Draghi
29 Maggio Mag 2017 1858 29 maggio 2017

I messaggi di Draghi a Italia e Germania

Il numero uno della Bce ci dà ancora tempo. E parla di crescita prioritaria. Poi richiama Berlino alla garanzia dei depositi europei. Ma propone anche più poteri di controllo alla Commissione su riforme strutturali. 

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da Bruxelles

Abbiamo ancora margine di manovra, ma non più giustificazioni. Il presidente della Banca centrale europea (Bce) Mario Draghi, in audizione di fronte alla commissione Affari economici del parlamento di Bruxelles, tra agguerriti europarlamentari tedeschi e greci, ha dato ai Paesi come l’Italia, con alto debito e poca crescita, ancora tempo. Perché è «veramente troppo presto», ha spiegato, per mettere fine al programma di stimolo della Bce. Nessuna resa dunque a chi invoca ormai da mesi il tapering, l'aumento dei tassi di interessi, nessun cedimento al pressing costante di chi critica la politica di Francoforte - tra i quali diversi europarlamentari presenti - pensando già a chi potrà guidarla nel 2019. Ma invece la determinazione di accelerare sulla via dell'integrazione europea e sulla convergenza delle sue economie. E proprio per questo nel discorso del banchiere centrale si possono leggere messaggi sia a Berlino che a Roma.

Palazzo Berlaymont.

In Germania il pressing su Draghi è in corso da mesi. E non cambiano le argomentazioni, la sfiducia nella capacità degli altri Paesi di riformarsi, ma soprattutto nell'imparzialità della Bce. Tanto che il banchiere centrale, oltre a difendere la necessità di mantenere il Quantitative easing, si è ritrovato per l'ennesima volta a dover spiegare di fronte agli eurodeputati che il programma di acquisti non avvantaggia nessun Paese rispetto a un altro, mentre con il rialzo dei tassi i Paesi a «elevato debito e bassa crescita» si troveranno a pagare «un conto più alto sugli interessi». E questi Paesi, di cui l'Italia è esempio perfetto, secondo Draghi devono fare politiche di bilancio, ma soprattutto «di crescita».

POLITICHE DI CRESCITA PIÙ CHE DI BILANCIO. Sembrano termini casuali, ma proprio nelle raccomandazioni all'Italia di una settimana fa l'esecutivo Ue per la prima volta aveva inserito la crescita come obiettivo a fianco della riduzione del debito. E quindi in realtà il riferimento di Draghi è nel solco di una svolta, tardiva ma reale, che ha preso piede a Palazzo Berlaymont. E che regala all'Italia un' importante sponda. In più Draghi è tornato a spingere sulla garanzia unica dei depositi europei, quella che Berlino blocca ormai da più di un anno. Un nodo cruciale per l'Italia perché utile anche a disinnescare il legame ancora pericoloso tra debito sovrano e titoli bancari. Che, e qui il messaggio era rivolto a Roma, è ancora rischioso.

«UNIONE MONETARIA INCOMPLETA». Il discorso di Draghi è stato soprattutto un assist per il rilancio dell'integrazione europea, su cui il nuovo asse franco-tedesco sembra avere scommesso seriamente, ma anche un'ultima allerta all'Italia. «È venuto il momento di definire come sarà il futuro», ha detto di fronte agli eurodeputati, «in un modo più chiaro e con una visione». Ma per arrivarci servono sforzi da entrambi lati di quella unione monetaria che lui stesso ha definito «fragile e incompleta».

Jens Weidmann, capo della Bundesbank, con la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Draghi ha evitato di esporsi sul delicato dossier del voto italiano e soprattutto sull'idea di fissarlo nel mezzo della presentazione della manovra finanziaria a Bruxelles. Ma ha usato parole chiarissime sulla necessità di un maggiore controllo centralizzato sulle riforme strutturali dei Paesi europei. «Non esiste una capacità fiscale di bilancio dell'Eurozona e la capacità di bilancio è un concetto inerente a qualsiasi unione monetaria», ha osservato. «Ho detto molte volte che per arrivare alla condivisione dei poteri di bilancio ci deve essere fiducia reciproca». E ancora più chiaramente: «Non ci possono essere perennemente trasferimenti di risorse, debitori perenni e creditori perenni».

PIÙ POTERI ALLA COMMISSIONE. Il numero uno dell'Eurotower ha riconosciuto che attualmente i Paesi europei sono troppo divergenti e per avvicinarli ha ribadito la necessità di riforme strutturali. E quando un eurodeputato gli ha chiesto se non ci deve essere un monitoraggio maggiore sulle riforme, magari fissando obiettivi di crescita potenziali, il presidente del board Bce ha proposto la sua via e cioè aumentare i poteri di controllo della Commissione sulle riforme portandoli allo stesso livello di quelli sui conti pubblici, integrandoli di fatto nel monitoraggio e nel sistema di raccomandazioni specifiche del semestre europeo. E creando un sistema di confronto tra le riforme attuate dei vari Paesi. «Le riforme strutturali», ha aggiunto, «non sono più una questione nazionale».

TOLTI GLI ALIBI AI FALCHI, MA... Così facendo ha tolto ogni alibi alle critiche tedesche, ha inquadrato il discorso in modo che il confronto sia alla pari e quindi siano valutate anche le riforme in corso - e la Germania non si riforma dalla metà degli Anni 2000 -, ma ha anche congelato la discussione sulla condivisione dei debiti. L'Eurotower sta studiando un progetto di cartolarizzazione che metterebbe insieme bond dei diversi Paesi divisi in tranche più e meno rischiose: potrebbe essere un'alternativa ai famosi eurobond, ma l'esame della proposta sarà terminato solo a novembre e già ci sono dubbi sulla possibilità che l'effetto sia quello di una reale condivisione del rischio sovrano. Potrebbe essere l'ultimo lascito di Draghi, e un altro grande favore all'Unione europea tutta e all'Italia in particolare. Ma nel frattempo Roma non può più aspettare, è chiamata ad agire in fretta, perché in pochi mesi il «troppo presto» può diventare troppo tardi.

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