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1 Giugno Giu 2017 0800 01 giugno 2017

L'auto frena la ripresa in Europa e negli Usa: le ragioni di una crisi

Ad aprile 2017 immatricolazioni calate sulle due sponde dell'Atlantico, dove il settore dà lavoro a 6 milioni di persone. Già persi 4 mila posti in America. Pesano il dieselgate e la debolezza del credito.

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In America i costruttori tedeschi vendono appena il 7% delle auto immatricolate localmente. Volkswagen, la prima casa al mondo, ha festeggiato in pompa magna l’avanzata registrata ad aprile 2017 - in controtendenza rispetto ai concorrenti - con un timidissimo aumento dell’1,64% rispetto allo stesso mese del 2016, con 27.557 nuove vetture. Eppure, nonostante i numeri siano imbarazzanti per l’orgoglio teutonico, al summit Nato Donald Trump ha infastidito i presenti, sbraitando - secondo Der Spiegel - con un netto «sono dannosi, molto dannosi. Guardate i milioni di auto che vendono negli Stati Uniti: noi fermeremo tutto questo».

UNA FRENATA INASPETTATA. Perché il settore più metalmeccanico e prociclico che ci sia è entrato, non soltanto Oltreoceano, in una crisi dalle dimensioni inaspettate. Poco spiegabile rispetto ai trend di ripresa registrati nelle economie più mature. Con l’arrivo di The Donald si sono persi già 4 mila posti. Ad aprile 2017, in America, il livello delle immatricolazioni ha registrato il quarto mese di fila in rosso con un crollo del 4,7%. Nello stesso mese, in Europa, il mercato si è scoperto in negativo contro tutte le stime (-6,8%) nell’anno in cui si doveva tornare ai livelli pre-crisi.

Ad aprile 2017, in America, il livello delle immatricolazioni ha registrato il quarto mese di fila in rosso.

Questo settore tra America e Europa dà lavoro a circa sei milioni di persone. Un baluardo contro la disoccupazione, soprattutto in un momento nel quale tutti i Paesi devono aumentare i loro livelli di produttività. Se non bastasse, tra le due sponde dell’Atlantico è in atto una guerra iniziata con il “Dieselgate” focalizzata proprio sul futuro dell’auto: negli Stati Uniti si punta, accanto alle macchine con pilota automatico, sugli ibridi, nel Vecchio Continente sull’evoluzione dei diesel, sul quale sta investendo soprattutto la Germania. Non a caso i titoli dei grandi costruttori sono stati i peggiori nell’ultimo mese sui listini europei (-3%) nonostante i corsi borsistici siano ancora più che positivi.

MENO MUTUI E PIÙ SCONTI. A rendere ancora le cose più complesse c'è la parcellizzazione del mercato. In Nord America soprattutto, ma la tendenza è visibile anche in Europa, c’è maggiore richiesta per auto di lusso, Suv, mezzi industriali e commerciali. È debole la domanda per i segmenti (le utilitarie) dove la produzione è più alta. In più la bassa inflazione e la politica monetaria accondiscende (negli Usa anche dopo l’inversione di marcia della Federal reserve sul costo del denaro) rendono più difficile l’erogazione di prestiti e rate. Il tutto a discapito dei margini, come dimostra il fatto che negli States i costruttori hanno ridotto i prezzi e accresciuto le provvigioni per i rivenditori.

IL BISCIONE TENTA LA RIPRESA. In quest’ottica, nel gruppo Fiat Chrysler diventano paradigmatiche le performance dell’Alfa Romeo. La nuova Giulia permette a Marchionne di ridurre il calo di immatricolazioni in Usa e in Europa. Ma la nuova berlina del Biscione ha visto vendite negli Usa soltanto per 1.800 modelli. Troppo poco per evitare che il mercato, come sta facendo, penalizzi i titoli di Fca.

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