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CREDITO 15 Giugno Giu 2017 1229 15 giugno 2017

Banche venete, il Mef prepara la nuova partita di giro

Intesa era rimasta l'unica pronta a intervenire. Ora riprende quota l'ipotesi di un intervento di sistema. Attraverso il Fondo di tutela. Ma solo se il congegno messo a punto da Padoan riuscirà a risarcire i "volontari".

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A Vicenza e Montebelluna attendevano semplicemente che il ministero dell'Economia mettesse a punto un congegno per attirare le banche nella rete del salvataggio. E trovare dunque i capitali in grado di sbloccare la ricapitalizzazione precauzione di BpVi e Veneto Banca. Ma il 14 giugno la situazione vacillava al punto che Intesa SanPaolo era considerata l'unico istituto di credito effettivamente pronto ad aprire la borsa. E anche a Ca' de Sass, da un'ora all'altra, l'intervento sulle banche venete era confermato o smentito.

ALLA RICERCA DELLA COMPENSAZIONE. «Il governo deve trovare un sistema di 'risarcimento' per gli istituti di credito che metteranno i capitali necessari», ragionavano fonti informate di Vicenza, ma il problema è che difficilmente in questo caso si può pensare a una compensazione ad hoc di cui per esempio ha potuto usufruire Ubi Banca per l'acquisto delle tre good bank. Di certo, assicuravano, «allo studio c'è un dispositivo del tutto nuovo».

Alla fine le indiscrezioni sul piano di aiuto alle banche - ipotesi di crediti di imposta e fiscalizzazione degli oneri sociali - pubblicate su Repubblica mostrano che via XX Settembre il congegno lo sta mettendo a punto, scommettendo che possa risultare abbastanza generoso e capace di rispondere ad almeno una delle tante emergenze del settore da innescare il salvataggio di sistema. Riprende dunque quota lo scenario di un intervento attraverso lo schema volontario del Fondo di tutela dei depositi che proprio in quanto volontario - gli istituti hanno diritto di recesso - non inciamperebbe sulle norme Ue sugli aiuti di Stato. Del resto, non è possibile varare delle misure generali con la mano pubblica come compensazione degli sforzi di pochi privati. E quindi, con partecipazione limitata, i soliti noti si ritroverebbero a pagare da soli gli svantaggi e a condividere con tutti i vantaggi.

UNICREDIT, L'ESCA DEL COSTO DEL LAVORO. Per Unicredit, l'interesse è soprattutto sulla riduzione degli oneri per i prepensionamenti. Piazza Gae Aulenti ha 3600 esuberi annunciati, e già quando l'esecutivo era intervenuto per la prima volta sul fondo esuberi con un contributo di 638 milioni era la prima candidata tra le banche sane a fare incetta dei nuovi contributi. A tutti, poi, interessano i vantaggi fiscali. Ma ogni banca vuole valutare sulle sue cifre quanto ne vale la pena. Secondo gli analisti di Equita, seguendo la ripartizione pro quota del fondo, la partita costerebbe di più per i piccoli istituti rispetto ai grandi. Ma certo permane l'ipotesi di un fallimento completo: a quel punto salterebbe pure il fondo di risoluzione perché il sistema dovrebbe ripagare 20 miliardi.

Eppure si continua con reazioni caute che presuppongono sempre di voler vedere le carte: cosa può offrire l'esecutivo nel suo patto con le banche? Carlo Cimbri, ad di Unipol, ha fatto sapere: «Nessuno ci ha chiesto nulla, vediamo nel caso cosa ci propongono. In linea di principio se tutto il sistema interviene faremo la nostra parte, ma non faremo interventi isolati». Anche Giulio Magagni, presidente di Iccrea, l'istituto che riunisce le banche di credito cooperativo, ha dichiarato che il gruppo «è aperto a valutare» un suo ruolo nel salvataggio delle banche venete in un'operazione di sistema ma «solo quando ci sarà chiarezza nelle condizioni». E ancora: «Se ci chiamano prenderemo la questione in considerazione e andremo ad ascoltare. Ma siamo lontani».

LA NUOVA DATA CHIAVE? IL 21 GIUGNO. Il tempo intanto scorre e le date "chiave" si accumulano: la prossima dovrebbe essere il 21 giugno, quando è fissata la riunione del Cda del Fondo di tutela. Lo stesso giorno, secondo quanto trapela da Ca' de Sass, potrebbe riunirsi nuovamente il consiglio di Intesa. A Roma sperano che quella che rozzamente si potrebbe definire una partita di giro funzioni e che, dopo la chiusura dell'accordo con Francoforte e Bruxelles su Mps, si arrivi allo stesso esito per Veneto Banca e Popolare di Vicenza. I sindacati si preparano in ogni caso a discutere le ricadute degli accordi sui lavoratori: «Se Unicredit mette 600 milioni», dice Giulio Romani, segretario generale della First Cisl, «posso presumere che me li porti al tavolo negoziale per discutere nuovi tagli».

I COSTI PAGATI DAI LAVORATORI. Ma il problema dal suo punto di vista è ben più ampio di quello che potrebbe risolvere il governo: aiutare i prepensionamenti di chi lascia le banche sane. «Anche con la defiscalizzazione o con altre misure, resta il fatto che il numero dei lavoratori che sono prepensionabili è minore di quelli che rischiano di essere licenziati. Di fatto in tutte queste trattative è calato il segreto sul prezzo pagato dai lavoratori. Per Mps la Bce ha chiesto una riduzione dei costi, pari al taglio dei due quinti dei posti di lavoro, una cifra tale da non permettere nemmeno l'operatività della banca. E ancora non sappiamo quali siano i termini dell'intesa finale che è stata comunicata e annunciata da tutti. Sulle banche venete, anche trovato un accordo, non sappiamo cosa aspettarci dopo».

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