Ior Banca Vaticana
13 Giugno Giu 2017 1212 13 giugno 2017

Ior, il bilancio è lo specchio dell'evoluzione dell'istituto

Nel 2016, la Banca vaticana ha gestito risorse per 5,7 miliardi. Seicento milioni in meno rispetto al 2012. Effetto della revisione della clientela, avviata quattro anni fa. E gli utili, lentamente, risalgono.

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Lo Ior si è ‘ristretto’, gestisce un blocco di risorse meno ampio che in passato, ma dal punto di vista finanziario non va male: il frutto dell’applicazione progressiva di standard internazionali in materia di trasparenza nella gestione e nella revisione dei bilanci, in fondo, è questo. Tradotto significa minori risorse, un numero decisamente inferiore di clienti rispetto a sei o sette anni fa, con gli utili che però crescono, sia pure di poco. Il bilancio del 2016 dell’Istituto per le Opere di religione mostra infatti tendenze che confermano un’evoluzione in corso già da qualche anno. «Nel 2016», spiega un comunicato, «l’Istituto ha servito circa 15.000 clienti diffusi globalmente che hanno affidato allo Ior risorse per un valore totale di 5,7 miliardi a fine 2016 (5,8 miliardi di euro nel 2015) e di cui circa 3,7 miliardi relativi a risparmio gestito e in custodia».

CALO SENSIBILE DI CLIENTI. Una prima annotazione: nel 2012, l'anno di cui per la prima volta sono state diffuse informazioni più complete circa la situazione dell’istituto (il primo bilancio venne pubblicato nell'ottobre 2013, a marzo era stato eletto papa Francesco), le risorse gestite dallo Ior toccavano i 6,3 miliardi di euro, il che implica un calo di 600 milioni in cinque anni, più o meno 120 milioni di euro l’anno. Una spiegazione importante è data dal numero di clienti: nel 2016 ne sono certificati circa 14.900; nel 2012, la direzione dello Ior che si aprì per la prima volta alla stampa di tutto il mondo spiegò che l’istituto aveva 25 mila clienti e un numero ancora superiore di conti (a ciascun cliente potevano corrispondere più conti). Come si può osservare anche in questo caso si tratta di una riduzione notevole il cui impatto ha influito sulle risorse dell'Istituto.

L'INPUT DELLA SANTA SEDE. D’altro canto è noto che una parte considerevole dell’opera di trasformazione dello Ior ha investito proprio la revisione della clientela (fu il lavoro condotto a partire dal 2013 dal Promontory group, società di consulenza esterna che fu incaricata dalla Santa Sede di studiare il database della clientela) con la chiusura di migliaia di conti ‘dormienti’ e l’allontanamento di categorie di clientela laica che non aveva diritto, in base allo statuto e alle finalità dell’istituto, di operare tramite lo Ior. Altri conti sono stati chiusi, poi, anche in base al lavoro dell’Aif, l’Autorità d’informazione finanziaria che supervisiona l’applicazione delle norme antiriciclaggio e antiterrorismo da parte dell’istituto, nonché l’insieme della gestione finanziaria. Laddove in questi anni si sono riscontrate inadempienze e azioni illegali, queste sono state segnalate alla giustizia vaticana, al Promotore di giustizia, che ha aperto numerosi fascicoli, mentre indagini e rogatorie sono in corso. Resta il fatto che molti clienti lasciarono lo Ior alle prime avvisaglie di introduzione delle normative antiriciclaggio; quanto al passato, non tutto è stato per forza catalogato per via informatica.

Papa Francesco.

Nel mutato contesto attuale, tuttavia, gli utili hanno ripreso a crescere sia pure in modo non esaltante, ma comunque significativo per le dimensioni dell’istituto. L’utile netto è stato di 36 milioni: era di 16,1 milioni nel 2015. «Tale risultato gestionale», si legge in una nota, «è stato conseguito attraverso una efficiente attività di negoziazione, in un contesto di elevata volatilità dei mercati, instabilità politica dovuta agli esiti inattesi dei maggiori eventi elettorali dell’anno (elezioni Usa, Brexit, referendum costituzionale in Italia, ndr) e bassi tassi d’interesse».

UN UTILE ALTALENANTE. Nel 2014 l’utile era di 69,3 milioni, nel 2013 di 2,9 milioni, ancora 86,6 nel 2012 e 20,3 nel 2011. Le fluttuazioni hanno varie cause: in parte corrispondono a quelle appena elencate, in parte però sono dovute sia alle turbolenze finanziarie del periodo, sia al mutamento di governance dell’istituto (manager, norme e organizzazione interna). A febbraio 2013, Benedetto XVI, a dimissioni già annunciate, nominò il banchiere e finanziare tedesco Ernst Von Freyberg alla guida dello Ior (la carica di presidente dell’istituto era vacante dalle dimissioni di Ettore Gotti Tedeschi); quindi Von Freyberg – compiuta una parte del lavoro di ristrutturazione - passò il timone, nel luglio 2014, a Jean Baptiste De Franssu. Una nomina, quest’ultima, in linea con l’istituzione del dicastero vaticano della Segreteria per l’Economia affidata al cardinale australiano George Pell. Nel frattempo è cambiato il board dell’istituto, molto internazionale, ma questo fa parte dei processi di globalizzazione.

L'ISTITUTO A UN BIVIO. Identificata una clientela ben precisa, il problema che ora hanno di fronte la Santa Sede e gli organismi di governance dello Ior è capire se l’istituto deve diventare efficiente sui mercati internazionali – sia pure nel rispetto di un preciso codice etico – o se limitarsi a gestire bene l’esistente. In sostanza dovrà fare soldi o no? Da parte della Santa Sede, in ogni caso, il mandato è stato chiaro: no ad attività speculative, il che complica non poco la questione.

Il presidente dello Ior, Jean Baptiste De Franssu.

Il dilemma dunque non è da poco per un Vaticano impegnato in un’azione di faticosa ristrutturazione delle risorse e dei beni, fra debiti, gestioni opache o semplicemente approssimative, in alcuni casi sprechi e scarsa attitudine finanziaria o manageriale. Sul fronte clientela, si legge nel bilancio in merito ai «patrimoni affidati» allo Ior, «il gruppo più significativo è quello degli ordini religiosi, che nel 2016 hanno costituito più della metà dei nostri clienti (54%), seguiti da dicasteri della curia romana, uffici della Santa Sede e Stato Città del Vaticano e nunziature apostoliche (11%), enti di diritto canonico (9%), cardinali, vescovi e clero (8%), dalle conferenze episcopali, diocesi e parrocchie (8%); il gruppo restante è formato da vari soggetti, tra cui dipendenti e pensionati del Vaticano e fondazioni di diritto canonico». Infine da notare che, «al 31 dicembre 2016, il patrimonio dell’Istituto al netto della distribuzione degli utili è pari a 636,6 milioni di euro».

LE PAROLE DEL PRESIDENTE. Importante in questo contesto quanto scrive il presidente dello Ior, De Franssu, nella presentazione del bilancio. Spiegando come il board dell’istituto, fin dal suo insediamento nel 2014, abbia cercato di adempiere alla missione affidatagli dal papa, afferma: «Ciò ha significato porre l’attenzione sulla natura e sulla qualità dei servizi offerti alla clientela e alla Chiesa in un contesto finanziario complesso, la definizione di un quadro e di principi di governance più solidi e più chiari, il rispetto di leggi e regolamenti in vigore comprese le procedure su tematiche di antiriciclaggio, il miglioramento del sistema dei controlli interni e di gestione del rischio, l’applicazione di accordi fiscali con Italia e Usa e l’esame di tematiche di natura legale con le competenti autorità vaticane». Questo, insieme ad altri, si spiega poco oltre, è un lavoro che andrà ulteriormente approfondito.

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