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Elezioni francesi

Emmanuel Macron 160830221934
9 Maggio Mag 2017 1500 09 maggio 2017

Macron e quei conti pubblici che non tornano dal 2009

Per tre volte l'Ue ha prorogato a Parigi i tempi per far rientrare il deficit. Ora il presidente l'ha posto come suo primo obiettivo. Ma la spesa dello Stato è la più alta d'Europa. E deve scendere di 18 miliardi l'anno. 

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da Bruxelles

La scena si ripete sempre uguale a se stessa, a cadenza regolare, ogni mese d'aprile, a partire dal 2009. La legge di bilancio della Repubblica francese, inviata per l'esame della Commissione europea, non riesce a rispettare gli obiettivi di rientro del deficit al 3%. Se lo fa, sei mesi più tardi le previsioni di inverno ne smentiscono le stime e si ricomincia da capo.

A SUON DI CONCESSIONI. Nel dicembre del 2009, nel pieno della bufera del credito, la Commissione aveva chiesto al Consiglio Ue di concedere a Parigi come ad altri Paesi una prima proroga. Poi quando gli effetti della crisi si erano tradotti in un aumento della spesa pubblica in moltissimi bilanci europei, ne era arrivata una seconda. Era l'anno 2013, quando l'Italia usciva, a suon di riforme e dell'austerity del governo Monti, dalla procedura di infrazione.

SFORZI RICONOSCIUTI. E oggi, 48 mesi dopo, la Francia è ancora lì: le proroghe sono salite a tre, l'ultima nel 2015 e sempre giustificata, con buon senso, dagli sforzi fiscali e dalle riforme messe in campo dal governo di François Hollande.

L'esame dei conti pubblici della Francia, seconda potenza economica dell'Unione, con un debito arrivato ormai al 96% del Pil e una spesa pubblica del 57%, è divenuto un rituale imbarazzante

Ma intanto l'esame dei conti pubblici della seconda potenza economica dell'Unione, con un debito arrivato ormai al 96% del Pil e una spesa pubblica del 57%, è divenuto un rituale imbarazzante, fonte di non poche insofferenze tra gli altri Stati membri e in particolare in quella Germania che tanto crede nel rigore dei saldi di bilancio e alla quale Macron guarda come tappa obbligata per il suo percorso in Europa.

LE REPLICHE SONO FINITE. Al neoeletto tocca dunque dimostrare che le repliche sono finite. E dal successo o meno dipende molta della sua avventura presidenziale. Ma anche i possibili destini di quella strana costruzione intergovernativa che è l'Unione europea.

La spesa pubblica dei Paesi Ue. Fonte: Commissione europea.

Negli ultimi anni, al contrario dell'Italia appesantita dal suo debito monstre, la Francia ha usato molta nonchalance nell'affrontare il dossier. Il ministro delle Finanze uscente Michel Sapin ha annunciato con serenità che il Paese non sarebbe rientrato nei parametri europei prima del 2017. Ma anche questo obiettivo sembra fallito.

PREVISIONI TROPPO OTTIMSITICHE. A febbraio del 2017 l'Haut Conseil des finances publiques, cioè la Corte dei conti d'Oltralpe, ha già detto che il target fissato dal governo Hollande è molto difficile da raggiungere e che non tutta probabilitàà il deficit si attesterà al 3,3. Il motivo? La spesa degli stipendi del personale della pubblica amministrazione dovrebbe crescere di oltre il 3%, un incremento pari a quello segnato tra il 2011 e il 2016. Mentre le previsioni sul gettito fiscale, dicono i controllori dei conti, sono state troppo ottimistiche.

Passare sotto il 3% nel 2017, come la Francia si è impegnata a fare, è possibile a condizione che il bilancio 2017 sia un budget serio

Il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici

Le cifre, certo, sono migliorate: da un disavanzo del 4,3% registrato nel 2014 si è passati al 3,4% del 2016. Però le parole pronunciate dal commissario Ue agli Affari economici e connazionale Pierre Moscovici a giugno del 2016 - «Passare sotto il 3% nel 2017, come la Francia si è impegnata a fare, è possibile a condizione che il bilancio 2017 sia un budget serio» - sono quasi identiche alle dichiarazioni di José Manuel Barroso, fatto salve le date, esattamente due anni prima.

ARRIVA IL MOMENTO DELLA VERITÀ. Macron arriva dunque al momento della verità per Parigi: l'anno migliore per incassare un risultato atteso da anni, ma anche l'ultimo possibile prima di non riuscire più a ottenere la fiducia dei tedeschi. Per di più anche l'ultimo anno in cui può approfittare dei tassi generosi della Banca centrale europea (Bce), che secondo gli analisti di Goldman Sachs sono stati anche l'unico motore di convergenza tra economie europee sempre più differenziate.

L'impatto della spesa pubblica - escluse le pensioni - sulla riduzione della povertà.

Prima di chiedere a Berlino un passo verso i trasferimenti fiscali, dunque ci vuole la prova di affidabilità. O almeno questa è la strategia del leader di En Marche! che vede nel rigore la sola possibilità di far ripartire il dialogo a Berlino. Lo sa il nuovo presidente, lo sa Jean-Claude Juncker e lo sa Angela Merkel, e di questo tacito accordo hanno dato tutti chiari segnali, con dichiarazioni mai registrate negli anni del socialista Hollande.

«SPENDETE TROPPO E MALE». La cancelliera tedesca, rispondendo all'appello del ministro degli Esteri socialista Sigmar Gabriel che chiedeva una Germania pronta ad aiutare l'economia francese, ha risposto che non le sembra il caso di cambiare la propria politica per Parigi. E Juncker, quasi a togliersi i panni concilianti indossati finora, ha redarguito il nuovo inquilino dell'Eliseo sulla spesa pubblica: la più alta in Ue rispetto al Prodotto interno lordo superiore anche a quella della Finlandia. «La Francia spende troppo e per le cose sbagliate. Questo non può funzionare a lungo», ha dichiarato al quotidiano Le Soir. «La Germania non è la sola a chiedere politiche di stabilità».

Parigi è la seconda nazione Ue per spesa per la protezione sociale, la terza per estensione delle politiche attive sul lavoro, ma è nona per impatto della spesa pubblica nella riduzione della povertà e decima per investimenti in educazione

I dati di Eurostat dicono che Parigi è il secondo Paese per spesa in sanità pubblica dopo la Danimarca, ma ha anche il sistema sanitario migliore del mondo secondo l'Organizzazione mondiale della sanità. È la seconda nazione Ue per spesa per la protezione sociale che significa soprattutto pensioni, la terza per estensione delle politiche attive sul lavoro, ma è nona per impatto della spesa pubblica nella riduzione della povertà e decima per investimenti in educazione. Insomma, una migliore redistribuzione è possibile.

TAGLI DI 75 MILIARDI IN CINQUE ANNI. Il presidente centrista ha promesso di varare una spending review da 75 miliardi di euro in cinque anni. E non è detto che il gioco di prestigio gli riesca, considerando anche le promesse di investimenti per 50 miliardi e la riduzione dell'imposizione fiscale - a partire dalle tasse sul lavoro, ben più alte di quelle italiane, e dalla cancellazione della tassa sulla casa all'80% dei cittadini. La sola cosa certa è che l'esercito di funzionari francesi, orgoglio della République e fardello insieme, verrà ridotto. Macron ha scritto nero su bianco di voler tagliare 120 mila posti.

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