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Tecniche Di Calcio
13 Giugno Giu 2017 0838 13 giugno 2017

Diritti tivù, calcio malato e nazione infetta

L'asta per le partite è andata a vuoto e il mercato dà segni di disaffezione. Ma i boss del calcio, invece di riformare il sistema, continuano trattare tivù o media company come moltiplicatori di soldi.

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Calcio e televisione sono come il paguro bernardo che si studiava a scuola quale esempio di simbiosi mutualistica, due animali che non possono vivere uno senza l’altro. Fa perciò specie vedere come, nella complicata vicenda dell’assegnazione dei diritti sulle partite, i due contraenti siano arrivati ai ferri costi.

ASTA ANDATA DESERTA. I fatti sono noti. La scorsa settimana l’asta per la trasmissione sulle varie piattaforme è andata deserta perché all’apertura delle buste si è scoperto che il partecipante era uno solo, Sky, e che per di più non aveva offerto i soldi che i padroni del pallone si aspettavano. Tra le cui fila, dopo l’iniziale sconcerto (la tivù di Murdoch è considerata per antonomasia la vacca dalle mammelle d’oro), è prevalsa la protervia.

TUTTO RIMANDATO A SETTEMBRE. Infront, il consulente della Lega (organismo, lo ricorda bene un suo storico presidente Franco Carraro, attualmente commissariato), ha rimandato tutti a settembre con tanto di sconcertante dichiarazione del suo ad, Luigi De Siervo, ex uomo Rai nonché renziano pentito, sul fatto che la discesa in campo di un altro concorrente, i francesi di Vivendi, magari in abbinata con i per ora nemici di Mediaset, avrebbe ingrassato il piatto fino a quel miliardo e passa che ci si aspetta di incassare. Ora, non è che se l’arbitro non deve parteggiare possa impunemente farlo il suo consulente.

Nessuno dei protagonisti è sfiorato dall’idea che il giocattolo si possa rompere. Eppure ci sono, e non da oggi, evidenti sintomi di disaffezione

Ma la cosa che più colpisce in questo rutilante mondo dove il valore guida non sono i soldi ma il trovare sempre nuovi modi per moltiplicarli, è che nessuno dei protagonisti venga sfiorato dall’idea che il giocattolo si possa rompere. Eppure ci sono, e non da oggi, evidenti sintomi di disaffezione, più di tutti il fatto che entrambi gli spettatori, quelli televisivi e quelli, sempre meno, che ancora vanno allo stadio, siano in costante calo. Presidenti, calciatori, consulenti vari che allignano intorno, sono sicuri del fatto di poter disporre di un prodotto di cui il popolo non può stare senza.

IL MERCATO POTREBBE CAMBIARE. Dunque, nella stragrande maggioranza, proseguono allegramente a spendere e spandere, contando sui soldi sicuri che arrivano dalla vendita dei diritti, di gran lunga il loro principale introito. Ma sono davvero sicuri che le tivù o le media company in genere siano per definizione dei Pantaloni costretti comunque a pagare? Sul mercato non mancano i segnali che la musica possa cambiare.

LE MINACCE TATTITE DI SKY. Per comprare i diritti della Champions League Mediaset ha messo a bilancio il più imponente rosso della sua storia. E a Sky fanno capire che destinando ad altri punti di forza del suo palinsesto i soldi del calcio potrebbe tranquillamente compensare la disaffezione degli abbonati orfani delle partite. Ovvio che non sarà così, che le minacce sono tattiche, e che alla fine si troverà una quadra per la gioia di alcuni e il mal di pancia di altri. Ma il fatto che la nazione, se orbata del calcio, soffra di un inemendabile vulnus identitario non è un buon motivo per perdere tutte le occasioni di riformarlo.

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