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Crisi delle banche

Merkel Germania
12 Luglio Lug 2017 1200 12 luglio 2017

Sulle banche l'Italia fa come la Germania. E i tedeschi si arrabbiano

Roma ha sfruttato il margine lasciato dalle regole europee per salvare le venete. Facendo i propri interessi. Come Berlino dopo la crisi del 2009. Ma ora i Paesi Ue vogliono rivedere gli aiuti di Stato. Il parallelo.

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Che appartengano ai conservatori dell'Unione cristiano-democratica (Cdu) o ai progressisti del Partito socialdemocratico (Spd), non c'è differenza: per i politici tedeschi nell'era del bail in i salvataggi statali delle banche italiane non sono accettabili. L'11 luglio 2017, dopo un l'Eurogruppo in cui le massime autorità europee, dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager ai rappresentanti del Single resolution board e del Single supervisory board, sono stati chiamati a spiegare le loro scelte sulle banche venete, il Rheinische post ha messo insieme una grosse koalition di critiche a Roma.

«PERICOLOSO PRECEDENTE ITALIANO». Il deputato socialdemocratico Carsten Schneider, portavoce per le politiche di bilancio del partito di centrosinistra tedesco, ha dichiarato: «Le eccezioni per le banche italiane sono un pericoloso precedente. Ancora una volta saranno salvate con i soldi dei contribuenti». Secondo Schneider è la dimostrazione che le regole disegnate a seguito della crisi finanziaria e come lezione derivante da quel crac «sono minate da interpretazioni troppo ampie» e per questo ha chiesto ai ministri dell'Eurogruppo di impedire che «vengano distrutte».

APPROFITTATO DELLE MANCANZE. Dichiarazioni simili sono arrivate da Ralph Brinkhaus, cioè uno dei 12 vice presidenti del gruppo della Cdu/Csu, il partito di Angela Merkel. E diverse critiche sono state espresse anche durante il vertice, traducendosi alla fine nell'apertura di «una riflessione» sulla revisione delle norme sugli aiuti di Stato. La sostanza però non è stata scalfita: l'Italia per una volta ha fatto la Germania, ha cioè utilizzato la cornice delle regole esistenti (e le sue mancanze) per fare i propri interessi.

Nella riunione del 10 luglio le lamentele più pesanti sono arrivate dal ministro austriaco Hans Jörg Schelling: «Hypo Alpe Adria è il solo caso in cui si sono seguite le regole europee», ha protestato, reduce dal tentativo di un bail out che nella primavera del 2015 si è poi trasformato in una liquidazione. In quella vicenda ci aveva rimesso, parzialmente, anche lo Stato federale della Baviera, azionista dell'istituto. Un raro esempio in cui la Germania non è riuscita a tutelare i suoi interessi dopo aver salvato a suon di miliardi le banche dopo la crisi del 2009.

«REGIMI FALLIMENTARI DA ARMONIZZARE». A guardare la direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive), la posizione di Schelling è comprensibile: Roma ancora una volta ha trovato il modo di proteggere gli obbligazionisti senior e ha utilizzato miliardi dei contribuenti per finanziare l'acquisto da parte di Intesa degli asset buoni dei due istituti di credito veneti, il tutto grazie al ricorso alle leggi di insolvenza nazionali che viaggiano in parallelo e coesistono con quelle varate dall'Ue. Per questo alla fine del summit il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha sottolineato «l'importanza di armonizzare i regimi fallimentari, di creare un buffer di asset "bailinabili", una chiara gerarchia delle perdite».

LE REGOLE SONO STATE RISPETTATE. Di più non si poteva fare. Dopo aver ascoltato le posizioni di Commissione e sorveglianza europea che hanno dato il via libera al piano italiano, la conclusione era scontata: le regole sono state rispettate. I ministri, ha infatti riconosciuto il numero uno dell'Eurogruppo, erano perfettamente consapevoli che per le banche piccole in dissesto si sarebbero applicate le regole fallimentari dello Stato membro, in questo caso dell'Italia. E quelle norme, si era giustificata la commissaria Vestager il 27 giugno, sono frutto delle differenze storiche tra i sistemi bancari europei.

L'Italia ne ha chiaramente approfittato, esattamente come la Germania approfittò della mancanza di regole specifiche sui salvataggi bancari prima dell'introduzione della direttiva sul bail in. All'epoca, stando ai dati dello stesso esecutivo tedesco e della Commissione Ue, Berlino investì nel bail out dei suoi istituti di credito poco meno di 260 miliardi. E senza tenere conto delle garanzie. A chi lo ricorda, viene spesso rammentato che a quei tempi le regole lo permettevano, esattamente come ora permettono interventi nazionali sulle banche considerate non di "interesse pubblico".

NON SI TRATTA DI SALVARE AZIONSITI. Certo, i tedeschi - e non solo loro - si lamentano, spesso a ragione, delle falle del sistema e della credibilità dell'unione bancaria, ma proprio questa rimane incompleta soprattutto per la mancanza di un sistema di garanzia unico a cui Berlino si oppone. In più nel caso delle venete, non si trattava di salvare gli azionisti: loro hanno già perso tutto e nessuno li salva. Non si tratta in molti casi nemmeno di evitare che si prendano la responsabilità di un investimento sbagliato: molti di loro non avevano il profilo per quell'investimento.

GLI ITALIANI DOVREBBERO ARRABBIARSI. Piuttosto dovrebbero essere gli italiani ad arrabbiarsi: è nei loro interessi avere un'autorità europea che vigili e nel caso blocchi gli incentivi miliardari dati a Intesa, è nei loro interessi smettere di pagare per gli errori altrui. Sono loro che dovrebbero riconoscere che il ritardo dell'intervento del governo ha peggiorato il già mezzo disastro dei due istituti di credito veneti, come ha fatto capire il numero uno del Single Resolution Board Elke König in audizione all'europarlamento. Soprattutto sono loro che dovrebbero reclamare quella giustizia - contro manager e autorità assenti - che oggi drammaticamente manca.

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