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17 Giugno Giu 2017 0040 17 giugno 2017

Ubi Banca, le nuove rivelazioni nell'inchiesta sull'anti-riciclaggio

Lo scandalo sulle presunte omissioni di verifica si allarga. E arriva a lambire anche politica e imprenditoria. Dall'ex deputato Volonté alla Saras, passando per un giudice del processo Mediaset. Le carte.

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Quaranta nomi eccellenti sono finiti sotto la lente della procura, dal vicepresidente del consiglio di sorveglianza di Ubi Banca, Pietro Gussalli Beretta, all'ex numero uno del consiglio di gestione Franco Polotti, dal fratello dell'ex presidente dell'Abi Gianfranco Faissola, fino alla Saras Spa e alla Saras Trading della famiglia Moratti, dall'ex deputato dell'Udc Luca Giuseppe Volonté al giudice del processo Mediaset Antonio Esposito. Le dichiarazioni rilasciate nel maggio del 2014 da Roberto Peroni, ex responsabile dell'antiriciclaggio di Ubi, che accusava la banca di bloccare le indagini sulle operazioni sospette per le norme sul riciclaggio di denaro, si sono trasformate in un'inchiesta che vede indagati per concorso in ostacolo alla vigilanza il responsabile rischi dell'istituto di credito Mauro Senati e l'attuale responsabile dell'anti-riciclaggio Carlo Peroni, cioè l'uomo che dell'accusatore ha preso il posto. Le indagini allungano nuove e pesanti ombre sull'istituto guidato da Victor Massiah, coinvolgendo nomi di spicco non solo della governance di Ubi, ma anche dell'imprenditoria, della politica e del mondo giudiziario.

OMISSIONI «SISTEMATICHE». Il 30 maggio diversi uffici di Ubi sono stati perquisiti per ottenere documenti su operazioni riguardanti 40 clienti eccellenti. Il decreto di perquisizione, che Lettera43.it ha potuto visionare, è stato firmato dal procuratore aggiunto di Brescia Sandro Raimondi il 27 maggio e parla di «fondati e gravi indizi di reato», in più «precisi e concordanti». La procura ipotizza che ci siano stati «sistematici» episodi di omissione delle segnalazioni e «omissioni di obblighi di adeguata verifica della clientela nei confronti dei soggetti legati a figure apicali in seno al gruppo bancario».

Le modalità, sempre stando alle ipotesi del pm, sarebbero state differenti. «In taluni casi», si legge infatti nel documento, «è stato imposto a funzionari dell'area Anti Money Laundering di Ubi Banca Spa» da «personale gerarchicamente superiore» di non procedere negli approfondimenti in merito a operazioni sospette «nei confronti di membri della governance della stessa banca». In altri casi, invece, le segnalazioni sarebbero state «manipolate», «eliminando i riferimenti» ai soggetti in posizione apicale dell'istituto di credito. E addirittura in un caso ci sarebbe stata «la manipolazione del sistema informatico di supporto per le segnalazioni di operazioni sospette». La mancanza di alcune di queste segnalazioni, si legge, può avere «anche indirettamente consentito o agevolato» operazioni illecite o riciclaggio di denaro sporco.

PIENO RISCONTRO ALLE DICHIARAZIONI. Le ipotesi della procura sono basate su documenti che hanno dato «pieno riscontro» ai contenuti delle dichiarazioni rese agli inquirenti. Ma per recuperare altri elementi di prova e aumentare la solidità del quadro indiziario, il pubblico ministero ha disposto - negli uffici di Ubi e anche in quelli di Ubi Sistemi e servizi, la controllata che gestisce i servizi informatici - il sequestro di documenti che coprono un periodo di quattro anni e mezzo, dall'agosto del 2012 fino al dicembre del 2016. E che riguardano diversi membri o ex membri della governance dell'istituto.

Tra le operazioni su cui il pm vuole vedere chiaro ci sono quelle legate a Franco Polotti e Marigliano Mazzoleni, secondo Peroni soci, attraverso l'acciaieria Ori Martin, nella Aom Rottami. Ma c’è anche il nome di Gian Luigi Gola, l’uomo che in Ubi rappresentava la Fondazione cassa di risparmio di Cuneo – azionista storico e di peso soprattutto attraverso la Banca regionale europea - e che a dicembre, a sorpresa, si è dimesso dal consiglio di sorveglianza dove sedeva dal 2013, dopo essere stato per anni anche nel consiglio di gestione, l'organo che approva i finanziamenti. E c’è il nome della Polo Grafico Spa, la società editoriale di cui Gola è stato consigliere di amministrazione e che controlla la Paper One di cui è anche azionista. Secondo quanto risulta a Lettera43.it, gli inquirenti stanno cercando di verificare come mai, nonostante nel 2013 fosse stata segnalata alla Uif una serie di operazioni sospette che coinvolgevano Gola e suoi soci, gli approfondimenti non sono proseguiti. E in particolare perché non sono stati analizzati i movimenti di capitali verso il Lussemburgo che secondo le dichiarazioni raccolte sarebbero passati anche da Ubi international Sa, la controllata di Ubi nel Gran ducato responsabile secondo i Panama Papers della creazione di decine di società offshore e venduta un mese dopo lo scoppio dello scandalo.

LENTE ANCHE SU BERETTA E SARAS. Ma la procura ha chiesto anche le carte sulle operazioni che riguardano Pietro Gussalli Beretta, imprenditore delle armi che della banca lussemburghese è stato presidente e che è ancora oggi vicepresidente del consiglio di sorveglianza e anche membro del comitato nomine. E anche sulle operazioni di rientro dei capitali di Gianfranco e Michele Faissola, fratello e nipote di Corrado Faissola, l'ex numero uno dell'associazione bancaria italiana e del consiglio di sorveglianza di Ubi. Non solo, il sospetto di ostacolo alla vigilanza si estende anche ai movimenti finanziari di società costituite da pochi anni e legate alla nuova governance dell'istituto di credito. È il caso della Saras Spa, la società attiva nel settore delle raffinerie e della produzione di energia elettrica della famiglia Moratti, e della Saras trading Sa, costituita nel 2015 per svolgere attività di compravendita su prodotti petroliferi.

Ma la vicenda potrebbe avere risvolti anche più ampi. Tra i clienti per cui la procura di Brescia ipotizza l'omissione di controlli c'è l'ex deputato dell'Udc Luca Volonté, tornato alla ribalta per aver incassato 2 milioni di euro dal regime azero perché Volonté, da membro dell'assemblea del Consiglio d'Europa, non lo inguaiasse sui diritti umani. E anche la fondazione di sua moglie, Novae Terrae, che per inciso è proprio l'ente che aveva incassato i bonifici provenienti, attraverso triangolazioni e società schermo, dall'Azerbaijan. Nella lista figurano anche le protagoniste di una delle compravendite immobiliari più seguite dalla cronaca: Viviana Pucci-Blunt, della dinastia che fino al 2015 era proprietaria della villa reale di Marlia, e Marina Gronberg, membro dei consigli di amministrazione di Hachette come della compagnia mineraria Polymetal. E, caso ancora più strano, il giudice Antonio Esposito e suo figlio, il pubblico ministero Ferdinando Esposito. Il primo ha presieduto il collegio della corte di cassazione che nel 2013 ha condannato Silvio Berlusconi per frode fiscale nel processo Mediaset. Del secondo invece si è parlato perché proprio nello stesso periodo aveva frequentato Arcore e aveva ricevuto anche regali dall'ex premier.​

SENATI RIMANE AL SUO POSTO. Per ora l'inchiesta mira semplicemente a capire se ci sia stata un'omissione volontaria di segnalazioni sulle operazioni sospette e tra gli indagati gli unici due nomi che compaiono nel decreto sono quelli di Senati e Peroni. L'ufficio di controllo dei rischi, tuttavia, risponde al consiglio di gestione della banca. E nel prospetto depositato alla Consob il 9 giugno, in vista dell'aumento di capitale da 400 milioni di euro attualmente in corso, Ubi avverte di possibili effetti negativi sulla reputazione e sull'attività economica che potrebbero derivare dai procedimenti in corso. Ma interpellato da Lettera43.it sulla nuova inchiesta, l'istituto non ha voluto commentare gli sviluppi giudiziari. Ha respinto le accuse dell'ex capo dell'anti-riciclaggio e ha rinnovato la fiducia a Senati. Gli indagati, e in Ubi ormai ce ne sono tanti, restano ai loro posti.

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