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10 Giugno Giu 2017 0800 10 giugno 2017

Il crollo della sterlina e le incognite sull'economia del Regno Unito

Tra Brexit e voto, la moneta di Sua Maestà ha perso in un anno il 15%. Mentre l'inflazione continua a salire. Erodendo la ricchezza dei cittadini. E lo stallo con l'Ue mette a rischio 184 miliardi di export verso l'Europa.

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Un parlamento senza maggioranza in un Paese sempre più in balia del terrorismo. Una trattativa, quella sulla Brexit, che adesso rischia di essere infinita. I mercati non hanno mai amato Theresa May, ma speravano in una sua vittoria netta per garantirsi un briciolo di stabilità, merce sempre più rara in questa fase storica. Soprattutto se parliamo dell'ultima piazza finanziaria che fa da trait d'union tra Nuovo e Vecchio mondo. Invece i Tory si sono ritrovati con 318 seggi, 12 in meno rispetto a quelli che avevano nell’ultima legislatura e, soprattutto, otto in meno di quelli necessari per governare. E in quest'ottica il giudizio sulla sterlina era scontato.

STERLINA A PICCO. Nella mattina di venerdì 9 giugno, per comprare un pound servivano 0,883 euro o 1,265 dollari. In sostanza, un calo del 2% rispetto a 24 ore prima. Per la cronaca, soltanto il giorno dopo il voto sulla Brexit le cose erano andate peggio. A quasi un anno dal referendum la moneta ha perso circa il 15% del suo valore. Una debolezza che è stata in questi ultimi mesi un volano per l'economia di Oltremanica. Alla base della straordinaria performance del Pil nel 2016 (+2%) c'è soprattutto il boom delle esportazioni, che a sua volta si avvantaggia del fatto che la Gran Bretagna è ancora saldamente nel sistema di scambi europei. Per non parlare della sessantina di miliardi iniettati dalla Bank of England per sostenere l’economia, che è subito visibile nella crescita (+3%) dei listini di Borsa guidati dai titoli dei grandi esportatori. Piazza Affari, per esempio, è salita soltanto dell'1,6%.

Eppure tutto questo inaspettato benessere combinato con la debolezza monetaria ha finito per innescare un aumento dell'inflazione, ora al 2,6%, che da mesi sta impoverendo gli inglesi, famiglie come imprese. In un suo studio, Bdo Uk ha messo l'accento su un pericoloso gap di produttività. «Nel primo trimestre del 2017», segnala l’Employment Index, «la propensione ad assumere forza lavoro risulta in crescita rispetto ai mesi precedenti». Non a caso il tasso di disoccupazione, attualmente al 4,7%, è al minimo storico. Parallelamente l'Output index, quello sulle previsioni delle imprese, è in calo proprio perché il boom di assunzioni rendeva le ore lavorate più costose per le imprese. Se non bastasse, la risalita del carovita ha dimezzato anche la crescita dei redditi della famiglie.

INCOGNITE PRESENTI E FUTURE. In questo studio ci sono tutte le incognite presenti e future per il Regno Unito sul fronte interno. Accanto alle quali ce n’è un’altra che viene da Oltremanica e dai contorni ancora più incerti: le trattative sull’uscita del Regno Unito dalla Ue. Dopo quattro mesi di negoziati le parti non hanno fatto un passo avanti neppure nell’agenda degli argomenti da trattare al tavolo. Un governo debole, spiegano gli operatori, potrebbe da un lato indebolire le richieste degli inglesi e spingerli ad accettare una soft Brexit dopo il muro contro muro delle ultime settimane. Il che è uno scenario auspicato da più parti. Ma proprio la debolezza dell’inquilina di Downing Street potrebbe spingere ampi settori dei conservatori ad alzare il tiro e portare la premier a mantenere il piglio. E tanto basterebbe per arrivare a uno stallo che non conviene a nessuno.

EXPORT A RISCHIO. In queste ore tutti gli osservatori sono convinti che May non sia il politico adatto a guidare questo processo. Non fosse altro perché ha sempre meno spazi di manovra per salvaguardare gli interessi dell’isola. E la Gran Bretagna rischia tanto. Secondo uno studio del Ceps un distacco traumatico costerebbe al Paese un punto di Pil in meno all'anno. Sono a rischio i 184 miliardi di esportazioni verso il mercato europeo (valgono del 7,5% del prodotto interno lordo britannico) ma anche la presenza delle principali realtà economiche e finanziarie internazionali.

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