Migranti: Gentiloni,serve più impegno Ue
1 Luglio Lug 2017 0900 01 luglio 2017

Banche venete, perché la Ue e Draghi hanno detto sì a Padoan

I giornali finanziari scalpitano, la Dc bavarese mugugna, ma Bruxelles e Bce hanno approvato l’operazione. Per rottamare i piccoli istituti decotti. E dare una mano a Gentiloni. L'articolo di pagina99.

  • RENZO ROSATI
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Un bail-in, fallimento senza oneri pubblici, a fine 2015 per Banca Etruria, CariFerrara, Banca Marche e CariChieti. Una statalizzazione per il Monte dei Paschi a inizio giugno 2017. Una bad bank a spese dei contribuenti per Popolare di Vicenza e Veneto Banca: vicenda di questi giorni. I salvataggi bancari Made in Italy hanno messo in campo tutta la fantasia possibile: un menù à la carte opera soprattutto del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, menù che se ha avuto tutti i via libera europei, e nel caso delle Popolari venete anche il plauso dei mercati e dei non teneri analisti di Moody’s, lascia in sospeso molte domande.

EFFETTI SULLA MANOVRA. Intanto sulla finora sostanziale impunità dei pessimi amministratori degli istituti, dalla coppia veneta Gianni Zonin e Vincenzo Consoli ai senesi Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, passando per gli aretini Giuseppe Fornasari e compagnia. E Giovanni Berneschi, ex presidente della Cassa di risparmio di Genova. Un elenco politicamente trasversale (Dc-leghista al Nord, ex Pci a Siena e dintorni), nel quale solo Berneschi ha conosciuto il carcere; e non c’è bisogno di essere fanatici della gogna bancaria per notare che altrove gli scandali finanziari – Bernie Madoff insegna – prevedono pene ben più severe. Questo però è solo un aspetto. Gli altri sono il conto per le nostre tasche e, faccenda per nulla secondaria, quanto la questione bancaria influenzerà la prossima manovra di bilancio, visto che le banche sono un pilastro delle regole europee.

IL PESO DEI COSTI INDIRETTI. Sul primo punto Carmelo Barbagallo e Fabio Panetta, capo della vigilanza e vicedirettore generale di Bankitalia, forniscono una lista dettagliata. La bad bank veneta nella quale confluiranno 11,7 miliardi di crediti inesigibili (Non performing loans) costa al Tesoro 4,8 miliardi; il salvataggio di Mps fino a 6,6; mentre agli obbligazionisti delle quattro banche in bail-in sono stati liquidati 35 milioni per il 20 per cento delle pratiche. Si arriverà dunque a 200 milioni. Siamo a 11,6 miliardi, dentro i 20 stanziati dal governo, a carico del debito pubblico. Ma vanno considerati i costi indiretti: «Per esempio, accompagnare all’uscita i 4 mila esuberi previsti da Banca Intesa per rilevare sportelli e personale delle due popolari», dice Barbagallo. Mentre nessuno si è fatto per ora avanti per Mps.

L’intervento di Intesa in Veneto e Ubi ad Arezzo e dintorni fa fuori il vecchio e discusso modello territoriale, uno dei fattori che ha prodotto l’ok della Bce e di Bruxelles, il giudizio positivo di Moody’s («in quanto viene meno un rischio sistemico») e del Credit Suisse («questo è un happy end per le banche italiane»). Ma il Financial Times accusa l’Europa di aver consentito all’Italia «di aggirare le regole con una formidabile scappatoia»; e soprattutto dalla Csu, l’ala bavarese del partito di Angela Merkel; mentre dagli uffici del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble vengono accuse di «avere seppellito l’unione bancaria». Mario Draghi è intervenuto con tutto il proprio peso per ricordare che «la Germania ha impegnato in salvataggi e garanzie l’11% del Pil, 10 volte rispetto all’Italia». Queste opposte letture pongono insomma un problema di credibilità, che potrebbe scaricarsi sui giudizi europei per la manovra 2018, che Padoan spera di chiudere con uno sconto di 9 miliardi sui 15 (minimi) previsti. In parte per l’effetto strutturale della correzione di due decimali di Pil appena decisa, in parte riducendo dall’1,7 all’1,2% il deficit dell’anno prossimo.

UN APPEASEMENT STRATEGICO. Il compromesso può essere trovato, tanto più con l’appeasement concesso all’Italia per scongiurare la vittoria di forze anti-euro. Lo stesso, in fondo, del quale ha beneficiato la Francia con conti pubblici anche peggiori. Però alla fine i francesi hanno mandato all’Eliseo Emmanuel Macron, e l’investimento tedesco può dirsi riuscito. Mentre sul futuro governo italiano grava nebbia fitta. Soprattutto, il debito resta ben oltre il 130% del Pil, con il sostegno della Bce che va ad esaurirsi. Né, a parte i saldi, esiste alcuna vera riforma annunciata o prevista per il 2018, a parte qualche impegno a ridurre le tasse e aumentare gli investimenti. È certo anche il frutto della continuità di Paolo Gentiloni, che all’Europa va benissimo (più di Matteo Renzi), ma che avrà una prima scadenza con il termine della legislatura, e dovrà pensare a nuove alleanze frutto del proporzionale. Gli strascichi della questione bancaria possono abbattersi sulla campagna elettorale. Con l’aggiunta della commissione parlamentare d’inchiesta, che se certo non concluderà i lavori farà in tempo a produrre i suoi clamori mediatici.

I 12 MILIARDI DI NPL DELLA BAD BANK. Per questo oggi molti fanno i pompieri spiegando che il Tesoro potrà rimettere nelle tasche dei contribuenti i soldi iniettati nelle banche. Cominciando dai circa 12 miliardi di Npl della bad bank veneta. Bankitalia cita il recupero virtuoso dei crediti deteriorati della bad bank messa in piedi dal Tesoro nel 1996 per il salvataggio del Banco di Napoli, sempre ad opera di Intesa SanPaolo. Dentro c’erano l’equivalente di 6,4 miliardi di euro, e la Sga (società gestione attività) ne recuperò il 97% guadagnandoci 600 milioni. La Sga, ceduta anche quella a Intesa, è stata ricomprata l’anno scorso dal Tesoro con un centinaio di tecnici.

«Serve però un lavoro analitico, e soprattutto evitare di cedere gli asset magari svalutandoli anche oltre l’80», dice Barbagallo: «Vanno tenuti alla larga i fondi avvoltoio che operano come oligopolio, mentre andrebbe avviata una Asset management company italiana, come chiediamo da anni». Il contribuente potrebbe guadagnarci, come gli americani con i prestiti federali dati a Wall Street dopo il crac Lehman Brothers? Difficile, anche perché la maggior quota di Npl è del Monte dei Paschi, e lì il Tesoro-padrone ha interesse a vendere presto. E ancora: nel ’96 il direttore generale del Tesoro si chiamava Mario Draghi. Oggi è Vincenzo La Via, del quale molti notano l’assenza dai dossier, delegati ad Alessandro Rivera, un suo dirigente, al quale è capitato di non essere riconosciuto nelle assemblee. E anche questa è credibilità.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, "genitori che odiano lo Stato", in edicola, digitale e abbonamento dal 30 giugno al 6 luglio 2017.

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