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L'America di Trump

Dollari
BASSA MAREA 2 Luglio Lug 2017 1400 02 luglio 2017

Trump vuole un dollaro debole, ma il rialzo è questione di tempo

Al presidente conviene che stia basso almeno fino alle elezioni midterm. Per arrivare alla campagna con risultati tangibili sulla riduzione delle importazioni. L'inversione di tendenza, però, non si farà attendere per molto.

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Difficile dire chi sta preoccupando di più, se Donald Trump o il dollaro. Probabilmente presidente e moneta sono la stessa cosa, e il dollaro troppo basso che preoccupa gli esportatori europei è solo l’altra faccia di Trump come lo fu di Richard Nixon, Ronald Reagan e altri. Milioni di investitori in giro per il mondo, anche piccoli protagonisti della finanza familiare in Italia, avevano scommesso sull’apprezzamento della moneta americana, apprezzamento che nel 2016 varie soddisfazioni le ha date. La logica era quella del rialzo dei tassi americani da parte della Fed: come parte il rialzo, parte il dollaro. E il rialzo dei tassi americani precederà quello dei tassi europei, perché il quantitative easing (Qe) americano è incominciato prima. Obiettivo, la parità euro/dollaro.

LE PREVISIONI DEGLI ECONOMISTI. La parità ora è meglio dimenticarla. In più, per l’euro, si è aggiunta negli ultimi giorni una serie di impennate della moneta unica su molte valute, determinata dalla convinzione che la Bce dovrà concedere qualcosa, entro agosto e cioè entro un mese prima del voto tedesco di fine settembre, sul fronte della fine del Qe europeo. L’elettore tedesco infatti deve sapere che i bund torneranno a pagare interessi, e così voterà meglio per frau Merkel. Dopo essere sceso attorno a 1,05 e avere toccato a dicembre 1,04, il cambio dollaro-euro è risalito a partire grossomodo dall’aprile scorso arrivando ora attorno a 1,15. Gli economisti di Crédit Suisse dicono che non potrà andare oltre perché «il cambio euro-dollaro non è riuscito a chiudere sopra 1,15 nessuna settimana a partire dal primo gennaio del 2015 e ha viaggiato solo sopra tale livello in due settimane da allora».

TRUMP VUOLE UN DOLLARO DEBOLE. Vedremo. Intanto tre fatti sono certi. Primo, l’amministrazione Trump vuole un dollaro debole perché deve arrivare alla campagna elettorale per il voto di midterm del novembre 2018 con risultati tangibili sulla riduzione delle importazioni, l’aumento delle esportazioni e la creazione di nuovi posti di lavoro industriali in Stati come Michigan, Ohio, Pennsylvania e altri, fra i più colpiti dalla deindustrializzazione. Secondo, i repubblicani sono sempre stati gli artefici principali, dagli Anni 70 con Nixon, del governo dell’economia attraverso la manipolazione del dollaro. Terzo, la ritirata dello yuan cinese, o renmimbi, che aveva guadagnato quasi il 37% sul dollaro dal 2005 al 2013; ha perso l’11% a partire dal 2014, ridimensionando molto le ipotesi di un ruolo internazionale della valuta cinese. Il dollaro è troppo alto e lo yuan cinese così basso ci penalizza, diceva Trump già a gennaio, prima di entrare alla Casa Bianca.

È assai più efficace per contrastare le importazioni e favorire l’export un calo del 10 % del cambio su un paniere di valute che non una serie di nuovi dazi su varie importazioni importanti. Più efficace, crea meno polemiche, e colpisce subito. Nixon fu il promotore di questa politica prima paralizzando il sistema dei cambi fissi di Bretton Woods nell’estate del 1971, e poi abolendolo definitivamente nel 1973. Nixon poi aggiunse nel ’71 un dazio del 10% sulle importazioni per convincere i partner commerciali a rivalutare le loro valute.

IL CASO NIXON-BURNS. Il Congresso era pieno di misure protezionistiche, anche drastiche. Giappone e Germania erano ormai del tutto risaliti dalla distruzione postbellica e diventati come non mai concorrenti commerciali temibili, e non solo loro. Il sistema dei cambi fissi e soprattutto la sempre più teorica convertibilità del dollaro in oro, perno del sistema, scricchiolavano dalla fine dei mandati Eisenhower. Una risposta poteva essere una gestione più severa dei tassi e della spesa pubblica americana. Ma Nixon fece il contrario, obbligando il suo presidente Fed, Arthur Burns, ad allentare ancora le redini nel 1970 per assicurargli un’economia drogata e una trionfale rielezione nel 1972, il che avvenne.

LA FINE DEI CAMBI FISSI. La fine dei cambi fissi del 1971 ebbe il suo pieno effetto e il cambio dollaro/marco ad esempio passò dai 3,75 del 1970 (media annua e valori più o meno del cambio fisso di Bretton Woods) ai 2,58 del 1974 e ai minimi di 1,82 del 1980 e cioè cambio dimezzato per il dollaro sul marco in dieci anni. La severa politica monetaria inaugurata nel 1980 da Paul Volcker per spezzare l’inflazione riportava il cambio dollaro/marco a sfiorare quota 3 marchi nel 1985 e scattava allora un’operazione analoga, ma concordata, a quella condotta 14 anni prima da Nixon in modo brutale.

Questa volta furono accordi con i partner monetari principali a ottenere il voluto indebolimento del dollaro, deciso da Reagan e condotto dal suo nuovo ministro del Tesoro, James A. Baker III, con una serie di mosse tra l’aprile e il settembre 1985, e concluso a fine estate dai cosiddetti accordi del Plaza Hotel, a New York. Come 15 anni prima, il Congresso era pieno di misure protezionistiche e l’industria americana perdeva ormai pesanti quote di mercato. La discesa del dollaro fu anche qui impressionante: su marco, yen e sterlina, usando gli indici dei prezzi al consumo come deflattori, il cambio reale perse tra il primo trimestre 85 e il terzo dell’86 l’80% dei rafforzamenti realizzati tra il 1980 e i picchi di metà decennio. Reagan aveva vinto nel 1984 sull’onda della ritrovata forza del dollaro ma un anno dopo pensava al voto del 1988, che fu eccezionalmente vinto per una terza volta dai repubblicani con Bush padre, e voleva un dollaro competitivo. E lo ebbe.

LA POLITICA ESPENSIVA DI GREENSPAN. Il dollaro restò competitivo con poche eccezioni da allora grazie alla politica monetaria quasi sempre espansiva o superespansiva di Alan Greenspan, convinto si potesse diffondere liquidità intanto il mercato naturaliter trovava il suo equilibrio, per la gioia di tutti e di Wall Street in primis. Finì malissimo nel 2008, come noto. Con Greenspan, e non solo, ampiamente sputtanato. Ma non si direbbe che la strana fiducia nella razionalità dei mercati sia stata scossa più di tanto. Dal 2008 è stata la politica monetaria a tassi zero e sottozero, usata per erodere l’enorme massa di debiti, ad assicurare la competitività del dollaro. Fino al 2015/2016. Poi il rialzo. E ora il netto ritorno, si direbbe, a sponde competitive.

IL DOLLARO RISALIRÀ. Si fermerà attorno a quota 1,15, per l’euro, come dice Crédit Suisse? David Marsh, cofondatore del londinese Official Monetary and Financial Insititutions Forum, un gruppo di consulenti che lavora per i maggiori fondi di investimento, prevedeva già a febbraio un crollo del dollaro analogo a quello di metà Anni 80. Che cosa succederà? Difficile dirlo, soprattutto con le monete. Comunque, come timida bussola, si può considerare questo: Trump vuole un dollaro basso, il più basso possibile, per un anno abbondante, vuole vincere bene o benino grazie anche e soprattutto al dollaro le midterm 2018, poi non gli dispiacerà un dollaro più forte che contribuisca a fare la campagna per la rielezione, nel 2020, sul tema America is back, l’America è tornata. Se non succede nulla nel frattempo e se resterà in sella. Ma molti altri negli Stati Uniti hanno interesse, comunque, a un dollaro basso, per ora. Chi ha investito in dollari porti pazienza. Risalirà. Del resto da quasi 50 anni il dollaro è, fra le principali valute, la più manipolata.

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