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18 Luglio Lug 2017 1809 18 luglio 2017

L'Italia e il drone armato degli emiri: il nodo dei fondi pubblici

I finanziamenti della Difesa andranno pure a Piaggio Aerospace. Che è controllata da Mubadala. E lavora a un nuovo velivolo su cui vige il massimo riserbo. Anche da parte del nostro governo.

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Il primo prototipo di aeromobile a pilotaggio remoto di produzione italiana, meglio noto come drone per la videosorveglianza o P.1HH Hammerhead di Piaggio Aerospace, finì in mare durante le prove di volo il 31 maggio 2016, al largo delle coste dove sorge l'aeroporto militare di Trapani-Birgi in Sicilia. Sul perché sia caduto non è mai stata fatta chiarezza, tanto che c'è chi - in ambienti della Difesa - sostiene che sia stato sabotato. Il secondo prototipo fu spedito lo stesso giorno ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi. Da qualche mese è rientrato in Italia, a bordo di un Antonov russo con destinazione la sede dell’azienda di Villanova D'Albenga: due settimane fa ha ripreso l'attività di voli sperimentali sempre a Trapani.

Ora spunta il progetto per un terzo drone, questa volta armato, il P.2HH, da poco inserito tra i principali programmi d'armamento cui sono destinati gli 8,16 miliardi di euro inseriti nella legge di bilancio, stanziati dalla presidenza del Consiglio per i prossimi 15 anni. 
Ma come si può pensare di costruire un nuovo sistema aereo a pilotaggio remoto se sul primo continua esserci nebbia fitta, soprattutto sulle apparecchiature elettroniche che devono essere fornite dalla Selex del gruppo Leonardo? Il nuovo progetto militare è una scusa per avere nuovi fondi pubblici senza migliorare la produttività e senza aver presentato un piano industriale convincente? Si tratta in sostanza dell'ennesimo cerotto dopo i 112 milioni di euro stanziati dal 2004 a oggi dal Mise a favore di Piaggio, i primi tra il 2004 e il 2011 (85,5 legge 808) e gli altri 27 nel 2015 (legge 237)?

IL SILENZIO ATTORNO A PIAGGIO AERO. E a chi è destinato questo drone armato? Forse alle forze aeree emiratine, che da tempo premono per averlo? Ma, in questo caso, l’Italia ha ottenuto o pensa di chiedere le necessarie autorizzazioni previste dall’accordo internazionale MTCR (Missile Technology Control Regime), che vieta l’esportazione di missili di gittata e si applica anche agli Uav con raggio d’azione superiore ai 300 chilometri e capacità di carico superiore ai 500 chilogrammi? Piaggio ha per caso ottenuto il nulla osta che fu a suo tempo negato a Leonardo-Finmeccanica, che non poté rispettare la promessa di esportare tecnologie a pilotaggio remoto agli Emirati e per questo generò uno stato di tensione con il Paese arabo che si protrasse per anni? Sono solo alcune delle domande che circondano Piaggio Aerospace, l'azienda ligure in mano al fondo emiratino Mubadala al 100%, in crisi economica da quasi tre anni e su cui il governo - dal premier Paolo Gentiloni al ministro della Difesa Roberta Pinotti e al capo di Stato maggiore dell'Areonautica Enzo Vecciarelli - continua a non esprimersi.

Ai lavoratori è stata concessa fino al 2018 la cassa integrazione, ma sulla loro testa pende sempre il piano di riduzione del personale da 1.300 a 700 unità, non ancora smentito e corretto. C'è chi esprime ottimismo, in particolare la Uil, ma non tutti sono d'accordo. La società ora guidata dall'amministratore delegato Renato Vaghi, che è arrivato nel 2016 e ha promesso di aumentare la produttività, non presenta un bilancio dal 2015. È ancora in attesa di un aumento di capitale da parte del principale azionista, ma soprattutto non ha ancora presentato un piano industriale. L'ultimo dato ufficiale, numeri della Camera di commercio, dice che il patrimonio netto della società al 31 dicembre del 2014 era negativo per oltre 16 milioni di euro. L'incontro con le organizzazioni sindacali previsto il 18 luglio presso l'Unione Industriali di Savona è stato spostato a lunedì prossimo.

RAPPORTI TURBOLENTI CON GLI EMIRATI. Ci sarebbe molto da spiegare in questa vicenda dove ci sono di mezzo gli interessi del nostro Paese, che potrebbe e dovrebbe far valere la golden share su un'azienda di proprietà di un fondo sovrano della penisola araba. Non solo. L'Italia e gli Emirati Arabi hanno rapporti turbolenti da tempo, influenzati prima da Luca Cordero di Montezemolo e poi dall'ex premier Matteo Renzi, co-autori della fallimentare operazione per salvare Alitalia da parte di Etihad. Non è un segreto ai piani alti di Palazzo Chigi come in quelli della Difesa che l'ex amministratore delegato di Leonardo-Finmeccanica Mauro Moretti sia stato allontanato da piazzale Montegrappa anche per questo motivo: i suoi rapporti tesi con gli emiri non hanno giovato, come neanche i continui rinvii da parte del gruppo nel venire incontro alle richieste di Mubadala. Tutt'ora non è chiaro se Leonardo sia davvero interessata alla ventilata acquisizione della parte motori dell'azienda ligure, tanto che pare ci siano sul piatto altre offerte.

Il braccio di ferro tra Abu Dhabi e Roma prosegue senza sosta. Gli emiratini continuano a non voler investire, in attesa che venga sottoscritto l'accordo con le banche creditrici e soprattutto sia sciolto il nodo dei debiti e dell’auspicata alleanza con Leonardo, ora nelle mani del nuovo amministratore delegato Alessandro Profumo che in merito non si è ancora espresso. In particolare, non è ancora chiaro quale sarà lo stanziamento preciso che sarà destinato a Piaggio, perché al momento - come ricorda l'Osservatorio Milex progetto di Rete Disarmo - si sa solo che, dei 12,8 miliardi di euro inseriti nella legge di bilancio 2017, 8,2 andranno agli armamenti. Ma il capo dell’Ufficio generale Pianificazione, programmazione e bilancio dello Stato maggiore dell'Aeronautica, il generale di divisione Guglielmo Luigi Miglietta, non ha dato indicazioni dettagliate in commissione lo scorso 28 giugno, rinviando alle decisioni parlamentari la soluzione dei singoli casi. 


LA TRASPARENZA DOV'È? Solo un grafico ha mostrato le cifre esatte degli stanziamenti per i prossimi 15 anni: 8,16 miliardi per nuovi armamenti (5,36 della Difesa integrati da 2,79 del Mise), 2,61 miliardi per le infrastrutture (tra cui il nuovo “Pentagono” italiano di Centocelle) più 802 milioni per interventi antisismici sulle caserme, 608 milioni per cyber-difesa e sistemi di controllo, 529 milioni per bonifiche dei poligoni e 68 milioni per ricerca a scopi militari che include i nuovi missili contraerei CAMM-ER del consorzio europeo MBDA (25% Leonardo) e dell’azienda Avio di Colleferro, i nuovi elicotteri CH-47 ER Chinook dell’americana Boeing per le forze speciali, la nave USSP per soccorso sommergibili e operazioni Comsubin di Fincantieri. E appunto i droni armati. Prodotti per chi? Con quali risorse, quali tempi e quali tecnologie? Non si può dire che la trasparenza nella comunicazione sia un punto di forza del nostro governo né di Piaggio Aerospace, che pure è stata alimentata a più riprese da risorse pubbliche, cioè di tutti noi.

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