Renzi
24 Luglio Lug 2017 0800 24 luglio 2017

Fiscal Compact, storia di un trattato votato senza serio dibattito

Berlusconi l'ha negoziato. Monti, che ne è l'emblema, l'ha ripudiato. Renzi vorrebbe cancellarlo. Il patto europeo è divenuto terreno di scontro, ma non è stato oggetto di riflessioni adeguate.

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da Bruxelles

Matteo Renzi, che prima promise di rispettarlo, ora lo vuole cancellare. Mario Monti, che ne fu simbolo, dichiara che lui non lo avrebbe firmato, che l'ha negoziato Silvio Berlusconi e che la sua approvazione era utile anche a Mario Draghi per accreditarsi con la classe dirigente tedesca. Berlusconi il suo ruolo di protagonista nelle trattative lo ha precocemente ripudiato definendolo il frutto dell'egemonia della Germania. Enrico Letta, che pure nel 2012 lo ha votato in parlamento, dichiarò nel 2014: «Se fosse così per l'Italia sarebbe terribile» (oggi però sostiene che un problema non è). A proposito del Fiscal Compact, il trattato internazionale "sulla Stabilità, il coordinamento e la governance nell'unione economica monetaria" firmato da 25 Paesi dell'Ue il 2 marzo 2012, la classe dirigente italiana sembra operare da anni una rimozione psicologica. E al di là del ritenere le sue misure efficaci o meno - molti economisti sostengono che abbia un effetto deprimente sugli investimenti - o di considerarlo il problema dell'Italia o meno - altrettanti dicono che il problema è la luna, il nostro debito, e non il trattato, il dito - il minimo sarebbe chiarire come siano andate le cose.

Per ricostruire la vicenda è utile consultare il progetto sugli effetti della crisi dell'euro sulla legislazione dei diversi Stati europei realizzato dall'Istituto universitario europeo di Firenze. I suoi ricercatori hanno analizzato i provvedimenti adottati e il dibattito politico che li ha accompagnati, in ogni Paese Ue. Il Fiscal Compact è stato firmato il 2 marzo 2012, tre mesi e mezzo dopo la nascita del governo Monti. Il suo obiettivo è irregimentare le regole di Maastricht e dare più controllo e poteri sulla governance economica alle istituzioni europee. Ma la sua storia parte da lontano, dalla crisi del debito della Grecia e passa, come quasi tutte le svolte europee, da trattati precedenti, e da tasselli messi uno sopra l'altro.

DIBATTITO AL VIA NEL 2010. Le sue radici sono nel dibattito cominciato nella primavera del 2010, quando Angela Merkel pone con forza il tema del pareggio di bilancio. Di quell'anno è anche la prima proposta di emendamento a Maastricht e il processo legislativo sul cosiddetto six pack, cinque regolamenti comunitari e una direttiva che dettagliano in maniera più precisa gli obblighi contabili, il raggiungimeno degli obiettivi a medio termine e ne inaspriscono le sanzioni. Nel report sull'Italia firmato da Leonardo Pierdominici, ricercatore di Scienze giuridiche a Bologna, si legge: «La pozione del governo italiano (sul six pack, ndr) è stata essenzialmente in favore dell'accordo, con nessuna espressione di una chiara opposizione a qualche misura in particolare». Il six pack contiene già l'obiettivo di convergere verso il pareggio di bilancio con un miglioramento annuale dei saldi dello 0,5%e la regola della riduzione del debito di un ventesimo l'anno per la parte eccedente il limite del 60% del Pil, cioè la norma su cui tanto si dicute a proposito del Fiscal compact e che Renzi vorrebbe cancellare e rende praticamente automatica l'approvazione delle sanzioni eventualmente comminate dalla Commissione europea.

A marzo 2011 Berlusconi firma per l'Italia anche il trattato Europlus spinto soprattutto da Merkel e Nicolas Sarkozy. Gli Stati che vi aderiscono si impegnano a innalzare l'età pensionabile, ridurre i costi della sanità, riformare il lavoro per aumentare l'occupazione ma soprattutto «tradurre le normative fiscali dell'UE come stabilite nel Patto di stabilità e crescita nella legislazione nazionale». L'Europlus contiene un chiaro riferimento al freno del debito ma è definito nel 2015 un trattato "dormiente" perché di fatto non è applicato dalla maggioranza dei Paesi aderenti e comunque non è più molto richiamato nei vertici europei. Ma dà l'idea della molteplicità delle iniziative di quel periodo e dei principi che le ispirano.

CINQUE REGOLAMENTI E IL SIX PACK. Poi, nel mezzo della crisi dello spread italiano e proprio a cavallo delle dimissioni dell'ex Cav, tra l'8 e il 16 novembre, vengono pubblicati i cinque regolamenti e la direttiva del six pack. Si tratta, quindi, di norme europee che devono essere applicate dallo Stato membro, mentre il Fiscal Compact è un trattato internazionale, un accordo diretto tra gli Stati. Anche per questo è più difficile tracciarne le negoziazioni. In ogni caso Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia, rivendicherà nei suoi libri e nei dibattiti come Berlusconi non solo abbia sostenuto il trattato ma abbia anche ottenuto le sue «clausole di flessibilità» che tengono conto del ciclo economico, di circostanze eccezionali, delle situazioni di recessione.

Più facile è tracciare il dibattito parlamentare in Italia. Il six pack viene discusso dal parlamento italiano addirittura nel novembre del 2010, come risulta dal sito della Camera dei deputati: sette anni fa. Ed è sostenuto in maniera bipartisan. Lo stesso succede due anni dopo con il Fiscal Compact, che viene peraltro dibattuto assieme alla ratifica del Fondo salva Stati e delle modifiche ai trattati europei sulla governance economica, tutti insieme accorpati. In entrambi i casi l'Italia agisce addirittura in anticipo: implementa la direttiva del six pack e approva il pareggio di bilancio in Costituzione prima che entrino in vigore le rispettive norme europee.

LA TRADIZIONE DELL'UNANIMISMO. «Oggi come oggi», spiega a Lettera43.it l'autore del rapporto sull'Italia, Pierdominici, «non c’è una forza che non esprima le sue critiche alla costruzione europea. Se invece uno guarda ai dibattiti del passato si perpetua una tradizione dell'unanimismo in merito al diritto dell'Unione». A parlare sono i numeri snocciolati dal ricercatore: «Maastricht: 403 voti favorevoli, 48 contrari e 11 astenuti alla Camera. Trattato di Amsterdam: 429 favorevoli, un contrario, 44 astenuti. Per Lisbona voto unanime di entrambe le Camere. C'è proprio una tradizione storica, da Paese europeista e fondatore, di euroentusiasmo. La ratifica sul Fiscal compact può essere l'ultima puntata di quel vecchio unanimismo».

POCO TEMPO PER LA DISCUSSIONE. Nel dibattito su Fiscal Compact, Salva Stati e modifiche ai trattati, osserva lo studioso, «le questioni non sono state affrontate nella loro peculiarità tecniche: ci sono stati sparuti deputati, della Lega e qualche altro, che hanno fatto pur generiche contestazioni di merito, ma in generale le critiche erano sul metodo, il poco tempo per la discussione». In Italia, anche per buone ragioni di architettura costituzionale, non esistono strumenti come il referedum sui trattati o l'accesso diretto alla Corte costituzionale per contestare una ratifica. Questo elemento può concorre a rendere il dibattito meno aperto e più sterile. Ma non si tratta solo di questo. «Sugli stessi temi», osserva il ricercatore, «Paesi come la Germania la Francia, ma anche la Polonia o la Svezia, hanno avuto un dibattito parlamentare molto più aperto e soprattutto più specifico e più serrato». Comunque la si pensi «prendere per oro colato il diritto europeo non ha fatto bene all'Italia ma nemmeno all'Europa».

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