Moda
LA MODA CHE CAMBIA 18 Giugno Giu 2017 0900 18 giugno 2017

Cinque ragioni più una per continuare a sostenere la moda

Spinta economica del settore, bravura dei giovani, meritocrazia, innovazione e competenze: ecco perché è un ambiente da duri. E poi se non ci fosse ci divertiremmo tutti molto meno.

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Le sfilate erano 31, così come le presentazioni, qualche grado in più fisso nell’aria umida del capoluogo lombardo. Milano Men’s Fashion Week, collezioni estate 2018, in staffetta con Pitti Uomo 92 appena concluso con risultati ottimi sull’estero, un po’ deludenti sul nazionale, complici i massicci scioperi di cui scriveremo subito. Caldo atroce. Il pensiero fisso che l’industria della moda si gioverebbe parecchio di un anticipo nella presentazione delle collezioni, ma che il calendario internazionale delle sfilate non lo consente, dunque si tira tutti avanti.

FATICOSO, NON SOLO PER IL CALDO. Ai colleghi che, incontrandomi, mi ricordano ironici il titolo del mio ultimo saggio, La moda è un mestiere da duri, aggiungendo un «eh» esortativo, mi verrebbe da dire che sì, lo è, e non certo per il caldo, ci mancherebbe, benché queste sfilate e queste presentazioni a maggio costerebbero meno almeno in termini di energia consumata e si affronterebbero a piede e cuore più leggero. Ve ne elenco qualcuno.

1. Mezzo saldo commerciale italiano proviene da abbigliamento e tessile

La moda è un mestiere da duri perché bisogna tener saldi i nervi quando i soloni dell’analisi economico-finanziaria nazionale come Francesco Giavazzi spiegano ai convegni (nel caso specifico, il convegno di venerdì 16 giugno de Il Foglio sull’Italia a due velocità) che il saldo commerciale nazionale è attivo per oltre 50 miliardi di euro, e tutti applaudono, ma si scorda di spiegare che circa 25 miliardi, quindi la metà di quei bei soldi, provengono dall’abbigliamento e dal tessile perché questo Paese non vuole rassegnarsi all’evidenza che moda e design sono il meglio che sappia produrre e che tutti vogliono nel mondo.

BISOGNA PRONUNCIARE TUTTI I NOMI. Bofonchiare «Luxottica» perché trattasi di industria dove lavorano gli operai e non le sarte e perché Leonardo Del Vecchio, cresciuto fra i Martinitt, è una bella storia di rivalsa sociale, non è sufficiente perché il messaggio venga compreso. Bisogna trovare il coraggio di pronunciare i seguenti patronimici: Giorgio Armani, Miuccia Prada, Remo Ruffini, Federico Marchetti, Renzo Rosso, Gildo Zegna, Claudio Marenzi.

2. Abbiamo ragazzi bravi che troppo spesso perdiamo nella fuga dei cervelli

La moda è un mestiere da duri perché abbiamo perso altri due giovani laureati in cui riponevamo tante speranze. Nel 2016 furono studentesse della Sapienza di Roma (lo scellerato viaggio Erasmus in Spagna), ora i due neo-architetti dello Iuav di Venezia, Gloria Trevisan e Marco Gottardi, morti nel rogo della Grenfell Tower di Londra.

BASTA SOTTOPAGARE I NOSTRI GIOVANI. Il Milano Moda Graduate Award organizzato da Camera Nazionale della Moda Sapienza ha premiato, fra gli altri, una neolaureata della Sapienza e un designer dello Iuav. Andranno per il mondo perché qui non sempre trovano il lavoro dei loro sogni, o lo trovano sottopagato, perché 300 euro al mese per un architetto sono uno scandalo come gli stage infiniti che aspettano molti nei nostri laureati di moda, e non sto parlando degli incapaci che infestano le aule per decenni, ma dei fuoriclasse. Abbiamone cura, di questi ragazzi che sono spesso più bravi di quanto ci meritiamo.

3. Il settore è meritocratico: non importa che tu sia su una sedia a rotelle

La moda è un mestiere da duri perché ci sono imprenditori come Ciro Paone e grandissimi art director come Fabrizio Sclavi che continuano a fare meravigliosamente il loro lavoro da una sedia a rotelle.

IRRILEVANTE DOVE E COME SEI NATO. E tutti fanno a gara per omaggiarli, ascoltarli, festeggiarli a ogni loro nuova avventura perché la moda, oltre a essere un mestiere da duri, è l’unico davvero meritocratico: non importa dove e come sei nato, né con chi vai a letto la sera e nemmeno se non puoi fare le scale. Importa solo che tu sia bravo.

4. In nessun altro ambiente c'è un tasso di innovazione così elevato

La moda è un mestiere da duri perché a nessun altro settore è richiesto un tasso di innovazione così elevato, e se credete che studiare e applicare nuovi tessuti o pellami sia meno impegnativo che effettuare studi di laboratorio vi sbagliate di grosso perché nascono nei laboratori i nuovi tessuti hi tech come le cure mediche, con la differenza che le prime scontano il vituperio delle genti più delle seconde anche quando si tratta di vaccini.

PUNTATORI E ABITI ULTRA LEGGERI. Da Kiton il giacchino imper pesa pochi grammi, e le nano tecnologie entrano direttamente nei filati, garantendo l’idrorepellenza. Da Zegna un guardaroba completo pesa meno di due chili. Il designer cinese Colin Jian, studi alla Marangoni, lavora sulla tridimensionalità degli accessori, ma da attivare con lo smartphone: accendi il puntatore e i gadget prendono vita.

5. Tante competenze richieste e il prezzo altissimo dell'inessenzialità

La moda è un mestiere da duri perché nessun settore chiede un numero così elevato di competenze (creative, culturali, manageriali, di comunicazione) per poi accettare il prezzo altissimo dell’inessenzialità.

Però, senza la moda, ci divertiremo tutti molto ma molto di meno (per non parlare di quei 25 miliardi di euro).

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