VITALIZI
27 Luglio Lug 2017 1532 27 luglio 2017

Taglio dei vitalizi, 5 cose da sapere

Con la legge Richetti potremmo risparmiare 76 milioni. Condizionale d'obbligo perché la norma dovrà passare il voto al Senato e l'esame della Consulta. E non sarà una passeggiata. Ecco i punti caldi.

  • Carlo Terzano
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Nella calda estata romana, abbiamo assistito a uno sprint inusuale dei lavori parlamentari. Dopo il fallimento della riforma sullo ius soli, il cui voto è stato rimandato a data da destinarsi, il Pd ha voluto portare a casa prima delle ferie almeno l'ok della Camera sulla legge che taglia i vitalizi agli ex onorevoli. Non è un mistero che l'accelerazione del provvedimento firmato da Matteo Richetti sia stato voluto dal segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, per spuntare la principale arma di propaganda di M5s in vista delle Politiche. L'argomento era stato buttato sul tappeto dall'ex premier lo scorso 31 gennaio, con un sms inviato a Floris durante la trasmissione Di Martedì: «Per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso», recitava il messaggio. «L’unica cosa è evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo». Una presa di posizione che anticipava il ritorno nell'agone dell'ex presidente del Consiglio, in panchina dopo la batosta referendaria di dicembre.

LA RIPRESA DOPO LE FERIE. Adesso resta però da capire se la vittoria ottenuta a Montecitorio sia reale o passeggera, perché la norma dopo la pausa estiva proseguirà il proprio iter al Senato, dove potrebbe aver vita difficile. Non solo: in caso di promulgazione, la legge probabilmente dovrà fare i conti con la scure della Consulta, dato che sono parecchi i punti che la espongono a un rischio di incostituzionalità. Ecco cinque cose da sapere sulla nuova norma.

Il dem Matteo Richetti.

Con la nuova legge si risparmieranno circa 76 mln di euro (1,2 euro a cittadino)

La sforbiciata voluta dai dem taglia i vecchi vitalizi e riformula le pensioni di parlamentari, senatori e consiglieri regionali, a oggi calcolate sulla base del sistema retributivo, da domani – forse – contributivo. Attraverso il metodo retributivo, la pensione è determinata dallo stipendio che il lavoratore ha percepito prima di accedere alla pensione. Di contro, il contributivo, più sostenibile per il sistema, prevede che la pensione ammonti ai soli contributi versati, capitalizzati al netto del tasso di crescita dell'economia. Sulla carta, insomma, la norma Richetti adegua il calcolo delle pensioni degli onorevoli a quello dei comuni lavoratori, che sono già passati da un sistema all'altro nel gennaio del 2012, con la riforma Fornero, sotto l'esecutivo Monti al fine di rimettere a posto i conti pubblici.

CHI CI PERDE E CHI CI GUADAGNA. Sotto la scure cadrebbero gli assegni percepiti da 2.600 ex parlamentari (sembra impossibile, ma non esiste invece un numero preciso per quanto riguarda i consiglieri regionali, sappiamo solo che alle Regioni costano 176 milioni di euro), con un risparmio per lo Stato di circa 76 milioni di euro sugli attuali 206 milioni (circa 1,2 euro per cittadino). Per fare un esempio, il vitalizio più corposo, che risulta essere quello dell'ex ministro dei Trasporti, Publio Fiori, passerebbe dagli attuali 10.131 euro a 6.079. Va però detto che un centinaio di assegni con l'adeguamento risulterebbero più sostanziosi. Insomma qualche "grande vecchio" della Prima Repubblica potrebbe persino guadagnarci.

L'EQUIPARAZIONE PUÒ ATTENDERE. Ma questo non è il solo adeguamento che parifica la Casta ai lavoratori comuni. Sempre secondo la nuova norma, la legge Fornero si applicherà anche al calcolo della data per la maturazione del diritto alla pensione, che scatterà seguendo le previsioni dell'ultima riforma pensionistica. Sul punto, però, una "manina" interessata ha piazzato un emendamento ad hoc che salva i parlamentari attuali. Insomma, l'equiparazione con i comuni mortali ci sarà, ma dalla prossima legislatura. «Sull’equiparazione ai criteri della legge Fornero per gli attuali parlamentari, insisteremo in futuro», ha promesso il pentastellato Danilo Toninelli.

I vitalizi sono stati aboliti nel 2012 e sostituiti da più prosaiche "pensioni parlamentari"

Previsti nel 1954 come atto di autodichia (gli uffici di Presidenza di Camera e Senato hanno facoltà di normarsi autonomamente) volto a tutelare coloro che lasciavano il proprio lavoro per occuparsi della res publica, i famigerati vitalizi erano entrati a più riprese nel mirino dei giornalisti del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella e Marco Rizzo fin dal lontano 2007 (tutti ricordano il loro libro: La Casta – Così i politici italiani sono diventati intoccabili). Sono stati però i 5 stelle a imbastirci sopra una battaglia politica senza precedenti, legandovi a doppio filo la loro ragion d'essere.

LA STRETTA DECISA DALLE CAMERE. La "lotta ai vitalizi" di cui si è tanto parlato in questi ultimi anni è in realtà una definizione errata, perché non ci sono più da tempo: già la passata legislatura li aveva aboliti. Dopo la riforma interna del 2012, decisa dalle presidenze delle due Camere, il sistema di rendite aveva lasciato il posto alle pensioni da parlamentare che prevedevano il passaggio da retributivo a contributivo. Si era poi previsto che il diritto alla pensione per gli onorevoli di prima nomina maturasse non più dopo un solo giorno di legislatura, ma al compimento del 65esimo anno di età con almeno una legislatura di 4 anni e sei mesi alle spalle.

Matteo Renzi alla festa dell'unità di Castelfranco Emilia.

Stop al cumulo delle indennità e ricalcolo degli assegni

Un altro aspetto scandaloso che dovrebbe aver fine con la legge Richetti riguarda il cumulo delle indennità per tutti coloro che sedevano nei Consigli regionali, poi sono stati eletti in Parlamento quindi sono tornati ad avere un ruolo in Regione, mettendo nel portafogli assegni su assegni. L'erogazione del vitalizio verrà infatti congelata per gli ex onorevoli che dovessero tornare in Aula. Il ricalcolo degli assegni – con diete che vanno dal 40% del totale al 20, a seconda dei casi - sarà fatto dagli uffici di Camera e Senato (Tito Boeri aveva invece chiesto che a occuparsene fosse l'Inps e potessero confluire in un fondo speciale per finanziare interventi di politica sociale).

L'Aula di Palazzo Madama.

ANSA

Lo scoglio al Senato: mancano 15 voti per raggiungere la quota di sicurezza

Se l'inedito asse Pd – M5s – Lega e FdI visto all'opera alla Camera dovesse reggere anche al Senato, il varo della legge Richetti non sarebbe comunque certo. A Palazzo Madama, infatti, i quattro partiti dispongono di 146 senatori, 15 in meno della quota minima per tirare un sospiro di sollievo. Di mezzo, poi, c'è la pausa estiva, che i partiti sfrutteranno certamente per posizionarsi in vista delle imminenti Politiche, dunque chi può dire che, tra telefonate, accordi sotto banco, intrecci, defezioni, cambi di casacca, il gruppo resti compatto e non perda nessun senatore? Se il Pd si spaccasse, sarebbe inoltre un chiaro messaggio indirizzato a Renzi in vista delle elezioni.

I membri della Corte costituzionale.

ANSA

L'incognita della Consulta sulla retroattività della legge e la ragionevolezza dei tagli

Ma anche nel caso in cui la legge Richetti sopravvivesse al passaggio parlamentare di Palazzo Madama, resterebbe aperta l'incognita maggiore: i possibili profili di incostituzionalità manifesta che potrebbero persino spingere il presidente Sergio Mattarella a non firmare, rinviando il testo alle Camere (senza possibilità di appello dato che finirebbe la legislatura). Nemmeno col via libera del Capo dello Stato si potrebbe cantare vittoria: resta infatti la possibilità dell'intervento della Consulta. E i ricorsi, possiamo starne certi, fioccheranno.

IL PRECEDENTE DEL 2010. Nelle commissioni parlamentari tutti ben ricordano la fine che fece il decreto legge n.78 del 2010, firmato dall'allora ministro dell'Economia, Giulio Tremonti. Avrebbe dovuto assestare un colpo mortale alla Casta, tagliando i maxi stipendi dei dirigenti della pubblica amministrazione e degli alti magistrati, e invece venne annichilito dal pronto intervento della Corte Costituzionale. In quell'occasione, i giudici motivarono così: «La sostanziale identità di ratio dei differenti interventi di solidarietà, prelude essa stessa a un giudizio di irragionevolezza e arbitrarietà del diverso trattamento riservato ai pubblici dipendenti, foriero peraltro di un risultato di bilancio che avrebbe potuto essere ben diverso e più favorevole per lo Stato, laddove il legislatore avesse rispettato i principi di eguaglianza dei cittadini e di solidarietà economica, anche modulando diversamente un 'universale' intervento impositivo».

I DUE FRONTI A RISCHIO. Dato che la legge Richetti attua in modo brutale il passaggio dal retributivo al contributivo, con un ricalcolo che la riforma Fornero non aveva previsto per i comuni lavoratori, la Consulta potrebbe ancora una volta dire: o tutti o nessuno, in base all'articolo 3 della Costituzione. La partita si giocherà insomma sia sul fronte della retroattività della legge, che va a smontare diritti acquisiti, sia della ragionevolezza dei tagli. Questo farà sì che la Consulta dovrà valutare caso per caso e, a fronte di un buon numero di ricorsi rigettati, potrebbe sempre esserci quello che, venendo accolto, rischia di aprire nella norma pericolose crepe.

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