Juncker
12 Maggio Mag 2017 0800 12 maggio 2017

L'Ue premia Gentiloni e rema contro Renzi

Nonostante i dati economici poco brillanti, Bruxelles è pronta a concedere nuova flessibilità al governo. Con cui s'è creato un buon feeling. Mentre dalla Commissione non risparmiano frecciate all'ex premier.

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L’Italia è il Paese che in Europa cresce meno degli altri partner. Ha una classe politica inaffidabile, che con la scadenza elettorale potrebbe fare promesse che non può permettersi. E un sistema bancario che troppo lentamente si sta rimettendo in sesto. Eppure, nonostante tutto questo, la Commissione non ha chiesto a Roma un intervento draconiano sui conti pubblici come in passato. Invece si accinge a concedere nuova flessibilità sui conti. Se potessero scegliere, Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici voterebbero per Paolo Gentiloni (e non Matteo Renzi) a Palazzo Chigi. E con lui terrebbero, saldamente al Tesoro, Pier Carlo Padoan. L’asse tra Roma e Bruxelles – consolidato con la manovrina correttiva da 3,1 miliardi in discussione alle Camera – è bene visibile anche nelle Previsioni di primavera, diffuse dall’Europa.

STIME AL RIBASSO. Secondo la Ue, l’Italia crescerà nel 2017 dello 0,9% e dell’1,1 nel 2018. Sono circa un paio di decimali in meno rispetto a quelli stimati in via XX settembre. Il tutto mentre gli altri Paesi registrano una ripresa più sostanziosa. Come recita il rapporto, «la Commissione indica per la zona euro una crescita del Pil dell'1,7% nel 2017 e dell'1,8 nel 2018. Per l'Ue nel suo complesso, la crescita del Pil dovrebbe rimanere stabile all'1,9% per entrambi gli anni». Più in generale il deficit italiano, anche grazie alla manovrina, dovrebbe tornare al 2,2 nel 2017 e al 2,3 nel 2018, il debito salirà dal 132,6 al 133,1, la tassazione delle imprese scenderà dal 27,5 al 24%, mentre «il tasso di disoccupazione è proiettato a rimanere sopra l'11%».

ITALIA SOTTO LA MEDIA UE. In Europa nessuno corre, ma la distanza con l’Italia è ben visibile. «Il rapporto disavanzo pubblico/Pil e il rapporto debito lordo/Pil», prevedono i funzionari della Commissione, «dovrebbero ridursi nel 2017 e nel 2018, sia nella zona euro che nell'Ue. Il pagamento di interessi più bassi e la moderazione salariale nel settore pubblico dovrebbero garantire che i disavanzi continuino a contrarsi, anche se a un ritmo più lento rispetto agli ultimi anni. Nella zona euro si prevede che il rapporto disavanzo pubblico/Pil passi dall'1,5% del Pil nel 2016 all'1,4 nel 2017 e all'1,3 nel 2018, mentre nell'Ue il medesimo rapporto dovrebbe scendere dall'1,7 nel 2016 all'1,6 nel 2017 e all'1,5% nel 2018. Il rapporto debito/Pil della zona euro dovrebbe passare dal 91,3% del Pil nel 2016 al 90,3 nel 2017 e all'89 nel 2018, mentre nell'Ue nel suo insieme si prevede che il medesimo rapporto scenda dall'85,1 nel 2016 all'84,8 nel 2017 e all'83,6% nel 2018».

Pierre Moscovici e Pier Carlo Padoan.

Bruxelles, a maggior ragione per non creare tensioni sul voto tedesco, non vuole andare allo scontro con l’Italia. E che il clima verso il nostro Paese non sia dei migliori lo dimostra anche il congelamento all’Europarlamento dei fondi per la ricostruzione dopo il sisma di Amatrice. Il commissario all’Economia, per esempio, conosce bene le condizioni di Roma.

CONCESSIONI A ROMA. «Nel programma di stabilità italiano l'impatto d'insieme delle spese pubbliche sugli investimenti rappresenta lo 0,2%, che è più basso, è vero, dello 0,25% accordato all'Italia per la clausola di flessibilità», ha detto. «Ma la Commissione riconosce che questa differenza, di circa 1,6 miliardi di euro, se la compariamo con il 2015 è stata largamente dovuta alla caduta degli investimenti finanziati attraverso la Ue, circa 3,1 nel 2015 e 0,3 nel 2016, causata dalla partenza del nuovo quadro di programmazione». Eppure nonostante tutto questo la prossima settimana Bruxelles potrebbe assegnare al governo di Roma altri otto decimali di flessibilità e accettare che il deficit/Pil non scenda al 1,5% come previsto. Al riguardo Moscovici ha fatto sapere: «Il fattore esplicativo che ho indicato va nella giusta direzione».

IL MESSAGGIO DI JUNCKER. Roma otterrà nuove risorse per finanziare con il deficit la sua ripresa. Ma in cambio il governo deve puntare a misure che siano sostenibili. Il che si traduce nel taglio del cuneo fiscale e in un recupero della base imponibile sull’Iva e non nell’inseguimento di impossibili riduzioni dell’Irpef promesse da Renzi. Lo ha fatto intendere il presidente della Commissione Juncker, intervistato dal tedesco Handeslblatt: «L'Italia dal punto di vista della politica economica», ha spiegato, «non è messa bene come la Germania. Ha bisogno di riforme strutturali, che in parte sono state introdotte, per esempio sul mercato del lavoro. Per questo, il governo italiano deve intraprendere sforzi consistenti. E di questo noi abbiamo rispetto, interpretando in modo flessibile il patto di stabilità. Ciò aiuta l'Italia e l'Europa».

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