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Crisi delle banche

Veneto Banca
CREDITO 26 Maggio Mag 2017 1805 26 maggio 2017

Banche venete, gli altri istituti pagheranno il conto in ogni caso

Veneto Banca e BpVi si appellano ad Atlante. Da Intesa alle Casse di risparmio, nessuno vuole più metterci un euro. Ma non è così facile. E intanto tutti gli equilibri del sistema rischiano di saltare. Ecco perché.

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La drammatica crisi di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca è all'ultimo bivio. O si trovano capitali privati da immettere a perdere nei due istituti di credito oppure nemmeno il governo potrà mettere mano al portafoglio e le due principali banche del Nord-Est falliranno. Il pressing sugli altri istituti però finora non ha funzionato. Persino Giuseppe Guzzetti, il numero uno dell'Associazione delle Casse di risparmio italiane, il grande regista dell'operazione Atlante, ha dichiarato che da parte loro le Casse non metteranno più un euro.

PENATI ALLE STRETTE. Il 26 maggio dai Consigli di amministrazione di Veneto Banca e BpVi è stato dato il mandato di chiedere la ricapitalizzazione all'azionista di maggioranza, cioè il veicolo della Quaestio Sgr. E questo significa mettere nei guai Alessandro Penati, la cui iniziativa sui non performing loan era nata di concerto con il ministero dell'Economia e sotto l'egida appunto di Guzzetti. In un modo o nell'altro, in questo gioco di condivisione dei rischi messo in piedi tra Roma e Milano, però, il sistema del credito italiano sarà costretto a pagare. Ecco come siamo arrivati fin qui e cosa può succedere adesso.

1. La missione di Padoan: costringere le banche a perdere un altro miliardo

Per la ricapitalizzazione dei due istituti servono 6,4 miliardi di euro. Il Tesoro, dopo il varo a dicembre del decreto Salva Banche da 20 miliardi di euro, è pronto a metterceli. Il problema è che nei bilanci delle due banche sono stati trovati più crediti deteriorati di quelli che si credeva. Di conseguenza, nella pancia delle banche ci sono dei soldi prestati che non torneranno indietro, il bilancio ne deve tenere conto e quindi c'è un nuovo buco da ripianare. E in questo i capitali non possono arrivare dallo Stato, perché la perdita è certa. E le regole europee impediscono l'intervento pubblico nel caso in cui sia a perdere.

ALMENO 700 MILIONI DA PAGARE. La legislazione Ue ha una ratio comprensibilissima: evitare che i soldi dei cittadini vengano usati per soccorrere aziende che per malagestione producono perdite. E però in questo caso si traducono nel dover convincere un investitore privato a perdere semplicemente soldi. Come Lettera43.it scriveva il 20 maggio, sulla cifra i negoziati con la direzione alla Concorrenza della Commissione proseguono e nella migliore delle ipotesi si tratta di pagare 700 milioni, nella peggiore 1,3 miliardi.

2. Da Unicredit a Intesa: nessuno vuole più rimetterci soldi

L'azionista al 98% dei due istituti del Nord-Est è attualmente Atlante, fondo di investimento creato dalla società Quaestio Sgr, utilizzato da chi abita nei palazzi romani, come ha dichiarato Guzzetti, per riparare il disastro veneto, nonostante fosse nato per risolvere il problema delle sofferenze. La storia è nota: nel 2015 le ispezioni della Bce e le inchieste giudiziarie squarciano l'omertà sui bilanci truccati delle due banche del Nord-Est e intanto il decreto sulle popolari le obbliga alla quotazione in Borsa. A quel punto, non è ancora chiaro se spontaneamente o per effetto di una sorta di moral suasion, i due maggiori istituti di credito italiani firmano altrettanti accordi di pregaranzia per gli aumenti di capitale necessari per essere in linea con i criteri della vigilanza Ue. Ma almeno nel caso di Unicredit, l'intesa è vincolata all'efficacia della quotazione. E alla fine visto che l'efficacia sbandierata fino all'ultimo non c'è, Atlante invece che investire in acquisti di non performing loan si è comprato le azioni di Montebelluna e Vicenza.

INVESTIMENTI IMPORTANTI. In Atlante hanno investito soprattutto Intesa e Unicredit, seguite da Poste Vita e Cassa depositi e prestiti, quindi denaro pubblico, Ubi Banca, Banca popolare di Milano e Banca dell'Emilia Romagna e tutte le fondazioni e le casse di risparmio soprattutto della galassia Ca' de Sass, che rispondono di fatto alla chiamata di Guzzetti. Unicredit ci ha messo quasi 1 miliardo di euro e ha svalutato l'80%, ma le fondazioni tutte insieme, nonostante non abbiano voluto mettere mano ai bilanci, rischiano di rimetterci poco più della metà. E i soci di peso, dall'ad di Intesa Carlo Messina a Unicredit che ha licenziato Federico Ghizzoni fino alle casse di risparmio, non sembrano più disposti a rimetterci denaro.

3. Le conseguenze: se non si paga ora, si pagherà di più poi

La richiesta inviata dai due istituti ad Atlante è quasi un passo obbligato, ma è anche un messaggio chiaro al sistema finanziario italiano. Se il miliardo non dovesse essere raccolto e le banche andassero in risoluzione, i soci che non vogliono reinvestire ne pagherebbero comunque gli effetti e su molti piani. Il primo ovviamente è quello della stabilità finanziaria del sistema e delle perdite che una risoluzione di tali dimensioni, il doppio di quella delle risoluzioni avute finora e in una regione cruciale a livello economico come il Nord-Est, porterebbe. Il secondo è quello delle relazioni politiche che nel settore bancario contano più che in altri comparti industriali e che lasciano il cerino in mano a Penati sulla vita e la morte dei due istituti di credito.

IL NODO DEL FONDO DI RISOLUZIONE. Poi c'è il nodo del Fondo di risoluzione interbancaria messo in piedi nel 2015: partecipazioni di oltre 500 istituzioni finanziarie ma i maggiori contribuenti sono sempre gli stessi e la proprietà è di Bankitalia. Solo per Carichieti, CariFerrara, Banca Marche e Banca Etruria, il fondo ha pagato - contando anche il prezzo della cessione delle good bank - poco meno di 5 miliardi di euro. Per non voler tirare fuori 700milioni di euro gli istituti di credito italiani rischiano un conto ben più salato. I contribuenti pure visto che lo Stato ha garantito le obbligazioni delle due banche per 7 miliardi di euro. E in tutto questo poi c'è chi, come il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, se la prende con il governo sostenendo che gli imprenditori non possono investire finché le banche non saranno risanate. E vai a spiegare che anche il settore bancario fa impresa. E che chi gli imprenditori veneti doveva rappresentarli ha seduto per anni nei Cda delle due banche e ha lasciato fare.

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