Fincantieri risponda a Francia su Stx
27 Luglio Lug 2017 0800 27 luglio 2017

Contro Fincantieri la Francia si inventa il fantasma cinese

Parigi minaccia l'accordo su Saint Nazaire ripetendo le parole dei sindacati. E con lo spauracchio delle delocalizzazioni. Una teoria che, secondo Roma, è un semplice pretesto. Il tira e molla sulla "Europa dell'economia".

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Nel cantiere di Saint Nazaire, un alveare brulicante da 2.600 lavoratori dipendenti e almeno altri 3.400 operai a tempo determinato o intermittenti impegnati dall’alba al calare del sole a costruire giganti delle crociere, portaerei e sottomarini, il tempo sembra essere tornato indietro alla campagna elettorale. Allora era stato Benoit Hamon, lo sfortunato candidato socialista alle presidenziali, a proporre la nazionalizzazione temporanea dei gloriosi cantieri dell’Atlantique, passati di proprietà per tre volte in pochi anni e finiti di fronte a un tribunale sudcoreano in seguito al fallimento dell’ultimo padrone Stx Offshore & Shipbuilding.

LA MINACCIA DI PARIGI. Chi allora guardava al giovane leader di En Marche! come la risposta liberale alle paure dell’industria francese forse non si attendeva che a rispolverare il progetto sarebbe stato proprio il nuovo Capo dello Stato e il suo ministro dell’Economia Bruno Le Maire. E invece a più di tre mesi dalla firma di un accordo tra il vecchio esecutivo francese e il governo italiano, a due mesi dall’offerta di acquisto presentata da Fincantieri e a due giorni dalla scadenza della vendita prevista dal tribunale, Parigi minaccia Roma di fare marcia indietro se non otterà almeno il 50% del controllo della nuova società. Le argomentazioni di Le Maire sono esattamente le stesse espresse mesi fa dal sindacato Force Ouvrière e mettono insieme i timori sulla salvaguardia dei posti di lavoro e del know how allo spauracchio di delocalizzazioni in Cina. Una tesi, quest'ultima, rilanciata anche dal principale quotidiano economico transalpino Les Echos, lo stesso che aveva celebrato l’acquisizione da parte di Exilor del gioiello di Luxottica o raccontato passo passo la calata di Vincent Bolloré su Telecom e Mediaset.

Eppure ad aprile, quando l'accordo tra le due capitali europee era stato raggiunto, il compromesso sembrava soddifacente per entrambe le parti. Per andare incontro alle esigenze dei francesi, Cassa depositi e prestiti aveva rinunciato a detenere una quota importante in favore della fondazione Crt di Trieste e invece era stato pattuito l'ingresso del gruppo della difesa d'Oltralpe Dcns. In più, il gruppo italiano aveva preso impegni pluriennali sia sul fronte della tutela dell'impiego e degli investimenti per un arco di cinque anni, sia per mantenere la stessa governance per otto anni con addirittura i patti azionari bloccati per un ventennio. E poi ancora la condizione di mantenere l'attività sull'estuario della Loira e di proteggere i brevetti francesi e la possibilità di far valere il diritto di veto. Tanto che una fonte vicina al dossier aveva dichiarato a Le Monde che gli italiani avevano «accettato molte cose». In cambio Fincantieri, la sola impresa attualmente pronta a investire sul sito, otteneva la maggioranza e il controllo della società.

L'OMBRA CINESE CHE NON C'È. All'Eliseo però non è bastato ed è arrivata la dichiarazione di Le Maire coniata su quella dei sindacati all'indomani dell'accordo. I timori dei lavoratori sono comprensibili su un fronte: a Monfalcone, il quartiere generale del colosso italiano, i lavoratori alle dipendenze dirette dell'azienda sono 2.500 mentre l'indotto, l'insieme delle imprese di subappalto, ne impiega più di cinque volte tanto. Una tendenza all'esternalizzazione preoccupante anche per sindacati italiani. Ma gli impegni sono stati presi e a oggi, con commesse che coprono già l'arco dei prossimi 10 anni, all'orizzonte non c'è alcun rischio di perdita di posti ma piuttosto di mancanza di rilancio industriale. Ma dove il pretestuoso serrare le fila francese è ancora più evidente è nella teoria dell'ombra cinese, quella che l'economista Jean Yves Archer, esperto di finanze pubbliche, definisce con Les Echos il «dettaglio potenzialmente mortifero per Saint Nazaire».

A luglio 2016 Fincantieri ha firmato un accordo con la China State ​ Shipbuilding Corporation (Cssc) per la nascita di una joint venture focalizzata sulla costruzione di navi da crociera per il mercato cinese. L'intesa prevede che Cssc realizzi le navi sulla base delle piattaforme di Fincantieri e viene però da un accordo precedente tra la stessa Cssc, Fincantieri e il gruppo statunitense Carnival, il proprietario di Costa crociere e leader mondiale del settore delle navi turistiche. Carnival, primo cliente di Fincantieri, si è trovato di fronte al dilemma che tutti coloro che vogliono fare affari con Pechino affrontano: si può penetrare in un mercato a regia statale senza trovare accordi con le aziende di Stato? E ha agito di conseguenza, coinvolgendo anche la società italiana. L'operazione è appunto pensata ad hoc per l'ex Impero Celeste ed è separata dai progetti di sviluppo in Europa dove il bacino di Saint Nazaire, uno dei più profondi dell'Atlantico, è per Fincantieri un valore aggiunto.

UN SEMPLICE PRETESTO. Ora i francesi, supposti liberali, cercano di far passare la strategia italo-americana come la premessa di una delocalizzazione in Cina. Una posizione che nei corridoi di Piazza Genova, a Trieste, al ministero dell'Economia e a quello dello Sviluppo economico è considerata un semplice spauracchio. Peraltro usato dopo che Parigi aveva fatto dissuadere un'azienda cinese dal presentare un'offerta proprio perché non era europea. «I poteri pubblici si auguravano una soluzione europea e l'hanno avuta», faceva notare Le Monde ad aprile, «non si può perorare una Europa dell'industria, dell'economia e della difesa e rigettarla quando questa si presenta». E invece a quanto pare Parigi sembra proprio giocare a rigettarla per ottenerne la guida, con una prova di capitalismo non solo illiberale, ma pure senza capitali e strategia industriale.

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