Expo 2015
27 Giugno Giu 2017 1109 27 giugno 2017

Arexpo: pure a Milano un salvataggio firmato governo e Intesa

Non solo le banche venete. Anche la società proprietaria dei terreni su cui è sorta l'esposizione universale del 2015 è stata soccorsa coi soldi dei contribuenti: i conti

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A leggere tra le righe del bilancio di Arexpo, società proprietaria delle aree su cui è sorta l'esposizione universale nel 2015 e che si deve preoccupare dello sviluppo del post evento, si vede un malato attaccato a due respiratori. Uno è quello del pubblico danaro, l'altro è quello delle banche. Una in particolare: Intesa SanPaolo. Dopo le banche venete c’è dunque un’altra società "salvata" dal ministero dell’Economia e dall’istituto di credito torinese.

MESSI SUL PIATTO 39 MILIONI. Arexpo - guidata dal presidente Giovanni Azzone, nell'ordine già rettore del Politecnico di Milano, consigliere di amministrazione di Poste italiane e project manager per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto del Centro Italia del 2016 - si è garantita nuova linfa solo grazie all'intervento diretto del ministero dell'Economia e delle Finanze che ha messo sul piatto 50 milioni di euro, e oggi detiene il 39,28% del capitale.

PARTECIPANO COMUNE E REGIONE. Gli altri soci pubblici sono Regione Lombardia e il Comune di Milano, che partecipano con 21 milioni di euro a testa, la Città metropolitana di Milano (1 milione) e il Comune di Rho (610 mila euro). Fiera Milano è rimasta con il 16,8% del capitale, cioè 16 milioni di euro.

MALUMORI PER IL COSTO DEL 2016. I freddi numeri raccontano di una perdita da 46 milioni di euro «attribuibile principalmente ai costi sostenuti per la manutenzione e la conduzione dell'ex sito espositivo». Un buco che, si legge nel bilancio, «sarà sostanzialmente coperto utilizzando il versamento in conto capitale concesso da Regione Lombardia per la realizzazione del progetto Fast Post Expo»: cioè i 38 milioni con cui la Regione stessa finanzia il progetto Experience che prevede la temporanea riapertura di una parte del sito Expo per abbandonare le strutture e i terreni all'usura. Nel 2016 il costo totale è stato di 50 milioni di euro, cifra che aveva sollevato qualche malumore a Milano e dintorni.

Nei palazzi della Milano che conta ai tempi di Expo circolava una vocina: il vero amministratore delegato della manifestazione non è Beppe Sala, ma Giovanni Bazoli

Nei palazzi della Milano che conta, poco prima di Expo iniziò a circolare una vocina che recitava più o meno: «Il vero amministratore delegato della manifestazione non è Beppe Sala, ma Giovanni Bazoli». Infatti non solo la sua banca è stata “official banking partner” dell’evento (per 180 milioni di euro), ma in tandem con altre ha concesso ad Arexpo la fideiussione da 160 milioni per permettere l’acquisto dei terreni.

SI RISCHIAVANO I LIBRI IN TRIBUNALE. A manifestazione finita il capitale sociale di Arexpo era inferiore al valore dei terreni in pancia. Si rischiava di dover portare i libri in tribunale. L’obiettivo era infatti quello di vendere le aree entro la fine del 2014, ma il bando per l’assegnazione è andato deserto. Così, si legge nel bilancio, «la società si era trovata al 31 dicembre 2014 nella condizione di non aver rispettato gli impegni assunti con la firma del contratto di finanziamento relativamente alla tabella di marcia concordata». Una situazione che aveva determinato «la sospensione del diritto di utilizzo» delle linee di credito.

L'ex amministratore delegato di Expo Beppe Sala.

Poi è arrivato il governo, e la partecipazione del ministero dell’Economia ha salvato capra e cavoli, a spese del contribuente. A quel punto Intesa, parlando a nome del pool di banche, ha fatto sapere che intendeva «sanare» tutto ciò che avrebbe potuto bloccare l’operatività di Arexpo. Il 24 marzo 2017, in sordina, Intesa ha concordato, tra le altre cose, la posticipazione dell’obbligo di pagamento della quota capitale scaduta il 31 dicembre 2016 al 31 dicembre 2017.

PRESTITO PONTE ENTRO IL 30 GIUGNO. Da parte di Intesa, si legge nel bilancio, c’era «piena disponibilità a sostenere finanziariamente Arexpo Spa per la copertura dei fabbisogni di breve periodo» sia sulla «cessione del credito Iva, sia alla concessione di un prestito ponte». La cui erogazione è stata fissata entro il 30 giugno 2017 «a condizione che i soci presentino idonee garanzie di contenuto sostanzialmente fideiussorio».

SECONDA OPZIONE: LO SLITTAMENTO. Vi è poi una seconda possibilità, più gradita anche al Comune di Milano (in quanto nel caso di garanzie fideiussorie sarebbe necessario passare da un voto in Consiglio comunale) che riguarderebbe lo slittamento del prestito a fine 2017 successivamente all’aggiudicazione della gara per il Masterplan di sviluppo delle aree.

C’è pure un debito da 124 milioni di euro nei confronti di Expo Spa che pesa, e non poco, su un debito complessivo di oltre 243 milioni, 96 dei quali verso le banche

Insomma, appesi a un filo. Nonostante l’ottimismo che traspare dalla lettura degli elementi positivi sulle evoluzioni degli scenari tra progetti e riscontri positivi per il bando di rigenerazione dell’area Expo (valutato comunque tra gli elementi di incertezza). A fronte di un attivo totale da 380 milioni di euro di cui circa 300 relativi al valore dell’area, c’è un debito da 124 milioni di euro nei confronti di Expo Spa che pesa, e non poco, su un debito complessivo di oltre 243 milioni, 96 dei quali verso le banche. L'obiettivo, fa sapere la societ,à è di arrivare al pareggio di bilancio nel 2018 dopo aver maturato una perdita effettiva da 8,1 milioni di euro.

CONTENZIOSO SULLE BONIFICHE. Tornano di attualità i sovracosti sostenuti da Expo per l'attività di smaltimento dei rifiuti dopo le bonifiche per 29,5 milioni di euro. Denari che Arexpo si è impegnata a restituire a Expo rivalendosi sui vecchi proprietari. Le analisi di Metropolitana Milano (Mm), incaricata della valutazione sulle bonifiche, aveva preventivato costi per circa 6 milioni. Come si sia arrivati da 6 a 29,5 milioni rimane ancora un mistero a quattro anni dalla pulizia dei terreni.

TERRA DAVVERO CONTAMINATA? Ad aspettare i documenti che attestino il fatto che dai terreni siano quintuplicati i costi per lo smaltimento c’è pure la società Bastogi della famiglia i Cabassi, vecchi proprietari di una parte del terreno su cui è sorta l’esposizione universale. Loro sono stati i primi destinatari dell’azione giudiziaria di Arexpo. Nel 2016 i legali del gruppo si chiedevano come fosse possibile dimostrare che quella terra fosse realmente contaminata, come sostenuto da Arexpo, e non terra buona portata in discarica per gonfiare i costi.

L’appalto bandito da Expo Spa e vinto dalla Cmc di Ravenna è un altro di quelli aggiudicati con un ribasso vertiginoso (42,83%), salvo poi recuperare con le cosiddette “varianti”

Una domanda quest’ultima che appare legittima dando uno sguardo al modo in cui è nato e si è svolto l’appalto vinto dalla Cmc di Ravenna e bandito da Expo Spa. Un altro di quegli appalti aggiudicati con un ribasso vertiginoso (42,83%), salvo poi recuperare con le cosiddette “varianti”: base d’asta da 97 milioni, aggiudicazione a 58, e infine sul piatto una variante da 19 milioni per salire a 77. Una gara su cui fece rilievi pure la Corte dei conti.

INADEMPIENZE PER 250 MILA EURO. Fatto sta che oggi si sanno le cifre, ma non si capisce dove queste bonifiche siano state fatte e sui terreni di chi. Nel frattempo i Cabassi a loro volta si sono tutelati in tribunale e il contenzioso è riportato nel bilancio di Arexpo: 250 mila euro per inadempienze contrattuali della stessa Arexpo e un milione per il danno di immagine patito da Bastogi per la citazione in giudizio.

RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO. L'8 giugno le parti si sono riviste in tribunale, ma delle carte di Expo ancora non c’è traccia. Arexpo continua a negare l’accesso al verbale del cda del marzo 2016 su cui sarebbero indicati tutti i particolari della partita, nonostante un ricorso al Tar vinto della consigliera regionale del Movimento 5 stelle Silvana Carcano. Arexpo però ha fatto ricorso, ancora pendente, al Consiglio di Stato.

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