della Ue? Sì, ammette Quatremer, ma crisi ed Europa sono un binomio costante. Difficilmente il governo francese avrebbe accettato il Trattato di Roma così com’è se non fosse stato umiliato poco prima nell’impresa di Suez dagli Stati Uniti, difficilmente il Parlamento francese lo avrebbe approvato se non ci fosse stato il dramma dell’Algeria, difficilmente Parigi avrebbe approvato l’Atto Unico se non fosse fallita prima la politica economica del primo settennato Mitterrand, e difficilmente ci sarebbe stata Maastricht e la nascita dell’euro senza la fine del Muro di Berlino e, poco dopo, dell’Urss.

IL "COMPLOTTO" DELL'EURO. L’euro un complotto tedesco che ci imprigiona? L’euro fu semmai un complotto francese, ricorda Quatremer, e di altri, tutti costretti da tempo dai rapporti di forza monetari a seguire il marco: l’autonomia della Banca di Francia durava poche ore, se la Bundesbank muoveva i tassi, occorreva seguirla. Meglio una moneta comune da governare insieme, per legare inoltre una Germania unificata al resto dell’Europa occidentale. La Germania accettava, ma senza salti di gioia, cercando di trarne ovviamente più vantaggi che danni. Anche in Francia, dove come in Italia il tema Europa si sublima alla fine nel tema euro, c’è chi sogna un ritorno a un franco competitivo che aiuti l’export e faccia correre le imprese esportatrici. Non si capisce come mai allora, osserva Quatremer, con un franco che si è costantemente indebolito per oltre 20 anni dall’inizio dei 70, la Renault non abbia sbaragliato sui mercati mondiali Bmw, Mercedes e Volkswagen.

I nostalgici della lira dimenticano che non era molto “nostra” perché apparteneva di più al Fmi e ai meccanismi di parità fisse di Bretton Woods

Lo stesso si potrebbe dire in Italia, dove la nostalgia della lira e delle sue virtù competitive è forse, per alcuni, ancora più forte. E come mai, con una lira che si è deprezzata del 700% sul marco fra 1969 e 1995, non abbiamo messo in ginocchio mezza industria tedesca? I nostri nostalgici della lira hanno un debole in particolare per la lira degli Anni 60, così stabile e forte, e “nostra”. Peccato dimentichino che non era molto “nostra” perché apparteneva di più al Fondo monetario e ai meccanismi di parità fisse di Bretton Woods, e che si chiamava lira ma era, fino al 1970-71, in pratica dollaro, perché al dollaro legata da cambi fissi.

LA BREXIT? NESSUN DRAMMA. Sul che fare, oltre alle riforme profonde di Consiglio, Commissione e Parlamento, già accennate, la soluzione secondo Quatremer (e molti altri) è un’Europa a due velocità, come Valéry Giscard d’Estaing e molti dicono da tempo. Il nucleo dell’euro, con un superministro dell’economia e altre cessioni di sovranità, un Parlamento della zona euro, riformato e con molti poteri, e un’area di libero scambio, associata su più fronti non solo quello commerciale, di cui facciano parte i Paesi scandinavi forse (non la Finlandia che è nell’euro), Ungheria e Polonia, e altri dell’Est. La Polonia non ne vuole sapere delle due velocità, ma dovrà scegliere: o nel primo o nel secondo cerchio, il che non impedirà ingressi successivi nel nucleo centrale. L’Uscita della Gran Bretagna dalla Ue non è un dramma, anzi, ha chiarito che non si può stare dentro per fare in modo che l’Europa non proceda. Meglio fuori, per tutti.

L'ULTIMA UTOPIA PACIFISTA. Quatremer parla della Francia, della Germania, di Maurice Schumann e Konrad Adenauer, Giscard e Schmidt, non cita quasi mai l’Italia, né Alcide De Gasperi e altri. Ci siamo abituati. Parla di Romano Prodi, non bene. Citando la scarsa incisività dei politici attuali, viene riportato un giudizio: «In questa valle di lacrime, si mettono in luce dei mulini che macinano parole di poco costrutto, come il primo ministro italiano Matteo Renzi». Non sembra si riesca a offrire di meglio. Eppure anche per noi, forse, «l’Europa è l’ultima utopia pacifista del mondo moderno e, per questo, l’avventura merita di essere portata avanti». Basterebbero, conclude Quatremer, cinque minuti di coraggio politico.

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