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Crisi delle banche

Padoan
VISTI DA VICINISSIMO 24 Maggio Mag 2017 1027 24 maggio 2017

La strategia di Padoan in Ue può condannare le nostre banche

Il governo ha stanziato 20 miliardi. Ma non è ancora riuscito a spenderli. Perché s'è messo nella situazione di attendere l'ok di Bruxelles. Una decisione che rischia di segnare il destino di BpVi e Veneto Banca. 

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Ma Pier Carlo Padoan ci fa o ci è? Nel bel mezzo della bufera, quando ormai è chiaro che in Europa il "partito del bail-in” e il fronte della “procedura di infrazione”, in buona misura sovrapposti, rischiano di prendere il sopravvento sui “ragionevoli”, il ministro dell’Economia se ne esce con un no comment a chi gli chiede conto delle voci circolate riguardo a un possibile fallimento delle banche venete. «Non commento voci che hanno a che fare con banche per ovvie ragioni, posso garantire che stiamo facendo progressi nel pieno rispetto delle regole», chiosa l’esimio arrotando l’erre moscia.

QUEL CHE PADOAN DOVEVA DIRE. Ora, il professor Pier Carlo dovrebbe farci la cortesia di spiegare a noi mortali quali siano le «ovvie ragioni» per cui si è rifiutato di dichiarare l’unica cosa che un ministro assennato dovrebbe dire in una simile circostanza, e cioè «escludo categoricamente che una banca italiana possa andare in risoluzione», ricordando (ergo, rivendicando) come il governo a Natale scorso abbia stanziato ben 20 miliardi per mettere il sistema bancario al riparo. E già che c’è, ci dicesse pure cosa significa «fare progressi nel pieno rispetto delle regole». Perché c’è forse qualcuno che sostiene che occorre farli al di fuori delle regole? E chi? Ma siccome le parole hanno sempre un significato, anche quando non glielo si vorrebbe dare, non è difficile capire il senso di quelle spese da Padoan: il governo ha stanziato tutti quei soldi (20 miliardi sono una robusta manovra finanziaria) ma non è ancora riuscito a spenderli, perché si è messo nella condizione di chiedere il permesso a Bruxelles, e lì ci stanno facendo morire.

I 20 MILIARDI? DA SPENDERE SUBITO. Provo a sentire un vecchio amico al ministero del Tesoro, che previa assicurazione dell’anonimato mi racconta che quei soldi si sarebbe dovuto spenderli subito: «Pensa se avessimo fatto come nel 2008 in America: la mattina dopo aver fatto il decreto, si chiamavano le banche in difficoltà e si assegnava a ciascuna quel che serviva per toglierle d'impiccio. Con Bruxelles si facevano i conti dopo. Certo, sarebbe scoppiato casino, ma intanto avremmo sgombrato il campo da ogni rischio sistemico». «Ma ci vogliono attributi d’acciaio», gli dico. Lui si limita ad annuire. Allora lo incalzo ricordandogli che, piaccia o non piaccia, Matteo Renzi gli attributi li ha. E lui: «Senti, a me Renzi non piace, e poi a noi del Mef ci ha sempre considerati dei nemici. Ma è giusto ricordare che a Palazzo Chigi c’era già Paolo Gentiloni». Questa volta annuisco io. Però aggiungo: «Guarda, amico mio, che a Bruxelles mi dicono che se non era per il conte Gentiloni Silverj, Popolare Vicenza e Veneto Banca non sarebbero neppure arrivate a richiedere la ricapitalizzazione». «Vero», mi risponde con un fil di voce.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi.

Ci siamo capiti, e non c’è neanche bisogno che io gli ripeta – in fondo sono un signore, mica faccio il giornalista – quanto hanno aggiunto i miei amici di Palazzo Berlaymont passeggiando su e giù per Rue de la Loi: «Nella Ue ci sono pulsioni anti-italiane, prevalentemente tedesche e olandesi ma non solo, e c’è la voglia di dimostrare che la regola del bail-in va applicata e non bypassata. In questo contesto, Padoan, che nella sua agenda personale ha obiettivi di tipo europeo e internazionale e dunque abbisogna del consenso proprio di quegli interlocutori che considerano gli italiani dei cialtroni, non si metterà mai contro i poteri forti continentali».

I «CINGUETTII» TRA IL MINISTRO E VESTAGER. Ecco spiegato perché la danese Margrethe Vestager si permette di mostrarsi irritata a chi le chiede se la direzione di cui è commissaria si è data una scadenza per decidere sulla richiesta di aumento di capitale precauzionale (ma non era meglio chiamarla ricapitalizzazione di salvataggio?) per Montepaschi e per il duo BpVi-Veneto Banca. «Non c’è alcuna scadenza», risponde piccata, come se il mercato – cioè i correntisti che fuggono e gli impieghi che si liquefanno – non fosse di per sé un terribile conto alla rovescia. «Dovresti vedere cinguettare Pier Carlo e Margrethe, quando s’incontrano a tu per tu», insinuano ammiccanti gli amici di Bruxelles. Che poi, forse per compensare, aggiungono: «Certo che anche voi, tra referendum, manovrina, Alitalia e ossessione di elezioni anticipate, che poi magari vincono i grillini, non vi fate mancare proprio niente per far incazzare tutti gli altri Paesi europei». Io taccio. Cosa dovevo rispondere, secondo voi?

TRE FINALI PER UN FILM DELL'ORRORE. Insomma, il quadro è chiaro: Renzi, che avrebbe la durezza necessaria per affrontare diversamente questo dossier, è fuori gioco e comunque a Bruxelles ha credibilità zero; Gentiloni è autorevole e quando si è impegnato qualcosa ha ottenuto (Angela Merkel e Jean-Claude Juncker lo hanno ascoltato), ma prima di tutto gli preme che nella Ue non prevalga chi vorrebbe dare un giudizio sfavorevole sugli effetti della manovra correttiva decisa dal suo governo e dunque suggerisce l’avvio di una procedura di infrazione per aver disatteso gli impegni di correzione dei conti pubblici; Padoan non ha né il Dna né l’interesse per farsi paladino degli interessi delle nostre banche. Le quali - Mps da cinque mesi esatti e le venete da oltre due - attendono di sapere quale sarà il loro destino. Ma se così stanno le cose, cari e affezionati lettori, quale può essere la trama di questo film dell’orrore? I miei interlocutori al Mef come alla Commissione europea sono abituati a giocare 1-2-X alla schedina, e dunque suggeriscono tre diverse situazioni.

La commissaria danese Margrethe Vestager.

La prima è win: prima Siena, poi Vicenza e Montebelluna passano le forche caudine e si rimettono in piedi con due iniezioni di capitale pubblico. Bene. La seconda è lose: le richieste sulla sistemazione degli Npl (i crediti deteriorati) e sull’esigenza di capitale privato (che non c’è) prima di quello pubblico rendono impossibile intervenire su tutte e tre le banche. Tragedia. La terza è tie: dopo un estenuante tira e molla, luce verde per Mps ma non per le due venete. Peccato che anche questa sarebbe un disastro. Un finto pareggio, perché se è vero che Siena è too big to fail, non meno sistemico sarebbe l’effetto di una messa in risoluzione di Popolare Vicenza e Veneto Banca. Su cosa scommetto io? Con il cuore sulla prima ipotesi, con la testa sulla terza. Specie dopo aver letto il Financial Times che annuncia che «sul salvataggio del Monte Paschi un accordo potrebbe essere raggiunto entro un mese». Anche se un modo per sparigliare le carte e fregarli ci sarebbe. Forse tra qualche giorno ve lo racconto.

Con questo “nom de plume” scrive su Lettera43.it un protagonista e osservatore delle più importanti partite del potere politico ed economico-finanziario italiano.

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