Manager Estero
BASSA MAREA 24 Luglio Lug 2017 1810 24 luglio 2017

L'indignazione per Cattaneo e la genesi dei superbonus

Ora l'Italia è choccata per i 25 milioni incassati dall'ad Tim. Eppure nel nostro Paese ci sono precedenti illustri, come Profumo. La verità è che le buonuscite e i premi lunari sono un'eredità di Wall Street. E la crisi del 2008 non ci ha insegnato niente.

  • ...

Molti italiani sono rimasti choccati perché Flavio Cattaneo dopo 16 mesi ai vertici di Tim (ex Telecom), azienda florida quando era parte delle esecrate Partecipazioni Statali e poi massacrata dalla politica e dalla classe imprenditoriale (“prenditoriale”) italiana, se ne va con 25 milioni di euro di buonuscita complessiva. Meriti eccelsi, come da contratto. Ma sarebbe ingiusto sparare più di tanto sul Cattaneo Flavio da Rho, periferia nord ovest di Milano, fisico e cipiglio da bar del Giambellino, perché quella dei bonus lunari è una storia ormai trentennale che comincia negli Stati Uniti, riguarda essenzialmente le società quotate (qualche marpione ci ha provato anche con le pubbliche e le municipalizzate, in Italia, ma erano bazzecole), e ha precedenti illustri anche nel nostro Paese. Basti pensare ad Alessandro Profumo, uscito nel 2010 da un’Unicredit malata di gigantismo con 40 milioni (due andarono in beneficenza), e subito candidato da Walter Veltroni e poi da Enrico Letta come leader del Pd, da vero banchiere progressista. In proporzione comunque incassò molto di più Cattaneo.

L’essenza dei superbonus, cominciati nella finanza americana negli Anni 80 e con prodromi sempre a Wall Street nei roaring twenties cancellati dalle crisi del 1929 e del 31, è che sono praticabili quando a pagare è l’azionista anonimo, contro il quale si alleano i top manager che contrattano il superbonus e il consiglio di amministrazione che glielo concede. Superbonus vuol dire "paga Pantalone". Mai sentito veri superbonus stramilionari a top manager di società non quotate, rette da una famiglia o da una fondazione che deve comunque finanziare in toto il bonus mettendo mano al portafoglio. Bonus sì, a fronte di risultati, e anche molto generosi; rispetto dei contratti sì, in caso di licenziamenti ante scadenza; ma non decine di milioni dopo un paio d’anni, mai.

Flavio Cattaneo.

ANSA

Uno studio uscito in una prima versione nel 2009, e quell’anno il più citato fra i paper economici al mondo, spiegava cause, logica ed effetti della lievitazione di compensi e salari nella finanza americana. Si intitolava Wages and Human Capital in the US Finance Industry e ne erano autori due economisti, il francese Thomas Philippon della Nyu e l’israeliano Ariell Reshef, allora in Virginia e ora al Cnrs parigino. I dati accorpati dallo studio indicavano che alla complessità dei meccanismi finanziari, già presente negli Anni 20, si accoppiava un rapido aumento dei compensi in finanza. In base al semplice principio si può dedurre che la complessità finanziaria favorisce soprattutto chi la mette in campo, cioè le banche.

LA STORTURA DELLA STOCKHOLDER VALUE. I compensi del mondo finanziario quindi crescevano molto già 90 anni fa rispetto a ruoli analoghi nell’industria, nei servizi e nel commercio. Poi la Grande Depressione riportò la finanza in linea per circa 50 anni. Fino a quando negli Anni 80 il ritorno della complessità finanziaria riprese a far lievitare utili e compensi, facendo debordare presto le stesse logiche anche nell’industria e negli altri settori, dove nel frattempo spesso la finanza aveva acquistato molto peso. La logica era quella della stockholder value: chi fa guadagnare gli azionisti va lautamente ricompensato. Sono infiniti i casi in cui gli azionisti hanno guadagnato per qualche anno, guadagni a bilancio e in Borsa cui non corrispondeva la crescente solidità dell’azienda che può anche fare utili a ripetizione (a bilancio) per qualche tempo ma andare comunque in malora mentre il top management incassava, ringraziava, salutava.

L’essenza dei superbonus è che sono praticabili quando a pagare è l’azionista anonimo, contro il quale si alleano i top manager che contrattano l'assegno e il cda che glielo concede

Al cuore di questo ritorno dei superbonus già intravisti negli Anni 20 vi fu Wall Street e, in particolare, vi furono le banche d’affari, tipo la stra-defunta Salomon Brothers, la defunta Lehman Brothers, la sopravvissuta e fiorente Goldman Sachs e altre. Le grandi banche d’affari di Wall Street non esistono più perché nel settembre 2008 sono state trasformate per decreto in banche commerciali per farle accedere ai massicci salvataggi pubblici. Ma 25 anni prima avevano avviato un’altra metamorfosi: da partnership, gruppi di investitori che rischiavano in proprio, a Spa. E qui cominciavano i superbonus, pagava l’azionista.

GLI INCASSI NEL CRACK 2008. Ma non era ancora nulla. «Ero la persona meglio pagata a Wall Street, e nel 1982 guadagnavo 1 milione di dollari», cioè circa 2,5 milioni di oggi, raccontava nel 2009 John Gutfreund, definito ai tempi il re di Wall Street dal settimanale Business Week. Gutfreund era esterrefatto di fronte ai 68,5 milioni incassati nel 2008, l’anno del crack Lehman, da Lloyd Blankfein capo di Goldman Sachs, che ha percepito 23 milioni nel 2015 e 22 nel 2016. Molto meno di Cattaneo.

Wall Street.

ANSA

La logica e i guasti di una finanza che ha portato anche ai superbonus fuori misura sono stati spiegati bene da Martin Wolf, commentatore-principe del Financial Times. Queste le “regole”, spiegava Wolf tre anni fa: indebitarsi il più possibile con debiti garantiti espliciti o impliciti (vedi derivati); minimo possibile di capitale proprio; grande remunerazione di questo capitale; pingui bonus ai vertici in linea con questa remunerazione; intangibilità dei bonus anche nel caso di bilanci disastrosi; arricchimento del top management. «Un modello meraviglioso per le banche, e per tutti gli altri un disastro», era il commento di Wolf.

LA REGOLA (INFRANTA) DELLE 20 VOLTE. Come i liquami da un fossa settica inadeguata, il tutto ha tracimato nell’intera economia, sempre più finanziarizzata. E gli insegnamenti della grande crisi del 2008 non sono serviti a nulla. Siamo così allo scandalo di top manager che guadagnano 200, 300 o 400 volte il salario medio dei dipendenti. Da quest’anno una norma della Sec, la Consob americana, obbliga a mettere a bilancio il rapporto tra remunerazione del top manager e salario medio dei dipendenti. Peter Drucker, docente e consulente austro-americano che molto ha contribuito alla moderna filosofia dell’impresa scomparso nel 2005, sosteneva che il rapporto non doveva superare le 20 volte, in un’impresa sana. Facendo 70 mila il salario medio lordo dei dipendenti Telecom su 16 mesi, Cattaneo incassa 450 volte di più.

UN CAPITOLO DI DECADENZA ITALIANA. Se poi si aggiunge che oggi Telecom/Tim è l’ombra di quella che era una volta Telecom, vera protagonista di primo piano 20 anni fa nelle telecomunicazioni mondiali, e che l’azienda proprietà un tempo di tutti gli italiani ha subito una serie di spoliazioni a vantaggio di privati e di cui nessuno ovviamente si è mai scusato, né gli “imprenditori” che le hanno perpetrate né i politici che le hanno facilitate e a volte più che facilitate, siamo di fronte a una triste storia. Un ultimo episodio di una storia centrale, il caso Telecom, della decadenza italiana.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso