Renzi Padoan
10 Luglio Lug 2017 1900 10 luglio 2017

Sul deficit al 2,9% proposto da Renzi cala il gelo di Padoan e Ue

La road map sul Fiscal compact è già tracciata. E la discussione si avrà su proposta della Commissione. Anche il ministro dell'Economia derubrica la faccenda a spot elettorale. Lo scontro politico sui nostri conti.

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da Bruxelles

Pier Carlo Padoan vuole tenere le proposte di Matteo Renzi - alzare il rapporto deficit/Pil al 2,9% per cinque anni - lontane da Bruxelles, dove proprio nella serata del 10 luglio nella sede dell'ambasciata italiana è in programma un vertice a tre con il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble e il collega francese Bruno Le Maire.

CONTI IN ORDINE, AVANTI TUTTA. Con i due ministri di Berlino e Parigi Padoan è pronto a discutere il futuro economico dell'Eurozona, in particolare dopo la Brexit. L'appuntamento è destinato a ripetersi anche nei prossimi mesi. E nel menù non c'è alcuno spazio per una discussione sul Fiscal compact. Anzi, alla vigilia del vertice il ministro, spiegano fonti italiane, rivendica la sua strategia: il sentiero stretto di mantenimento in ordine dei conti, almeno in questa fase, è secondo via XX Settembre quello che ha portato i risultati migliori.

ROBA DA CAMPAGNA ELETTORALE. Il segretario dem propone di aumentare il deficit, cioè il saldo tra le spese e le entrare del Paese, di 0,8 punti percentuali rispetto all'obiettivo fissato per il 2017 (2,1%), ma nell'orizzonte di Padoan intanto ci sono impegni da rispettare - a settembre la revisione del Documento di economia e finanza (Def), a ottobre la presentazione della legge di bilancio - e che verranno rispettati. Le dichiarazioni di Renzi, è il ragionamento, sono faccenda da campagna elettorale.

ISTITUZIONI EUROPEE LAPIDARIE. Un'idea apparentemente condivisa. Le risposte ufficiali dei rappresentanti delle istituzioni europee all'uscita del segretario del Pd, infatti, sono di gelo. E contemporaneamente intrise di attestati di stima nei confronti dell'attuale ministro dell'Economia e del premier Paolo Gentiloni. Lapidario il portavoce della Commissione europea: «Non commentiamo commenti di persone esterne al cerchio del governo». Chiaro il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem: «Il deficit non lo decide un Paese da solo». Persino il Commissario agli Affari economici Pierre Moscovici è stato più rigido dell'abituale: «Vogliamo un'Italia credibile che rispetti le regole».

Il portavoce della Commissione ha sottolineato i «buoni rapporti» con Gentiloni, il presidente dell'Eurogruppo ha parlato del «mio amico» Padoan, a evidenziare il riconoscimento alla strategia messa in campo finora. Strategia che, peraltro, nel marzo del 2014, era stata elaborata proprio da Renzi. L'allora premier contava sulle clausole di flessibilità inserite proprio nel Fiscal compact e quindi sulla possibilità di ottenere il margine di manovra per gli investimenti in cambio delle riforme. Ora invece ha di fatto sancito da solo il fallimento della sua linea.

«GLI INVESTITORI PREOCCUPATI». Secondo Erik Jones, direttore del dipartimento di Studi europei e politica economica internazionale alla John Hopkins University, «il cambiamento di rotta non stupisce: la flessibilità e le riforme non hanno portato la crescita sperata. Gli investitori sono preoccupati per i titoli di Stato italiani. E adesso inizio a dubitare anche che la crescita possa arrivare in futuro».

IL GIUDIZIO LO FANNO I MERCATI. Insomma, Renzi si concentra sul deficit, senza dare una soluzione certa sul debito. E a Jones fanno eco anche fonti italiane: il problema non sta semplicemente nell'avere lo spazio per gli investimenti, è il ragionamento, ma trovare chi li fa. E il giudizio non lo fa tanto Bruxelles, ma piuttosto i mercati. Di quelli Renzi dovrebbe preoccuparsi.

Da sinistra, il ministro dell'Economia italiano Pier Carlo Padoan, l'omologo francese Bruno Le Maire e lo spagnolo Luis de Guindos.

Nella capitale dell'Unione, del resto, il percorso sul "Trattato di stabilità e crescita", il nome ufficiale del Fiscal compact, è tracciato. Se l'Italia ha addirittura inserito il pareggio di bilancio in Costituzione, a Bruxelles le norme sono già nei regolamenti Six Pack e Two Pack. Nessuno Stato membro freme in questo momento per integrare il Fiscal compact nei Trattati. Ma nel suo reflection paper sul futuro dell'Unione, la Commissione Ue prevede in ogni caso un intervento per inserirlo nel «quadro legislativo» europeo. E anche il parlamento europeo, con il voto degli eurodeputati dem, ha approvato una risoluzione che segue la road map.

RATIO DEL TRATTATO NON CONDIVISA. Nei prossimi mesi quindi l'esecutivo guidato da Juncker farà la sua proposta. E forse, a quel punto, si potrebbe aprire un dibattito. Il problema è reale, visto che la maggioranza degli economisti non condivide la ratio del Trattato (e del pareggio di bilancio in Costituzione). Ma dopo che il parlamento Ue, gruppo S&D (socialisti e democratici) compreso, ha votato a favore delle regole esattamente come hanno fatto centrodestra e centrosinistra a Roma, anche la strada per le rivendicazioni è stretta.

SI PARLA DI INTEGRAZIONE CON RIFORMA. Non a caso il renzianissimo numero uno della Commissione Affari economici del parlamento europeo, Roberto Gualtieri, in una discussione del 13 giugno 2017 all'europarlamento spiegava di essere a favore di un'integrazione del Fiscal compact solo a patto di riformarlo. Una posizione di compromesso, che però non tiene conto del fatto che la revisione dei Trattati è la strada meno probabile. E nemmeno delle anticipazioni del libro del suo segretario.

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