I 400 colpi

Cattaneo
24 Luglio Lug 2017 0904 24 luglio 2017

Cattaneo e i 25 milioni: se fare l’ad di Telecom è una prestazione occasionale

Una super liquidazione per un lavoro di 16 mesi. Il manager sapeva bene che guidare l'azienda di telecomunicazioni, da 20 anni cruccio di ogni governo, è un lavoro precario per definizione.

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Sono esattamente 20 anni che Telecom Italia è stata privatizzata. Era il 1997 e governava Romano Prodi. Ed è esattamente da allora, dal giorno dopo del suo passaggio in mani private, che l'azienda non ha più avuto pace. Per i teorici convinti che il settore privato non sia sempre l'opzione migliore, la martoriata vita del colosso dei telefoni è l’esempio più fulgido.

UNA CROCE PER TUTTI I GOVERNI. Da allora Telecom è stata una croce per tutti i governi: da quello di D’Alema, che consentì a un manipolo di imprenditori padani di comprarsela contraendo un debito abnorme (debito che sostanzialmente le è rimasto in capo fino a oggi) a quello di Letta, quando in una notte, mentre #enricostaisereno enfatizzava da Oltreoceano l’importanza di avere campioni industriali, passava senza colpo ferire nelle mani degli spagnoli di Telefonica. Infine a quello di Matteo Renzi, sotto le cui insegne l’azienda ha subito l’ennesimo cambio di proprietà, finendo ai francesi di Vivendi, preda di un mercato da cui per mancanza di soldi era rimasta esclusa dai processi di concentrazione in atto.

Sono passati 20 anni, e dopo che la politica ha seguito da spettatore le vicissitudini di un gruppo le cui attività sono altamente strategiche per il Paese, la politica medesima scopre che Telecom è un’azienda di interesse nazionale, che non si può inneggiare alla banda larga o ultra larga e alle magnifiche sorti digitali dell’Italia senza avere il controllo della sua rete. Se lo avesse avuto, probabilmente Renzi non avrebbe obbligato Enel a diventare anche un operatore telefonico, e a imbarcarsi in un progetto che inevitabilmente sarebbe entrato in rotta di collisione con quello dell’ex monopolista delle Tlc.

LO SCONTRO DI CATTANEO CON PALAZZO CHIGI. Insomma, un pasticcio. Che ora l’inopinato e assai ben pagato addio di Flavio Cattaneo ha ulteriormente complicato. Riassumendo in breve: l’ad di Telecom lascia perché si è messo a muso duro contro il governo: non voleva che ostacolasse Enel pensando di fare gli interessi del suo azionista francese, il quale invece con Palazzo Chigi ha tutta l’intenzione di mettersi d’accordo. Per il semplice motivo che Vincent Bolloré gioca una partita che forse non sa bene nemmeno lui fino in fondo quale sia, ma comunque considera Telecom strumentale al suo disegno di costruire la più grande media company europea (per questo aveva messo nel mirino anche Mediaset).

L'EX AD UNICO VINCITORE. Il finale è ora tutto da scrivere, ed è difficile che ciò avvenga in tempi brevi visto che siamo agli scampoli della legislatura. Al massimo l’argomento tornerà buono per agitare le già increspate acque della campagna elettorale. Resta, per ora, un solo vincitore: Cattaneo. I 25 milioni con cui verrà liquidata la sua prestazione a tempo (16 mesi) sono il frutto della consapevolezza con cui si è contrattualmente proposto ai suoi azionisti. L’ex direttore della Rai sapeva bene che chi va a guidare Telecom è un manager precario per definizione, perché basta un cambio di vento della politica per renderti inviso a chi ti ha chiamato come salvatore della patria. Più che un lavoro stabile si tratta dunque di una prestazione occasionale, anche se forse tra le più pagate di sempre.

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