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Crisi delle banche

Banco Popular
7 Giugno Giu 2017 1525 07 giugno 2017

Il bail-in del Banco popular trasforma l'Italia in un'eccezione

Salvataggio interno per l'istituto spagnolo. Ora a Bruxelles aumenta il pressing sul negoziato per la ricapitalizzazione di BpVi e Veneto Banca. E i Verdi europei chiedono di rivedere l'accordo su Mps.

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da Bruxelles

La domanda del giornalista in collegamento con il ministro delle Finanze spagnolo dà l'idea del clima che si respira a Bruxelles nel giorno del primo bail-in (salvataggio interno col coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e correntisti) di una banca europea: «Monte dei Paschi di Siena è una banca zombie da più di un anno, ma l'Italia è riuscita a evitare il fallimento, perché noi non siamo riusciti a fare altrettanto?». La vicenda del Banco popular, l'istituto di credito definito dagli analisti e dal Wall Street Journal «il più italiano di Spagna», rischia di mettere il sistema del nostro Paese ancora in più difficoltà.

RAPIDA PERDITA DI CREDIBILITÀ. Il caso assomiglia ad altri che abbiamo visto da vicino: anni di prestiti facili, in questo caso nel settore immobiliare, ma anche il 18% di impieghi a favore delle piccole e medie imprese, e il nodo sofferenze mai risolto. Poi dalla primavera 2016 un declino veloce e costante nella credibilità, nella raccolta, nei livelli di capitale. E l'impossibilità di gestire 8 miliardi di svalutazioni, che fanno impallidire il miliardo cercato disperatamente per le due banche venete.

BAIL-IN NON TROPPO ONEROSO. Ma a sei mesi di distanza dal primo crollo significativo delle sue azioni, il Banco è stato risoluto. Con un bail-in non troppo oneroso - bond senior e depositi sono stati risparmiati - grazie all'intervento del Banco Santander e senza che lo Stato e il Fondo di risoluzione spagnolo ci mettessero un euro. E questo secondo molti osservatori e i critici della gestione italiana dimostrerebbe che anche da noi si poteva fare diversamente. Mettendo così il negoziato sulla ricapitalizzazione preventiva dei due istituti di credito veneti sotto pressione. E non solo quello.

La sede del Banco popular.

Va detto innanzitutto che fino all'ultimo non era certo che sarebbe andata a finire così, in un modo che di sicuro è apprezzato dalla Germania e da altri Paesi Ue che sul bail-in stanno facendo pressing sulla Commissione. Anzi, fino all'ultimo tra Madrid e Francoforte si è discusso di un possibile costo per i contribuenti. La differenza è sicuramente nei tempi: tutto è andato molto in fretta e senza passare nemmeno dalla bocciatura in uno stress test dove per l'Eba il Banco popular si era classificato sopra a Mps. E questo ha evitato perdite di reputazione e una fuga dei depositi ancora maggiore, agevolando dunque l'intervento dei privati.

EMORRAGIA CHE NON SI È FERMATA. Il declino, infatti, è cominciato nella primavera del 2016: a maggio il Banco ha annunciato un aumento di capitale da 2,5 miliardi, il secondo in due anni, e un piano industriale che prevedeva la cessione di asset improduttivi, tagli ingenti al personale - 2 mila persone - e alle filiali. Peccato che alla fine dell'anno l'istituto abbia registrato 3,6 miliardi di perdite azzerando l'aumento di capitale: il valore delle sue azioni è crollato del 66%. C'è stato il cambio al vertice, mentre nelle banche venete c'è stata una pericolosa continuità. Ma comunque l'emorragia non si è fermata: nel primo trimestre del 2017 altre perdite per 137 milioni, mentre la banca doveva ancora rettificare il bilancio per otto miliardi.

I titoli del Banco popular hanno toccato il minimo storico dello 0,30: il triplo del valore più basso della forchetta con cui BpVi proponeva le sue azioni al mercato per una ricapitalizzazione

A questo punto un'altra accelerazione: si è aperta una nuova ipotesi di aumento di capitale o una fusione e intanto i titoli nella prima settimana di giugno sono crollati di un altro 38% toccando il minimo storico dello 0,30. Si tratta del triplo del valore più basso della forchetta con cui la Banca popolare di Vicenza proponeva i suoi titoli al mercato per una ricapitalizzazione e per una quotazione mai avvenuta nella primavera del 2016, ma in Italia i segnali non sono stati presi allo stesso modo.

NESSUN COSTO PER I CONTRIBUENTI. Da lì in poi, in Spagna, è stata cercata solo una cosa: un acquirente. Banco Santander era interessato, ma non ha fatto alcuna offerta, come ha rivelato la sua presidente Anna Maria Botin a El Economista. Secondo la versione della Botin, è stata la Banca centrale europea (Bce) a intervenire il 6 giugno, alla vigilia del fallimento, chiedendo di farsi carico della banca: «Per tutta la notte abbiamo lavorato per cercare di evitare costi a carico dei contribuenti».

GESTIONE MOLTO DIVERSA PER SIENA. Alla fine la spesa per lo Stato è stata evitata - al contrario che da noi - e il contagio pure, visto che la Borsa di Madrid ha festeggiato. E per molti il caso è divenuto il simbolo di come si dovrebbe applicare la direttiva del bail-in. E di come non è stata praticata in Italia. Le dimensioni dell'istituto spagnolo - 300 mila azionisti - sono tali da far pensare subito a come è stata gestito il dossier Monte dei Paschi, dove ci sarà condivisione dei rischi, ma grazie a 6 miliardi dello Stato non dovrebbe esserci risoluzione.

Sembra che i rischi politici di applicare le regole di bail-in siano giudicati in modo diverso in Spagna e in Italia: questo è inaccettabile

Sven Giegold, Verdi europei

Il portavoce per le questioni economiche e finanziarie europee dei Verdi in Ue, Sven Giegold, ha dichiarato per esempio: «La decisione di risolvere il Banco popular è stata giusta, ma il trattamento ineguale tra la Banca spagnola e quella italiana è inaccettabile». E ha proseguito: «È un colpo duro alla fiducia nell'unione bancaria che Mps non sia stata dichiarata fallita o sul punto di fallire. Nonostante una mancanza di investitori privati e chiari segnali dal mercato, né la Banca centrale europea né l'Autorità di risoluzione unica non sono state pronte ad applicare la legge che avrebbe richiesto un completo bail-in».

CHIESTO L'INTERVENTO DELLA BCE. Per questo Giegold ha chiesto alla Bce di rivedere le valutazioni dell'attivo della banca senese - ancora basate sullo stress test dell'Eba, l'Autorità bancaria europea - e la sua intera posizione su Siena. «Sembra», ha osservato, «che i rischi politici di applicare le regole di bail-in siano giudicati in modo diverso in Spagna e in Italia».

La Banca popolare di Vicenza.

Insomma, mentre Matteo Renzi parla dei diktat Ue, a Bruxelles in molti iniziano ad additare l'Italia come la grande eccezione. Il ministero dell'Economia italiano e le istituzioni europee continuano a trattare sui loro binari, in maniera pragmatica. Per la Bce l'obiettivo è mantenere la stabilità finanziaria del sistema e per la Commissione limitare il danno ai contribuenti e il mantenimento sul mercato di industrie anche bancarie non efficienti. Finora tutte le operazioni avviate da Roma sono riuscite a mantenersi in questo equilbrismo, rispettando le regole Ue e contemporaneamente iniettando capitale pubblico ed evitando un bail-in che difficilmente sarebbe stato mitigato da investitori privati.

UN INVESTIMENTO A PERDERE. Ma il negoziato sulla ricapitalizzazione precauzionale delle banche venete risulta difficoltoso. I termini di paragone con la Spagna non mancano: serve meno di un miliardo da trovare per coprire il buco delle svalutazione dei crediti deteriorati, anche qui dunque è un'operazione che implica subito una perdita netta come nel caso delle rettifiche immobiliari del Banco popular. E siccome già nel 2016 le due grandi banche italiane - Unicredit e Intesa SanPaolo - avevano firmato accordi di garanzia per gli aumenti di capitale dei due istituti veneti, viene da chiedersi perché non si poteva fare allora quello che oggi ha fatto la Spagna. La Bce non è intervenuta o sono state le banche italiane a rifiutarsi?

LA CONSOB AVEVA AVVISATO. Vero è che Unicredit e Intesa hanno partecipato al fondo di risoluzione per le quattro banche risolute a fine 2015 e ad Atlante, quasi unico azionista delle due venete e peraltro strumento di diffusione di perdite invece che di contenimento. Ma nessuna delle due ha messo una cifra nemmeno pari a un terzo dello sforzo chiesto dalla Bce a Santander. E nemmeno lo hanno fatto gli imprenditori veneti, che solo nel 2015 dichiaravano che un miliardo e mezzo tra le province del ricco Nord-Est «si trova in due giorni». Finora Roma ha sempre agito nel nome della difesa delle famiglie che hanno acquistato negli anni i bond subordinati delle banche popolari. Eppure che quei titoli fossero a rischio la Consob lo aveva scritto nero su bianco nel 2009. E agli altri Paesi Ue, dopo il caso spagnolo, è una risposta che da sola potrebbe non bastare.

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